Trump vara dazi doganali: su quali società conviene investire e quali no

Nella sua campagna elettorale, autentica cavalcata alla conquista del Partito repubblicano prima e della Casa bianca poi, Donald Trump lo aveva detto: “America first”. La difesa degli interessi americani per primo. Basta guerre in altri Stati, basta regali economici ai Paesi europei, basta abbassare la testa al cospetto di quelle multinazionali che producono altrove a basso costo per poi vendere negli Usa a prezzi “normali”. E così, a poco a poco, tra un tweet e l’altro, sono arrivate una serie di misure che hanno fatto molto discutere. Ma tutte protese verso questo fine ultimo.

Ultimo provvedimento: i dazi doganali. Roba che credevano ormai sepolta, soprattutto in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo. Dove le economie sono interconnesse e aperte. Sebbene, alla fine, più che portare alla estensione dei diritti, ha comportato un ampliamento delle disuguaglianze sociali. E che i popoli vogliano più difesa dei propri confini, lo dimostra l’avanzamento di partiti nazionalisti e populisti. Che a colpi di muri fisici o legislativi, stanno riportando in auge una priorità per gli interessi nazionali.

Queste le parole utilizzate da Donald Trump per giustificare la sua scelta: “Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale”. I settori interessati dai dazi sono l’acciaio e l’alluminio, mediante un decreto che infligge sulle importazioni dall’estero dazi doganali rispettivamente del 25 e del 10 per cento. “The Donald” fa riferimento all’articolo di legge numero 232, riguardo appunto la sicurezza nazionale.

Sommario

Il motivo dei dazi doganali voluti da Trump

Perchè Donald Trump vuole i dazi doganali? In quanto acciaio ed alluminio sono 2 metalli utilizzati in molte produzioni di armamenti. Come aerei militari, navi da guerra, carriarmati e missili. E l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza. Così, l’inquilino della Casa bianca non vuole che gli Usa siano dipendenti dai paesi esteri riguardo l’approvvigionamento di materiale per la produzione bellica.

Dazi doganali “flessibili”

Tuttavia, i dazi doganali imposti da Trump su acciaio ed alluminio saranno “flessibili”. Ovvero, il Presidente degli Stati Uniti vuole stringere accordi individuali con i vari Paesi in base ai singoli rapporti commerciali. Infatti, sempre a mezzo Twitter, Trump aveva mostrato la sua impazienza nel firmare le nuove misure sin dal mattino, annunciando subito però «grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono i veri amici e ci trattano equamente, sia sul piano commerciale che militare». Un criterio ribadito poco più tardi in una riunione di governo alla Casa Bianca.

Cita ad esempio l’Australia: «Abbiamo relazioni molto buone con l’Australia, abbiamo un’eccedenza commerciale con questo paese formidabile, un partner di lunga data». Di contro, ha citato negativamente la Germania: «Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un pil molto più importante. Questo non è giusto». Il che non è di buon auspicio per l’Unione europea.

Dazi doganali Trump: le critiche

Ovviamente, la decisione di introdurre dei dazi doganali da parte di Trump ha scatenato non poche critiche. A partire dallo speaker della Camera Paul Ryan, che ha così espresso il proprio disappunto: “Sono in disaccordo con questa azione e temo le sue non volute conseguenze. Continueremo a sollecitare l’amministrazione affinché questa politica si concenti su quei paesi e quelle pratiche che violano le leggi commerciali”.

In realtà, questi dazi doganali stanno spaccando lo stesso Partito repubblicano. Di cui, è bene ricordarlo, Trump è un outsider. La cronaca politica riferisce di una rivolta interna di 100 parlamentari repubblicani, e la dimissione del capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, l’ex presidente di Goldman Sachs Gary Cohn. Trump ha liquidato la bollato la scelta di quest’ultimo dandogli del “globalista”, epiteto che per alcuni puzza di anti-semitismo.

Sono 107 i parlamentari repubblicani che hanno firmato una lettera destinata al loro Presidente, nella quale hanno espresso i propri timori riguardo i dazi doganali. Arma per una guerra commerciale che possa frenare la crescita americana.

