Vino: la Brexit fa più paura dei dazi di Trump

Investire nei vini italiani conviene. Credits: Simon Cook, flickr

Vino: vittima privilegiata delle guerre dei dazi? Un periodo davvero nero – e di certo non d’Avola – per gli amanti del vino. Negli ultimi giorni, infatti, fra Europa e USA si è sviluppata una guerra furiosa su dazi e importazioni.

L’amministrazione di Trump ha sfoderato un “ricatto” da 11 miliardi di dollari di dazi, in risposta al “tradimento sleale” (secondo gli USA) dell’Europa nel favorire l’acquisto di veicoli Airbus piuttosto che Boeing.

Dazi che, nella lista dei prodotti influenzati, colpiscono prosecco, pecorino, olio e vini di tutti i tipi.

Al Vinitaly di Verona è risultato già evidente il tono allarmistico con cui la notizia è entrata a gamba tesa nel mercato dei viticoltori, colpendo in generale l’intero settore agroalimentare italiano.

Un’ennesima preoccupazione aggiunta alla già difficile ed esasperata situazione riguardante la Brexit e il mercato vinicolo.

Mercato dei vini fra Brexit e Vinexit

Se da una parte la Brexit rappresenta forse uno dei cambiamenti più eclatanti dalla creazione dell’Unione Europea, dall’altra l’apparente vuoto legislativo riguardante l’esportazione e l’importazione di prodotti è forse ancora più d’impatto, specie per il mercato dei vini italiani, dove la Gran Bretagna rappresenta il terzo acquirente con un fatturato che si aggira intorno agli 800 milioni di euro annui.

Non solo, un danno economico in uscita, ma persino l’importazione diventerà problematica, in quanto in un panorama economico dove il paese anglosassone sarà trattato come un paese extraeuropeo, anche l’importazione dei prodotti vinicoli sarà molto più esoso e senza una legislazione precisa, dal momento che ogni forma di scambio era tutelata dagli organi centrali dell’UE.

Niente panico, solo soluzioni

La Wine & Spirits Trust Association (WSTA) non è comunque stata a guardare lo “sfacelo” economico e sta collaborando a stretto contatto con le realtà europee affinché si profili uno scenario post-Brexit che non sia vincolato a barriere economiche e vincoli doganali troppo ferrei.

La speranza generale è che, dato anche il recente rinvio ad ottobre per il famigerato “passo fuori” e i 44 anni antecedenti alla Brexit, vi sia un “ammorbidimento” delle regole e la creazione di un rapporto particolareggiato di scambi con un cosiddetto “Paese Terzo” (ovvero extracomunitario) di natura eccezionale, che non impedisca al mercato inglese l’importazione di vini europei – i quali si è stimato che per la sola provenienza italiana abbiano creato per il 2017 una richiesta di mercato per circa 1,3 milioni di sterline – e che favorisca l’esportazione dei loro prodotti all’estero.

Il valutare soluzioni post Brexit costituisce di per sé un’eccezione e rappresenterebbe la prima nel suo genere. I termini da porre sono molti e non sarebbe di certo il primo accordo UE-GB dove non si trova un accordo soddisfacente.

Una guerra con vittime illustri

Nonostante queste sciabolate economiche, superalcolici e birre continuano a non essere toccate dalle stesse condizioni, ma ovviamente il “No-deal” della Brexit potrebbe portare presto gravi conseguenze anche su questi prodotti.

L’unica speranza, che è poi la stessa dei vinicoltori, è che la Brexit sia affrontata in maniera “ponderata”, senza creare severe conseguenze al mercato europeo (e conseguentemente mondiale) e rappresentando l’esasperazione del sentimento nazionalistico inglese, risparmiando vini e altre vittime innocenti.

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