Welfare community: cosa si intende e differenze con Welfare state

La crisi economica e la crisi della politica ha sempre più dato ossigeno a questa realtà

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a fenomeni che hanno sempre più messo in crisi il Welfare state. Ossia, quel sistema di misure atte a dare sostegno sociale ed economico a chi è in difficoltà: indigenti, meno abbienti, nuovi poveri. Questi fenomeni sono senza dubbio la crisi economica, che ha investito anche le istituzioni, le quali come primo atto tendono a tagliare i servizi in favore dei meno fortunati. E la crisi della politica, sempre meno dotata di moralità e solidarietà, protesa com’è alla propria autoconservazione. In questi anni sta prendendo dunque sempre più valore la necessità di creare una Welfare community, che sostituisca l’ormai superato Welfare state. Ma cosa si intende per Welfalre community? E cosa la differisce dal secondo? Vediamolo di seguito.

Welfare community come risposta alla crisi della politica

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Un’immagine di welfare community

La politica ha finito per rivestire sempre più un ruolo fondamentale all’interno del proprio ordine, in quanto in esso agiscono le istituzioni deputate alla definizione delle regole del gioco, che tuttavia è soltanto uno dei tanti ordini che nella società aperta è chiamato a confrontarsi con gli altri. In una società aperta, definita anche Big Society o Great Society, abbiamo a che fare con tanti tipi di ordini e quindi quello politico è solo uno dei tanti legami necessari, ma non di certo esaustivo. Né tanto meno esaurisce l’ambito del civile e neppure può pretendere di omogeneizzarlo mediante la legge. Di qui la necessità di andare oltre, ricercare una “soluzione civile” piuttosto che politica. Occorrerebbe pensare anche ad un altro principio di sussidiarietà che deve essere nelle sue dimensioni orizzontali e verticali, un’esigenza di raccordo degli ordini civili, articolati in modo che nessuno possa avanzare la pretesa di possedere il monopolio sul civile. Una sorta di richiamo continuo ad un coordinamento degli ordinamenti che operano nella società civile e degli attori che in essa sono protagonisti. Si avrebbe così il passaggio dal government alla governance.

Welfare community: il ruolo della società civile

Negli ultima anni, anche in politica, si è sentito troppo spesso abusare di espressioni quali società civile e cultura civile. Ad ogni tornata elettorale, sentiamo parlare di liste civiche, società civile. Termini che stanno finendo per diventare retorici, specchietti per le allodole usati dai partiti per fingere una nuova verginità. Una parvenza di pulizia interna. Ponendosi come suoi interpreti unici e, ça va sans dire, più autorevoli. Invece, occorrerebbe impegnarci seriamente a riflettere su che cosa sia il “civile”, capire che cosa intendiamo realmente per “civile”. Ora, nella storia delle idee sappiamo che tutti, in qualche modo, si sono richiamati alla nozione di “civile”. Sappiamo però che il civile di Hobbes non era lo stesso di De Mandeville o di Smith o di Marx o di Hegel e via dicendo. Quindi, che cosa intendiamo realmente per società civile? Se per essa intendiamo una realtà nella quale il più forte prevarica necessariamente sul più debole e, di conseguenza, assumiamo una antropologia e una prospettiva di tipo hobbesiano, quale welfare society, quale welfare community potremmo mai immaginare? La risposta è evidente, nessuna. Possiamo immaginare soltanto un welfare state pesante, rigido, che tutto ingloba e che tutto fagocita. Utilizzando quest’ultimo modello, la cultura civile starebbe alla base della legittimazione politica. Ovvero, la politica si servirebbe della società civile per legittimare l’ordine politico. Pertanto, se continuiamo a relegare la Welfare community come un Welfare state appena un po’ più liberale, non riusciremo mai a realizzarlo realmente. E con esso, non ci sarà mai spazio davvero per la società civile e per l’economia civile. Che resteranno solo parole vuote, buone per retorici slogan elettorali in campagna elettorale.

Come si realizza una Welfare community

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Un’immagine del Leviatano

Se non riusciamo a superare l’antitesi tra i due modelli di welfare, non ci sarà spazio per la sussidiarietà e sarà negata la poliarchia. Quindi, avremo sempre bisogno di un sistema politico invadente che non si limiterà a regolare i processi, ma che avvertirà come sua missione e vocazione imprescindibili omogeneizzare le culture, i valori, gli interessi e di fagocitare la libertà dei corpi intermedi non omogeneizzabili. Una società civile vera e propria, è invece quella che si pone come argine critico all’ordine politico. Una sorta di diga affinché la politica non fagociti tutto il resto. Il Professor Pierpaolo Donati ha già ben descritto il processo di depotenziamento del ruolo della società civile, affermando che essa, intesa come «pluralismo delle formazioni sociali autonome coesistenti e collaborative ai fini del bene comune è andata deperendo, soprattutto nella legittimazione, nella capacità e nelle risorse organizzative; nel nostro Paese, si traduce in una commedia tragicomica. La società civile viene esaltata solo per essere usata come strumento di un gioco di potere per la conquista dello Stato». Ecco che per realizzare una Welfare community occorre ridare il ruolo originario alla società civile.

Cosa si intende per Welfare community

cosa si intende per welfare community
Per realizzare una welfare community occorre superare il concetto di Stato

Per Welfare community si intende dunque una società aperta, dove gli ordini interagiscono e sono tutti sullo stesso livello, senza gerarchie. Si basa su un il modello poliarchico e sussidiario, aperto, dove i cittadini sono gli attori principali e non più visti come sudditi da sottoporre a leggi. Come appunto li vedeva Hobbes nel suo Leviatano.