Variabili economiche, il “problema” italiano del costo del lavoro

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Tra le variabili macroeconomiche più interessate dagli annosi problemi italiani, spicca il costo del lavoro. La sintesi del dibattito è d’altronde nota: a tarpare le ali all’Italia c’è, appunto, il costo del lavoro che, essendo troppo alto, impedisce alle imprese di essere competitive.

Tutto fila, peccato che ci sia un “ma” grosso quanto una casa. Il costo del lavoro, infatti, è un falso problema. O, come minimo, non è nemmeno lontanamente il problema più importante. D’altronde non sarebbe la prima volta che un tema di poco peso è amplificato dai media. Perché il costo del lavoro è un falso problema? A parlare, in questo caso, sono i numeri. Per la precisione, i numeri dell’Eurostat, che ha appunto fotografato la situazione dell’universo lavoro in Europa. Ebbene, in Italia il costo del lavoro è nella media dell’Eurozona. Un’ora di lavoro costa nel Bel Paese, mediamente, 28,3 euro. Nei paesi della moneta unica, la cifra raggiunge 28,1. Certo, se si considera l’Unione Europea nel suo complesso, la media scende a 23, ma siamo comunque di fronte a differenze abbastanza contenute.

Davanti a noi, in Europa, c’è un gran numero di nazioni. Il primo posto in questa speciale classifica è occupato dalla Norvegia (48,5 euro), mentre il secondo dalla Svezia (40). Francia e Germania fanno registrare invece una media di 34 e 31 euro. Questo dato, però, va letto alla luce di due considerazioni.

La prima è la differenza a livello di servizi. Il costo del lavoro è altissimo nei paesi scandinavi e lo è soprattutto per l’elevato livello di tassazione. Questa è una caratteristica “locale”. Pressione fiscale “pazzesca” a fronte di una qualità dei servizi adeguata, e con tutta probabilità senza eguali al mondo. La seconda considerazione è il peso della pressione fiscale. Il costo del lavoro, infatti, si compone di questa voce con, in aggiunta, la voce “salario”. L’Italia è lontana dalla vetta nella classifica complessiva, ma in quella del “peso della tassazione” è quarta. Se la media nell’eurozona è del 23%, in Italia questa cifra sale al 28%. Questo vuol dire che nel Bel Paese, il problema non è il costo del lavoro in sé, ma la tassazione sulle imprese.

Una consapevolezza in questo senso pone degli interrogativi: è necessario porre l’accento sulla flessibilità dei contratti, e quindi sulla possibilità dei datori di proporre – e farsi accettare – salari sempre più bassi? Si tratta evidentemente di una domanda retorica, ma comunque da evidenziare alla luce del fatto che ci deve prendere atto di questa piccola verità non l’ha ancora fatto.

Se la tematica del costo del lavoro non è quella più importante in una prospettiva di competizione globale, allora qual è il fattore decisivo? Uno di questi è sicuramente la questione degli investimento in Ricerca e Sviluppo. Se l’Italia non vuole farsi trascinare in una guerra dei prezzi (al ribasso) allora deve vendere oggetti di qualità maggiore, e questo può farlo solo spendendo in R&S.

L’investimento dello Stato in Ricerca e Sviluppo è dell’1,26% sul Pil, una percentuale lontanissima dall’obiettivo (3%) imposto dalla Strategia di Lisbona. A preoccupare, però, è la carenza di investimenti – sempre in questo senso – del settore privato: 0,5% a fronte del 2% della Germania e dell’1,5% della Francia.