Web Tax: siamo vicini alla catastrofe?

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Il Pd ha dato l’assalto ai colossi del web. Il renziano Edoardo Fanucci, 31 anni, toscano, è il relatore (e l’ideatore) dell’emendamento, inserito nella Legge di Stabilità, che pone in essere la tassazione sugli introiti dei giganti di internet, Google e Facebook in testa. Il paradosso, non solo italiano ma anche europeo, è che queste società producono reddito in Italia, come in Francia, Germania etc, ma non pagano le tasse perché hanno “la propria base” in paradisi fiscali come il Lussemburgo o nei paesi con bassissima pressione fiscale come l’Irlanda.

La Web Tax ha ricevuto il primo sì dalla Camera, la cui Commissione Bilancio ha approvato l’emendamento a larga maggioranza. Il primo passo è stato compiuto, sì, ma verso dove? Si va verso la catastrofe o verso una situazione di equità ancora oggi violata?

Matteo Renzi ha sconfessato il suo parlamentare e ha criticato l’emendamento, allineandosi così alla marea di attori economici e di analisti che considerano la proposta come un colpo mortale all’economia digitale nel Bel Paese. Ciononostante, Fanucci difende la sua creatura: “Io resto convinto della bontà della mia proposta, del mio emendamento. L’ho studiato, c’ho lavorato e l’ho meditato, e funziona”.

Ma in che cosa consiste la Web Tax?

E quali sono i veri effetti? L’idea di base è semplicissima. Fino ad adesso non è stato possibile tassare gli introiti dei vari Google e Facebook perché le loro basi, e quindi le loro “dichiarazioni dei redditi” hanno domicilio oltre i confini italiani. L’emendamento, però, impone loro l’apertura di una partita Iva, senza la quale verrà imposto il divieto di operare in Italia e di offrire i servizi alle nostre imprese. La partita Iva, che è semplicissima da aprire, fornirà una panoramica completa degli introiti realizzati nel Bel Paese, e quindi li renderà tassabili proprio in quanto trasparenti.

Fin qui, tutto perfetto. L’idea è buona, il principio di fondo pure (l’equità). Ciò che lascia perplessi non è il meccanismo e nemmeno lo scopo. E’ la quantità spropositata di effetti collaterali di questa Web Tax.

L’effetto collaterale più grande è dato dal fatto che, tra Google e l’Italia, il soggetto con maggiore potere contrattuale è proprio Big G. Questo vuol dire che noi non possiamo fare a meno di Google ma Google può fare a meno di noi. Certo non senza sacrifici, ma potenzialmente può farlo. Il Bel Paese, quindi, ponendo caso che Google se ne andasse dall’oggi al domani, perderebbe uno dei pochi traini della crescita, che è l’economia digitale. Questo stato delle cose, quindi, mette a rischio la ripresa economica.

Realisticamente, però, Google reagirà in due modi, che sono considerabili entrambi come effetti collaterali dell’emendamento. Big G potrebbe semplicemente diminuire la sua presenza, e verrebbe a decrescere l’efficacia di un volano della crescita. Big G, però, potrebbe allo stesso tempo rifarsi sugli inserzionisti per le tasse pagate, aggravando il peso che le aziende – già per il solo fatto di dover convivere con il fisco italiano – sono costrette tutt’ora a sopportare.

Senza contare, poi, che Google potrebbe trovare un modo per aggirare le regole e passarla, ancora una volta, liscia. Una prospettiva probabile è il ricorso alla Corte di Giustizia Europea, che gli darebbe ragione perché l’emendamento, in assenza di uno coordinamento dei paesi dell’Europa, apparirebbe come una violazione del principio della mobilità dei capitali.