Uscita dall’Euro: Come Guardare il Dito e Dimenticare la Luna

L’uscita dall’euro è uno dei grandi topic della politica contemporanea. Sono molti i partiti che sostengono la tesi secondo cui l’abbandono della moneta unica darebbe impulso alla crescita.

Il problema vero è rappresentato da un semplice fatto: l’uscita dall’euro è un salto del buio. In fondo, su questo sono d’accordo anche i partiti più estremisti. Semplicemente, per alcuni gli effetti collaterali sono un prezzo sopportabile, e giusto rispetto alle prospettiva di crescita economica.

Ci sono però molti indizi che suggeriscono una piccola grande verità. Additare l’euro come la causa di tutti i mali, e considerare la sua distruzione alla stregua di una panace, è un po’ come guardare il dito e dimenticarsi la luna.

La ragione per cui uscire dall’euro sarebbe auspicabile è il ripristino della sovranità monetaria dei singoli stati. Quest’ultimo obiettivo è legittimo. Ma raggiungerlo attraverso la dissoluzione della moneta unica è paragonabile a utilizzare la bomba atomica per far saltare in aria un palazzo. Il palazzo salta, nulla da dire, ma gli effetti collaterali sarebbero devastanti, ed esistono tanti altri strumenti meno distruttivi e comunque utili.

La sovranità monetaria è un obiettivo legittimo, ma non il più importante. Il problema non sta nel fatto che gli stati membri sono stati esautorati da questo potere piuttosto nella separazione tra l’ambito monetario e l’ambito fiscale. Insomma, nell’Unione Europea la politica monetaria e la politica fiscale sono divise. La prima è decisa a livello comunitario, la seconda a livello nazionale. Questa eccezione alla regola è figlia dell’ideologia liberista, secondo cui la leva fiscale è meno importante di quella monetaria.

Si tratta di una eccezione alla regola in grado di ostacolare la normale – e altrimenti fisiologica – uscita dalla crisi. Se è vero che occorre uno stimolo per far ripartire l’economia, è inutile immettere liquidità nel sistema (attraverso la politica monetaria) se poi dall’altro lato (attraverso la politica fiscale) si tassa e si riducono gli investimenti. Perché è proprio ciò che rischia di accadere, quando le due politiche sono divise. Gli Stati, magari dietro “incoraggiamento” delle stesse istituzioni europee, possono produrre austerity mentre la banca centrale abbassa i tassi di interesse.

Guarda caso, è proprio quello che è accaduto in questi anni. Il risultato è che il denaro riversato dalle manovre della Bce si è fermato a un livello molto lontano dall’economia reale. Si è fermato alle banche, che hanno utilizzato i soldi non per finanziarie le imprese e le famiglie, ma per speculare acquistando titoli di debito o per coprire gli squilibri nei loro bilanci. Per dirla in maniera semplice, la giovane coppia che ha chiesto il mutuo non l’ha ottenuto perché non potuto offrire delle garanzie, mancando – in tempi di austerity – una presenza dello Stato così forte da garantire la piena occupazione.

E’ questo il senso della metafora tra il dito e a la luna. Il dito è l’uscita dall’euro, la luna è il vero problema: che non è nemmeno la sovranità monetaria, ma l’architettura dell’Unione Europea. Questa è stata costruita per funzionare in un periodo di crescita economica perpetuo e moderato, come si prospettava all’epoca in cui sono avvenute e decisioni più importanti (primissimi anni Novanta), e presenta molte contraddizioni e implicazioni negative.

La Bce non è stata dotata di strumenti per combattere la crisi. Gli architetti dell’Ue condividevano con la Germania la paura dell’inflazione, quindi hanno ridotto le possibilità della Bce in campo monetaria, evidentemente sicuri che strumenti forti e – secondo loro – gravidi di effetti inflazionistici non sarebbero mai stati necessari. Un esempio? La Bce non può acquistare direttamente i titoli di Stato perché, proprio per statuto, non può finanziaria gli Stati. E’ il motivo per cui il Quantitative Easing di Draghi è zoppo. Per non parlare dell’assurdo compromesso sul fronte delle coperture (che sono in larghissima parte assegnate alle banche centrali nazionali).

Manca qualsiasi strumento di ridistribuzione fiscale. L’Unione Europea è una “Area monetaria non ottimale”, ossia una regione eterogenea a livello economico ma che condivide una moneta. Anche l’Italia lo è (la Lombardia è più ricca della Calabria) ma possono coesistere perché c’è ridistribuzione fiscale. L’architettura comunitaria non contempla la ridistribuzione fiscale e nemmeno pensa a conquistarla. La Germania su questo fronte non intende retrocedere di un passo. Per inciso, i danni che scaturiscono da un’Area monetaria non ottimale sono l’aumento della disuguaglianza economico tra gli Stati e l’indebitamento dei “piccoli” nei confronti dei “grandi”. Non è un fatto da poco, se pensiamo al rapporto tra Germania e Grecia.

Gli equilibri di potere nell’Unione Europea sono troppo ambigui. L’Unione Europea è diretta da un potere esecutivo e da un potere legislativo (che ogni tanto si mischiano, ma non è questo il punto), come tutte le entità statali. E allora perché, quando la Russia e l’Unione Europea dialogano per evitare una guerra, di fronte a Putin siede la Merkel e non la Mogherini? Ovviamente questa ambiguità si riflette anche quando non si decide di politica estera ma di architettura istituzionale. Il problema è che ci sono troppo contrappesi nel sistema europeo, e questo paralizza ogni tentativo di rinnovamento. Alla fine, se chi deve decidere non riesce a farlo, a prendere il sopravvento è il più forte. Nel nostro caso, la Germania.

Il corollario di questa lunga riflessione è intuitiva. Anziché pensare alla distruzione dell’euro o al ripristino della sovranità monetaria, bisognerebbe tentare di risolvere i problemi dell’architettura dell’Unione Europea. Perché, per far saltare un palazzo (e costruirne un altro) è sufficiente una carica di dinamite…