TTIP, come funziona l’area di libero scambio più grande della storia

TTIP sta per Trattato Transantantico per il Commercio e gli Investimenti, in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership. Creerò il più grande area di libero scambio della storia dell’uomo. L’utilizzo del tempo futuro è d’obbligo, dal momento che il trattato è ancora in corso di negoziazione tra l’Unione Europea e Stati Uniti (in ballo però ci sono anche Canada e Messico).

Lo scopo del trattato è quello di creare una sorte di unione economica del mondo occidentale. Una riedizione su scala ancora più grande di quanto è accaduto, a partire dagli anni ’50, in Europa.

L’argomento sta interessando gli analisti, oltre che le forze politiche di entrambe le sponde dell’Atlantico. D’altronde, i numeri in gioco sono impressionanti. L’area coprirebbe una trentina di paesi, ospiterebbe quasi un miliardo di individui e riguarderebbe il 47% del Pil mondiale.

Quali sono i pro e i contro del TTIP? Rappresenta un passo in avanti o rischia di compromettere il futuro economico dell’Occidente? Di seguito, un’ampia panoramica con i pro e i contro del caso.

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Il principio, piuttosto ideologico a dire il vero, che sottintende al TTIP è l’unificazione del mondo occidentale. Secondo molti thinktank questo passo rappresenterebbe la fisiologica conseguenza della fine della guerra fredda. Una sorta di assestamento dei cambiamenti che si sono verificati a partire dagli anni Novanta.

Se per quasi tutto il Novecento il mondo è stato diviso nel blocco occidentale e nel blocco asiatico, oggi – forse ancora ufficiosamente – è diviso in Occidente e Oriente. Da un lato Europa e America, dall’altro Cina, India, Russia.

Questa consapevolezza ci porta alla vera ragione di esistere del TTIP: difendersi dallo strapotere dei BRICS. Nonostante la crisi valutaria che ha colpito le economie emergenti nell’ultimo anno, e la crisi economica che ha causato loro un rallentamento, fanno ancora paura. Da un certo punto di vista, l’Occidente è inerme di fronte al loro avanzamento. L’impossibilità di difendersi adeguatamente è data da alcuni plus di cui i BRIC godono. La Russia, per esempio, possiede immense fonti di energia. La Cina, e in generale l’Asia, un costo del lavoro bassissimo.

Il TTIP è, sotto alcuni punti di vista, un metodo per svincolarsi dalla dipendenza – in termini di esportazione – che alcuni paesi Occidentali hanno maturato nei confronti delle economie emergenti. Il tutto all’insegna del detto “l’unione fa la forza”.

Ad ogni modo, i contenuti del trattato dovrebbero prevedere la diminuzione del potere legislativo dei partecipanti. Insomma, una cessione della sovranità a un livello più alto. Questa privazione dovrebbe riguardare solamente la redazione di leggi di tipo protezionistico. Gli Stati dovranno rinunciare o ogni velleità protezionistica.

Verranno quindi annullati i dazi doganali e verrà implementata fino al massimo consentito la mobilità della forza lavoro. La base del TTIP sarà rappresentata dalla libera circolazione del lavoro, delle merci e del capitale.

Un punto importante è anche la creazione di un’autorità di arbitraggio internazionale. Il suo nome dovrebbe essere Investor-state dispute settlement (ISDS) e avrà il compito di vigilare sul comportamento dei Governi (affinché non producano leggi protezioniste) oltre che accogliere le denunce di “perdita di profitto” che verranno eventualmente mosse dalle imprese ostacolate proprio dalle legislazioni dei paesi membri.

Vantaggi

Il TTIP ha stimolato l’attenzione dei detrattori e dei sostenitori. Le ragioni di entrambi appaiono a una prima analisi condivisibili. Ovviamente, il giudizio finale dipenderà dall’esito delle consultazioni che le due parti stanno conducendo in questi mesi. Proprio le consultazioni rappresenteranno il materiale principale per la redazione di ogni singolo punto del trattato.

Il vantaggio principale dovrebbe essere l’aumento della domanda interna, dove per domanda interna si intende quella prodotta in tutti i paesi e non solo a livello nazionale. Se il mercato si libera dai vincoli, le imprese potranno vendere le proprie merci in quantità maggiori. Le stesse imprese potranno creare vantaggio competitivo perché finalmente in grado di accogliere lavoratori qualificati ovunque essi si trovino, e non solo nelle “vicinanze”; idem per le materie prime.

