UE contraddice la teoria dell’area valutaria ottimale

Ci sono molti motivi per criticare l’attuale assetto dell’Unione Europea. C’è chi lamenta un’attenzione eccessiva nei confronti della disciplina di bilancio, c’è chi la considera poco democratica e chi la accusa di disinteressarsi dei destini economici dei vari paesi membri.

Eppure c’è un motivo per cui si può affermare con assoluta certezza che l’Unione Europa così come è non va bene. Un motivo oggettivo, che procede dalle scienze economiche.

La verità è che la struttura stessa dell’Europa, e le regole che la governano, contraddicono una teoria. La teoria della “Area valutaria ottimale”.

Questa è stata elaborata nel 1961 e ha fin da subito incontrato un favore trasversale (anche se con qualche riserva). Insomma, rappresenta uno dei pochi casi in cui keynesiani e monetaristi si sono trovati d’accordo.

Cosa prevede la teoria dell’Area valutaria ottimale? La frase in grado di sintetizzare l’intero concetto è la seguente: è necessaria la presenza di alcune specifiche condizioni affinché un gruppo di Stati che condividono la moneta o che agiscono in un regime di cambi fissi non sia vittima di un aumento della disuguaglianza o, peggio, di una crisi economica strutturale.

Queste condizioni hanno la funzione di compensare un pesantissimo effetto collaterale determinato proprio dalla natura stessa dell’area valutaria. In essa, non esiste il regime di cambi flessibili. Gli Stati deboli non possono svalutare la propria moneta per reagire alle migliori performance in termini produttivi degli Stati forti.

Nelle aree valutarie eterogenee al loro interno (il 99% di quelle possibili) accade sempre che lo Stato A riesca a produrre meglio e al minor costo alcuni prodotti e che quindi riesca a venderli con profitto non solo nel suo mercato interno, ma anche nei mercato dei paesi B, quelli più deboli. A quel punto, questi non possono fare nulla per evitare squilibri nella propria bilancia commerciali: non possono svalutare, ergo non possono recuperare competitività in tempo utile.

Vi ricorda qualcosa? Questo è esattamente lo scenario che l’Europa sta vivendo attualmente. La Germania produce e vende, e soprattutto esporta nei paesi del Sud, innescando processi di disinflazione e di erosione del mercato del lavoro.

C’è un modo, però, affinché le aree valutaria, e quindi l’Europa stessa, sfuggano a questo destino. Questo modo, come anticipato all’inizio di questo articolo, è la soddisfazione di alcune condizioni. Eccole.

Mobilità di lavoro e di capitale. Per compensare la mancanza di competitività determinata dall’impossibilità di svalutare la moneta, un’area valutaria dovrebbe prevedere la mobilità dei lavoratori e delle risorse. Se un paese è debole, deve poter accogliere i migliori lavoratori e viceversa. Lo stesso vale per gli investimenti. Insomma, è necessaria lo scambio – il più possibile reciproco – dei fattori produttivi. Questo avviene normalmente all’interno dei singoli Stati (sotto forma di emigrazione interna, ma va bene lo stesso dal momento che comunque riduce la disoccupazione a livello nazionale). In Europa, non avviene, o avviene in modo insufficiente. Ci sono troppe barriere: linguistiche, culturali e giuridiche.

Integrazione fiscale. Si dovrebbe giocare ad armi pari. Non dovrebbero esserci sacche di popolazione falcidiate da una pressione fiscale alta, e altre sacche più “accoglienti” da questo punto di vista. Soprattutto, ci dovrebbero esserci sistemi di ridistribuzione delle risorse. Anche in questo caso, a livello nazionale è tutto secondo norma (più o meno) grazie soprattutto ai trasferimenti agli enti locali. A livello europeo non esiste nessun sistema di redistribuzione. Anzi, quando si cerca di aiutare i deboli a scapito dei più ricchi esplodono lamentele e critiche.

Diversificazione produttiva. Se i paesi dell’area sono eterogenei dal punto di vista della produzione, ossia un Paese produce soprattutto una merce e un altro paese produce soprattutto un’altra merce, allora la compensazione può avvenire in modo naturale. Il paese debole “recupera terreno” perché, almeno in quel settore, realizza performance migliori rispetto al paese forte. Peccato che in Europa, gli Stati si somiglino un po’ tutti dal punto di vista produttivo. La Germania è un colosso del manifatturiero, ad esempio, e lo stesso si può dire di Francia e Italia.

Grado di apertura dell’economia. Un’ancora di salvezza per i paesi deboli è rappresentata dai mercati internazionali. Se all’interno dell’area valutaria subisce lo strapotere dei forti, dunque non riesce a esportare, può cercare di vendere i suoi prodotti all’estero. Questo è in teoria possibile, peccato però che sia il contesto a causare qualche problema. Nello specifico, un contesto in cui le economie emergenti godono di un costo del lavoro ancora molto basso e in cui i colossi di un tempo (come l’Italia) arrancano. Nonostante questo, molte imprese italiane stanno sopravvivendo grazie all’export in Cina, Russia, Brasile etc.

Condivisione del potere politico. Un area valutaria si basa sulla cessione di sovranità monetaria e in parte fiscale. Gli Stati membri, per esempio, non hanno nessun potere nei confronti della banca centrale. In Europa questa “privazione” è ultimamente molto sentita. Per compensare la mancanza di autonomia è necessario, quindi, che il potere venga condiviso equamente. Dal punto di vista formale, l’Ue è democratica e imparziale. Così democratica da essere lenta. Dal momento che la lentezza in tempi di crisi è una caratteristica poco desiderabile, spesso a comandare è il più forte. Quindi, la Germania, che gode di un enorme potere “informale”.

Flessibilità di prezzi e salari. Questa in verità non è una condizione, ma una conseguenza. E’ lecito pensare, però, che senza la possibilità per i prezzi e di salari di “aggiornarsi” in continuazione, la crisi economica sarebbe stata ancora peggiore. Ad ogni modo, lo strapotere economico della Germania ha imposto ai produttori italiani (insieme a quelli greci, spagnoli, francesi etc) di abbassare i prezzi delle merci. Di conseguenza, si sono abbassati anche i salari. Si è trattato, ovviamente, di un passo necessario, ma molto nefasto per il tenore di vita degli europei.