Vitalizi politici: cosa sono e come funzionano

Si parla spesso di vitalizi dei politici e dell'opportunità di sopprimerli. Vediamo meglio come funzionano

Tra gli argomenti che muovono la corrente anti-politica vi è senza dubbio quello dei vitalizi goduti dai politici. Un regalo per alcuni, un diritto per altri, che in tempi di crisi come questi in cui viviamo, nei quali anche una pensione da lavoro dipendente dopo 40 anni di attività lavorativa, viene percepito come un privilegio e uno sperpero di denaro pubblico. Chi ne gode se lo tiene ben stretto, mentre in Parlamento sono stati pochi i tentativi di metterli in discussione e tutti falliti. Vediamo di seguito nel dettaglio cosa sono i vitalizi politici e come funzionano.

Vitalizi politici: cosa sono

vitalizi politici
I vitalizi politici scuotono l’anti-politica

I vitalizi politici, meglio definiti vitalizio del parlamentare, sono rendite concesse al termine del mandato parlamentare e che si protraggono “vita natural durante” (fino alla morte del beneficiario), al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive. Si distingue dalla pensione ordinaria, anche perché l’attività politica non è considerata lavorativa. I vitalizi sono pertanto considerati come trattati in modo privilegiato perché, nonostante il fatto che siano erogati dall’erario pubblico, la figura dei politici è in genere distinta da quella del rapporto di pubblico impiego e pertanto sottratto alle normazioni sulla pubblica amministrazione.

Il vitalizio viene riservato ai deputati, ai senatori e ai consiglieri regionali. Sono previsti dall’articolo 69 della Costituzione italiana. Negli anni la disciplina interna alle Camere ne ha ampliato le competenze, mentre per i consiglieri regionali il vitalizio viene disciplinato da apposite e indipendenti leggi regionali. Anche ciò sta provocando notevoli critiche, giacchè ogni regioni sta agendo in modo autonomo, spesso con scelte scellerate e discutibili.

Vitalizi politici: come funzionano

come funziona vitalizio
Una Camera vuota

Fino al 2012 avevano la forma di una rendita vitalizia, parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità del periodo di esercizio della carica. Quanto alla soglia d’età per poterne beneficiare, è stata progressivamente elevata da un decennio a questa parte. Una svolta si è avuta sempre nel 2012, quando anche per il vitalizio dei parlamentari è stato introdotto il metodo di calcolo contributivo. In virtù di ciò, il diritto al trattamento pensionistico da quell’anno si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo. Pertanto, il parlamentare ha diritto al solo dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni e di aver compiuto 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni. Vi è stata così un’abrogazione ex nunc del regolamento prima esistente per le due Camere e, per i parlamentari in carica alla data del 1º gennaio 2012, si è applicato un sistema pro rata. Per effetto di esso, la loro pensione risulta dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato, al 31 dicembre 2011, e della quota di pensione riferita agli anni di mandato parlamentare esercitato dal 2012 in poi.

Quanto agli eletti per la prima volta nel 2013, il vitalizio viene esclusivamente inquadrato nella figura giuridica della “pensione” del parlamentare, al punto da essere regolato da appositi Regolamenti delle pensioni dei senatori e dei deputati, approvati dai rispettivi uffici di Presidenza il 31 gennaio 2012.

Il 2012 può essere dunque considerato un anno di svolta per i vitalizi politici. Il Governo Monti mediante decreto-legge ha anche prescritto alcune misure di riduzione per tutti i titolari, anche quelli di trattamenti in essere. Tale norma ha ricevuto attuazione con leggi regionali pressoché ovunque, nelle venti regioni, anche quelle a Statuto speciale. Si è altresì stabilito che i vitalizi dei consiglieri regionali non siano di natura previdenziale, grazie a una sentenza della Corte dei conti sez. Lombardia, in data 24 giugno 2015, n. 117, che ha altresì rinviato gli eventuali ricorsi presentati al giudice ordinario. Ciò ha comportato una serie di ricorsi, tra cui per le richieste di restituzione delle somme accantonate da parte degli eletti ancora non titolari o di quelli che per un qualche motivo diverso dalla pena interdittiva non ricevono più il vitalizio.