“L’effetto collaterale” più importante è la crescita del Pil. Una stima approssimativa, ma dichiaratamente per difetto, parla di 120 miliardi in un anno per l’Europa e di 90 miliardi per gli Stati Uniti. In termini differenziale, si parla di un aumento del Prodotto Ue dell’1% e del Prodotto Usa dello 0,8%.

I vantaggi, per quanto astratti e lontani dal sentire della gente, sono anche politici. Un Occidente unito economicamente è un Occidente forte e in grado di competere degnamente nei consessi internazionali. A tal proposito il presidente del Siosi Franco Frattini ha dichiarato: “Questo non è solo un accordo, ma è un rinascimento transatlantico. E’ sicuramente la mossa politica più importante da anni, perché non interessa solo l’economia, ma anche la credibilità che la politica europea e americana devono confermare ai propri cittadini”.

Buone notizie anche per i “deboli” come, appunto, l’Italia. Il Bel Paese dovrebbe recuperare terreno nei confronti degli Stati Uniti. Questi già eccellono nelle esportazioni, dunque gli effetti del TTIP saranno presumibilmente minimi. Discorso inverso per l’Italia, che ha un potenziale di esportazioni ancora inespresso.

Gli svantaggi

Duole dirlo, ma se i vantaggi (eccetto che per export e crescita) sono astratti. Gli svantaggi, o meglio i rischi, sono caratterizzati da maggiore concretezza.

Innanzitutto, il TTIP porrà in essere l’interazione di due mercati profondamente diversi dal punto di vista della sicurezza. L’Europa avrà tantissimi difetti, sarà burocratizzata e intrappolata nei dogmi monetaristi ma in quanto a sicurezza non scherza. Gli alimenti e le merci che entrano nell’Ue devono superare mille controlli ed esami, e infine essere certificati da enti severissimi. Questa attenzione non caratterizza l’approccio americano. Il rischio, dunque, è quello che in Europa entrino in circolazione merci non sicure, con potenziali rischi per la salute.

Un altro problema riguarda i salari. La mobilità dei lavoratori, e quindi la possibilità degli europei di lavorare negli States, e degli europei di lavorare in Europa, causerebbe un adeguamento dei salari al ribasso. E, purtroppo per noi, i salari nell’Ue sono più alti di quelli Usa. Questa affermazione potrebbe suonare poco credibile ma è proprio così. Non è una questione di ricchezza, ma di cambio monetario. L’euro vale il 30% in più rispetto al dollaro, da qui la differenza tra i salari nominali. Insomma, il TTIP potrebbe portare a una ulteriore svalutazione del lavoro e quindi al peggioramento della deflazione.

Rischioso è anche il ruolo che potrebbero giocare le multinazionali. L’abbattimento delle barriere doganali gioverebbero soprattutto alle grandi realtà, ossia quelle che fanno dell’export uno degli asset fondamentali. Insomma, alle multinazionali. Dovrebbero passarsela male le piccole imprese, soprattutto quelle locali, che non esportano e non hanno – per ora – intenzione di farlo. Queste sarebbero costrette a competere con dei giganti: soccomberebbero o verrebbero fagocitate.

Un risvolto inquietante sarebbe l’impossibilità, per queste piccole realtà, di ribellarsi. L’ISDS consente alle imprese danneggiate dal protezionismo di appellarsi, cosa che le multinazionali farebbero immediatamente.

Un altro corollario del TTIP è la riduzione del potere dei singoli Stati. Ovviamente, è ancora da definire l’entità delle competenze di cui i paesi membri si priveranno. I detrattori, però, credono che tra queste competenze figuri anche la possibilità di gestire il welfare state. Alcune azioni a protezione dei lavoratori, per esempio, potrebbero essere viste come “protezioniste”.

In che senso si svilupperà l’adeguamento? Per rispondere a questa domanda è sufficiente guardare in casa nostra, in Europa. In presenza di una situazione disomogenea, il sistema si è adattato alle condizioni del più forte. La Germania ha imposto i suoi standard, precipitando il Continente in una spirale deflattiva e spingendo gli attori economici a svalutare il lavoro.

Il ruolo di leader, va da sé, verrà ricoperto dagli Stati Uniti. Da quelle parti, il concetto di welfare è molto relativo. Da un certo punto di vista, non è all’altezza di quello europeo. Per esempio, la sanità pubblica è limitata dallo strapotere del settore privato – anche se Obama ha cercato di porre rimedio con l’Obama-care.

Insomma, il rischio è che l’Europa perda le conquista in fatto di Stato Sociale raggiunte nel Novecento, processo che tra le altre cose è già in atto.