Uscire dall’Euro si può, ecco come

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Serpeggia la percezione secondo cui uscire dall’euro darebbe il via a conseguenze catastrofiche. Uscire dall’euro, e ritornare alle valute nazionale, sarebbe come fare un salto nel buio. Sulla base di questa credenza i fautori di un abbandono della moneta unica vengono continuamente stigmatizzati come persone, almeno dal punto di vista politico, pericolosissime.

In loro soccorso giunge però un famoso economista, Ross McLeod, che dalle pagine del Wall Street Journal suggerisce un metodo, non certo pratico ma abbastanza indolore, per tornare alla lira, al franco e alla dracma. In verità, l’esempio da lui utilizzato è quello greco, ma sostituendo la dracma alla lira viene fuori una sorta di vademecum per tornare alla lira.

Prima di procedere con i passaggi è giusto chiarire perché mai l’Italia dovrebbe uscire dall’euro. Si può riassumere il tutto con due parole: sovranità monetaria. L’euro ha tolto all’Italia, come a tutti i paesi membri del resto, la possibilità di utilizzare a proprio piacimento gli strumenti di politica monetaria espansiva. Strumenti che, secondo i post-keynesiani, sono indispensabile per uscire dalla recessione.

Ad ogni modo, tornare alla lira non dovrebbe essere traumatico ma “spalmato” lungo un certo periodo di transizione, che potrebbe durare anche anni. Ecco i passaggi da fare.

1. Bankitalia stabilisce il cambio euro-lira. Una cifra arbitraria, “giusto per cominciare”, che non influisce sulle future fluttuazioni. Un cambio adatto, giusto per restituire alla nuova-vecchia moneta una certa familiarità, potrebbe essere quello classico, ossia 1 euro = 1936,27 lire.

2. Bankitalia decide la quantità di lira da emettere. La quantità deve essere pari al numero di euro che, secondo stime, sono detenute dagli italiani. Se gli italiani detengono, ad esempio, 3.600 miliardi di euro euro, la nostra banca centrale deve emettere qualcosa come 7 milioni di miliardi di lire.

3. Bankitalia stabilisce il periodo di transizione, anch’esso arbitrario. McLeod suggerisce 36 mesi.

4. Sempre Bankitalia comincia a emettere la lira. Emetterà ogni mese un trentaseiesimo dell’emissione totale prevista.

5. Ancora Bankitalia inizia a comprare euro e a vendere lire ai principali attori economici che ne fanno richiesta. Sarà proprio la quantità delle transizione a determinare il tasso di cambio di volta in volta. In questo modo la lira potrà rivalutarsi o svalutarsi, ma a deciderlo sarà “il mercato”. Lo Stato ricopre dunque un ruolo marginale, in modo da non “mettere paura” agli investitori internazionale e fare apparire il ritorno alla valuta nazionale come la cosa più naturale di questo mondo.

Ovviamente, almeno per i tre anni della transizione, l’Italia vivrà la coesistenza di lire ed euro, la quale terminerà solo quando tutto l’euro nelle tasche degli italiani verrà venduto in cambio di lira. Questa coesistenza non deve preoccupare, in quanto, come molti ricorderanno, ha caratterizzato l’Italia dall’ 1° gennaio al 31 luglio 2002.

C’è un ma. Viene creata moneta dal nulla, moneta in lire che al termine della transizione sarà in euro. Euro che Bankitalia potrebbe utilizzare, in compenso, per acquistare asset nell’Unione Europea.