E se uscire dall’Euro fosse veramente una catastrofe?

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Spirano forti i venti della protesta in Europa. Protesta che, per ora, si sta svolgendo in modo pacifico, assorbita da partiti e movimenti che, da un lato all’altro del continente, conservano un saldo profilo istituzionale. Questi soggetti politici, però, sono d’altra parte profondamente anti-sistema. Termine, questo, che oggi vuol dire essere contro l’euro.

Anche in Italia, sono in molti a spingere per debellare la moneta unica. Non solo politici, come – non esplicitamente – Grillo e i parlamentari del Movimento Cinque Stelle, ma anche economisti di una certa fama e pienamente inseriti in un contesto accademico di livello. Tra questi spiccano, per presenzialismo televisivo, Claudio Borghi, Paolo Barnard e Alberto Bagnai. Le loro tesi si differenziano di poco, soprattutto per la radicalità che, per esempio, manca nel terzo e abbonda nel secondo, ma l’idea di fondo è la stessa: l’euro impedisce all’economia italiana di crescere e strutturalmente – e non solo per il cattivo uso che se ne fa – porta alla disoccupazione e alla recessione.

Ad ascoltare i dibattiti in televisione e nei giornali sembra proprio che uscire dall’euro sia una soluzione come minimo da prendere in considerazione. E se non fosse così, e se in verità uscire dall’euro fosse una catastrofe? Rispondere in maniera affermativa a quest’ultima domanda vorrebbe dire, oggi, con un clima politico così orientato, fare la parte del diavolo.

Il diavolo però, questa volta, potrebbe avere ragione.

In effetti ci sono alcuni elementi che rendono come minimo rischioso uscire dall’euro. Il bello è che tali elementi non sono negati dagli economisti anti-euro. Semplicemente, si tratta di un rischio che vale la pena correre.

Qual è il problema principale che l’Italia affronterebbe una volta uscita dall’euro e tornata alla lira? Il problema, paradossalmente, coincide con il vantaggio. Due facce della stessa medaglia e questa medaglia è la svalutazione competitiva. Svalutare la moneta nazionale vuole dire dare fiato all’export, risultare desiderabile nei mercati internazionale. Vuol dire quindi vendere e salvare le imprese italiane.

Svalutare, però, vuol dire anche causare distorsioni nelle importazione. E’ ovvio: se la moneta vale meno, vendo con facilità ma acquisto con difficoltà. Ciò in Italia sarebbe una bella gatta da pelare, dal momento che scarseggiamo di materie prime e persino di energia elettrica e gas.

Di fronte a queste affermazione, gli anti-euro si affretterebbero a rispondere che la svalutazione consisterebbe di pochi punti percentuali, perché semplicemente questi basterebbero a imprimere la crescita senza complicare troppo la questione dell’import. Un appunto da fare è però il seguente: siamo sicuri che il processo di ritorno alla moneta unica sarebbe così controllato? I mercati internazionali sono in prevedibili e potrebbero essere proprio loro i responsabili di una svalutazione eccessiva dalle rinata lira.

Senza contare, poi, che il debito italiano salirebbe quasi certamente, anche nel caso di una svalutazione leggera. Gli attuali titoli di debito sono emessi in euro e la nuova (o vecchia) moneta nazionale italiana sarebbe per definizione (e per volontà) più debole dell’euro, ammesso che al termine del processo di uscita dell’Italia esistesse ancora.

Insomma, tornare all’euro si può fare, almeno teoricamente. Occorrerebbe, però, una pianificazione così certosina da ridurre al minimo le conseguenze negativo che, come abbiamo visto, in alcuni casi sono ineluttabili.