La Germania non è il Paradiso: la trappola Mini-job

germania-mini-jobs

Alzi la mano chi, tra giovani disoccupati e precari, ha pensato almeno una volta di emigrare in Germania. La patria della Merkel è l’unico grande Paese a stare veramente in salute. Valga un solo dato per tutti: la disoccupazione al 5,4%. Una percentuale che in Italia è possibile solo sognare.

Eppure, forse, non è tutto oro quello che luccica. C’è chi pensa che il tasso di disoccupazione in Germania, incredibilmente basso e quasi anacronistico in un periodo di crisi come questo, sia frutto di una manipolazione, di un escamotage finalizzato a “sgonfiarlo”. La situazione reale sarebbe un’altra. Al centro di quest’ipotesi c’è un tipo di contratto che tra i tedeschi va per la maggiore: il mini-job. Per mini-job si intende un contratto di lavoro part-time “ritoccato”. Ecco tutto ciò che prevede secondo le fonti ufficiali.

Chi viene assunto per mezzo del mini-job può lavorare al massimo 15 ore alla settimana e può percepire al massimo 450 euro al mese; la parte eccedente va direttamente allo Stato. Il datore di lavoro non paga i contributi, che quindi non vengono versati ai lavoratori. Insomma, niente pensione. In compenso, il mini-jobber può accedere ai programmi di welfare. In particolare, può usufruire dell’Hartz V (sovvenzioni per disoccupati), che disciplina il reddito minimo garantito. Questo si concretizza con la recezione di 360 euro al mese, a cui va aggiunto il pagamento da parte dello Stato delle spese: mediche, per l’alloggio e per il riscaldamento. Stando alle fonti governative, la Germania ha istituito i mini-job con un preciso scopo: permettere agli studenti o alle donne, altrimenti semplici casalinghe, di guadagnare un po’ di denaro mentre si studia (nel primo caso) o mentre si accudiscono i figli (nel secondo caso). In alternativa, i mini-job servono a chi non riesce a trovare lavoro, in modo che possa percepire un piccolissimo stipendio mentre cerca un’occupazione. Insomma, il carattere della riforma è transitorio.

Fin qui, le informazioni ufficiali. E stando a queste, è innegabile, i mini-job sono un provvedimento efficace e giusto. Ma la verità è diversa. La teoria è una cosa, la prassi è un’altra. A discolpa del Governo va specificato che, probabilmente, le derive che caratterizzano i mini-job non dipendono da una precisa intenzione governativa ma piuttosto dal comportamento dei singoli, i quali sfruttano alcune zone d’ombra che la normativa possiede.

I mini-job sono una trappola. L’agevolazione fiscale che lo Stato garantisce rappresenta un richiamo irresistibile per gli imprenditori tedeschi. Molti di questi, infatti, offrono solo mini-job, che quindi non hanno più a che fare con il concetto di “lavoretto” ma con il concetto di lavoro vero e proprio. Alcune testimonianze, riportate dalla trasmissione Ballarò, rivelano il meccanismo con cui è possibile aggirare il fisco: il lavoratore viene assunto tramite mini-job, dichiara 15 ore alla settimana e 450 euro al mese ma in verità le ore sono di più e anche il compenso. Il datore di lavoro paga in nero e sono tutti contenti. Tutto semplice, ma c’è una conseguenza pessima per i mini-jobber: il rischio “stabilizzazione” è dietro l’angolo, visto che a chi offre il lavoro questo sistema è veramente vantaggioso e non ha nessuna intenzione, né motivo, per regolarizzare il non-dipendente. Insomma, si può rimanere mini-jobber a vita. Ma c’è un’altra dinamica che rende i mini-jobber una vera e propria trappola dalla quale è difficile uscire: lo stigma sociale. In Germania, Paese in cui persino gli operai guadagnano molto, il mini-jobber non è ben visto, è considerato come un lavoratore di serie B, poco specializzato; in una sola parola… Da non assumere. Quindi il mini-jobber rimane mini-jobber. Alla luce di queste evidenze, è lecito porsi una domanda: che differenza c’è tra un lavoratore di mini-job tedesco e uno stagista italiano sfruttato?

Responsabilità: Tutti gli autori, i collaboratori e i redattori degli articoli pubblicati su webeconomia.it esprimono opinioni personali. Tutte le assunzioni e le conclusioni fatte nei post ed ulteriori analisi di approfondimenti sugli strumenti finanziari (valute, azioni, criptovalute, materie prime, indici) sono soggettive e non devono essere considerate come incentivi e/o raccomandazioni all'investimento. Le analisi e le quotazioni degli strumenti finanziari sono mostrate al solo scopo di informare e non per incentivare le attività di trading o speculazione sui mercati finanziari. Lo staff di webeconomia.it e gli autori degli articoli non si ritengono dunque responsabili di eventuali perdite di denaro legate ad attività di investimento. Lo staff del sito e i suoi autori dichiarano di non possedere quote di società, azioni o strumenti di cui si parla all'interno degli articoli. Leggendo i contenuti del sito l'Utente accetta esplicitamente che gli articoli non costituiscono "raccomandazioni di investimento" e che i dati presentati possono essere non accurati e/o incompleti. Tutte le attività legate agli strumenti finanziari e ai mercati come il trading su azioni, forex, materie prime o criptovalute sono rischiose e possono comportare perdita di capitali.
Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

1 commento

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here