Vitalizi politici e cumulo con altri vitalizi

Come funziona reverisibilità vitalizi
Parlamento durante votazioni

Altro motivo di critica è il fatto che si possano cumulare più vitalizi derivanti da altre carriere politiche oltre quella del parlamentare. Come quella del Parlamento Europeo e del consigliere regionale. A questi tre vitalizi si può poi aggiungere il rapporto previdenziale di cui si è già autonomamente titolare in ragione del proprio originario rapporto di lavoro, pubblico o privato. Pertanto, vi sono ex parlamentari che percepiscono anche più di 6mila euro netti al mese.

A tal proposito, a fine XV legislatura in Parlamento fu introdotto un regime di sospensione del vitalizio per gli ex parlamentari titolari di altre cariche pubbliche vitaliziate, quale ad esempio la pensione percepita dai consiglieri del Consiglio superiore della Magistratura. La sospensione del pagamento della pensione opera qualora l’ex Senatore o ex Deputato sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale. Tale sospensione si applica altresì a tutti gli incarichi incompatibili con lo status di parlamentare, qualora comportino un’indennità pari almeno alla metà dell’indennità parlamentare lorda.

Vitalizi politici: come funziona reversibilità

C’è poi un altro costo che lo Stato deve tenere in conto: la reversibilità del vitalizio da parlamentare a moglie e figli una volta che l’onorevole sia deceduto. Nel 2015, gli «Assegni vitalizi di reversibilità» per la Camera ammontavano a 25,3 milioni di euro. Per il Senato, che ha un numero minore di componenti, la cifra è stata inferiore: 18 milioni di euro in un anno. Sommati, gli assegni di reversibilità dei due rami del Parlamento ci costano ogni anno oltre 40 milioni di euro. Al 2015, sono 652 i familiari di ex parlamentari che ne godono. C

Come funziona la reversibilità per i familiari degli ex parlamentari? Viene anch’essa regolamentata dal «Regolamento per il trattamento previdenziale dei deputati» e prevedono che il vitalizio del parlamentare vada al coniuge superstite nella misura del 60%, più 20% per ogni figlio, oppure in mancanza di vedovi ai figli superstiti, oppure in mancanza di prole a fratelli e sorelle «che risultino fiscalmente a carico del deputato deceduto».

I consigli regionali non sono ovviamente da meno. Come riporta Libero, solo la Regione Sicilia paga ogni anno 117 assegni di reversibilità che pesano sul bilancio regionale 6 milioni di euro. Anche in Abruzzo i congiunti di 34 ex consiglieri regionali ricevono ogni mese un assegno di reversibilità pari al 50% dell’importo che spettava ai loro cari, mentre la Campania spende un milione e 700 mila euro per mantenere in tutto 184 coniugi, figli e parenti di ex consiglieri defunti. Vitalizi infiniti, anche dopo la morte. Dato che passano poi ai figli, pertanto, se il consigliere regionale ha iniziato il suo incarico ventenne, Lo Stato dovrà pagare un vitalizio anche per oltre 100 anni, qualora i figli siano arrivati quando era trentenne o quarantenne e godono di ottima salute.

Vitalizi politici: chi ha rinunciato

Enrico Endrich
Enrico Endrich, unico parlamentare della storia a rinunciarci

In Italia vi è stato un unico caso di parlamentare che ha rifiutato il vitalizio: trattati di Enrico Endrich, eletto nelle liste del Movimento Sociale Italiano nel 1953, ma dimessosi nel 1955 per protesta proprio contro l’approvazione della legge che istituiva il vitalizio per i parlamentari. Dato che il vitalizio è stato fin da subito non rinunciabile, l’unico modo che ebbe Endrich per rinunciarvi fu quello di dimettersi dalla carica di parlamentare. Proprio per non cumularlo. Lo stesso fece la moglie con la reversibilità dopo la sua morte. Come raccontano le cronache dell’epoca, però fu eletto nuovamente alle elezioni politiche del 1972, al Senato, rimanendovi fino al 1976. La legislatura fu completa e dunque maturò il vitalizio. Evidentemente in quegli anni aveva ben inteso quanto la politica difficilmente rinunci a certi privilegi. Vi sono poi altri casi di politici che vorrebbero rinunciare al vitalizio raggiunti i 65 anni di età. Un caso è quello dello showman Gerry Scotti, che dovrebbe percepirlo malgrado i pochissimi anni passati in parlamento. Rivolgendosi così al Premier Renzi, il quale ha promesso di rendere il vitalizio rinunciabile.