Visioni “oscure” da Barry Eichengreen: l’Europa non ce la farà

barry-eichengreen

Più volte in passato le cassandre della crisi si sono rivelate lungimiranti pensatori. Spesso e volentieri, chi proponeva di frenare con i facili entusiasmi è stato tacciato di pessimismo, salvo poi vedersi realizzate tutte le previsioni – per quanto negative – pronunciate tra lo scontento generale. Oggi che la crisi sta per finire – almeno a detta dei policymaker – si sta levando la voce di una cassandra autorevole: Barry Eichengreen, professore all’Università di Berkeley, direttore del Fondo Monetario Internazionale dal 1997 al 1998.

In un interessante editoriale apparso di recente su Il Sole 24 Ore, Eichengreen ha offerto un ritratto dell’Europa. Un ritratto a tinte fosche, che parla di un circolo vizioso e di un problema strutturale gravissimo, forse insanabile. L’autore dell’articolo si è chiesto quale sia la palla al piede che impedisce al Vecchio Continente di spiccare il volo. La risposta che molti si stanno dando in questo periodo post campagna elettorale è una sola: l’euro (d’altronde anche studiosi di chiara fama come Bagnai rispondono in questo modo). La risposta di Eichengreen è però diversa. La responsabilità va alla struttura dell’Unione Europea, alla lentezza delle sue istituzioni. Il massimo organismo politica dell’Europa è stretto in un sistema di pesi e contrappesi che provoca una difficoltà generale a prendere decisioni tempestive. L’interpretazione dell’economista appare corretta. Basti pensare al tema di questi giorni: il Quantitative Easing della Bce.

Dalle nostre parti si sta discutendo finalmente circa l’opportunità di introdurlo, negli Stati Uniti c’è già da qualche anno e anzi oggi sta per essere abbandonato. Il giudizio di Eichengreen è lapidario: “Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi ultimi quattro anni è che l’Unione europea non ha la capacità di agire in modo risoluto, con i suoi 28 Paesi membri i processi decisionali sono lenti. È difficile definire gli interessi comuni e di conseguenza è difficile concludere accordi in cui gli oneri vengano ripartiti”.

Ma ci sono altri ostacoli che impediscono all’Europa di imboccare convintamente il percorso della crescita. Questi coincidono con le regole, scritte e non, che gli stessi europei si sono dati e, più nello specifico, con l’avversione alle politiche monetarie espansive considerate non convenzionali. Insomma, c’è troppa attenzione alle politiche di bilancio. Il risultato è che la domanda non viene mai stimolata. Questa tendenza provoca delle distorsioni e compromette quanto di buono i Governi saltuariamente riescono a fare. Eichengreen in questo caso cita l’Italia: l’esecutivo Renzi sta facendo bene, sta stimolando la domanda con politiche di sgravi fiscali. Lo sta facendo, però, tagliando la spesa con il risultato di non stimolarla affatto.

Un altro problema infine, ha a che vedere con il rapporto tra economie europee ed economie emergenti. Vista la carenza di domanda interna, le prime esportavano verso seconde. Ovviamente, lo fanno tutt’ora ma il modello si sta incrinando pericolosamente proprio perché i BRIC stanno crescendo con minore intensità. E, alla luce di quanto detto sull’eccessiva attenzione alle politiche di bilancio, le imprese europee rischiano di non avere sbocchi per le loro merci.