Dazi doganali di Trump, le eccezioni di Canada e Messico

Il consigliere del Presidente americano per il commercio estero, Peter Navarro, aveva anticipato in un’intervista alla Fox News le due eccezioni temporanee di Canada e Messico. Eppure, questi due Paesi sono entrambi grossi esportatori di acciaio negli Usa. Fa specie soprattutto in quanto con questi due Stati in questo primo anno e passa di amministrazione, ci sono stati anche degli screzi. E con entrambi per motivi riguardanti la politica sull’immigrazione impostata da “The Donald”. Con il Canada, quando il Premier Justin Tredeu espresse nel gennaio 2017 tutto il suo disappunto riguardo il muslim ban. Sui Social, Tredeu, scrisse questo messaggio: “A tutte le persone in fuga da persecuzioni, terrore e guerra, i canadesi vi daranno il bevenuto, indipendentemente dalla vostra fede religiosa. La diversità è la nostra forza’ (…) Non importa quale sia la vostra fede, in Canada siete i benvenuti. La diversità è la nostra forza”.

Tredeu ha pubblicato questo messaggio allegandogli tanto di foto che lo ritrae con una bambina siriana all’aeroporto di Toronto. In tanti hanno sostenuto quel messaggio di integrazione ed accoglienza.

Con il Messico, invece, è nota la battaglia per la realizzazione di un muro. Al fine di evitare che negli Usa entrino clandestini e delinquenti. Per ora il progetto è in fase di embrionale, ma si rese noto lo scorso dicembre che la contesa per la sua realizzazione è tra sei aziende, che hanno presentato 8 modelli. Quattro in cemento e 4 con diversi materiali. I modelli prevedono muri grandi tra i 5 e gli 8 metri e avere una profondità di quasi due metri. Sono stati posizionati nella zona di San Diego, accanto alle barriere già esistenti.

Queste ultime hanno dimostrato tutta la loro inefficacia, dato che solo negli ultimi tre anni, secondo i dati ufficiali della polizia, sono state aggirate almeno duemila volte. Comunque,la stessa amministrazione Trump sa che la costruzione di un muro che copra tutto il confine sia alquanto improbabile. Ma da Trump possiamo aspettarci anche in questo. Inoltre, la polemica col Messico deriva dal fatto che il Tycoon vorrebbe farlo pagare allo stesso paese centroamericano. Che ovviamente non ci sta.

Comunque, a parte queste divergenza sul tema immigrazione, Trump ha esentato questi due stati confinanti dai dazi doganali in quanto classificati come “amici e alleati”. Ma il vero scopo è un altro: è infatti in corso con loro il negoziato per la revisione del trattato Nafta che regola il mercato unico nordamericano. Pertanto, il sospetto è che Donald Trump voglia usare la minaccia dei dazi doganali come strumento di pressione a quel tavolo negoziale. NAFTA sta per North American Free Trade Agreement, NAFTA, firmato dai Capi di Stato dei tre paesi di allora (il Presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush, il Presidente Messicano Carlos Salinas de Gortari e il Primo ministro del Canada Brian Mulroney), il 17 dicembre 1992 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1994. Il giorno stesso della firma, simbolicamente iniziava nello Stato messicano del Chiapas la rivolta zapatista da parte delle popolazioni indigene che vedevano nell’accordo (anche sulla base di precedenti esperienze simili) un ulteriore mezzo volto a trasferire la ricchezza dalle zone povere del Messico verso il Canada e, soprattutto, verso gli Stati Uniti.

Il NAFTA vede come fulcro centrale la progressiva soppressione di tutte le barriere tariffarie fra i paesi che aderiscono all’accordo.

Comunque, fatto sta che almeno per ora, produttori canadesi e messicani di acciaio e alluminio sono esentati dai dazi doganali. Agli altri concede 15 giorni di tempo per trovare soluzioni alternative, esaminando i loro comportamenti non solo sul piano commerciale ma in parte anche su quello militare.

Dazi doganali Trump, quali conseguenze per Europa

Quali conseguenze hanno per Europa i dazi doganali voluti da Trump? La situazione cambia da Paese a Paese. Quegli Stati con cui ci sono alleanze (come quelli che rietnrano nella Nato) sono invitati ad offrire agli americani delle opzioni alternative ai dazi. Pur nel solco della tutela della produzione nazionale, dell’occupazione, dell’autosufficienza a fini di difesa. Per ora, non si è ancora capito se gli Usa vogliano avviare con ogni singolo governo europeo un tavolo di negoziato bilaterale. Sarebbe impossibile visto che per gli Stati membri dell’Unione europea i negoziati commerciali sono di competenza di Bruxelles. Quindi vanno presi tra Usa e Ue e non tra Usa e singoli stati membri.

Il Commissario europeo per il Commercio, Cecilia Malmstrom, mette le mani avanti su Twitter: “L’Ue è uno stretto alleato degli Stati Uniti e continuiamo a essere del parere che l’Ue debba essere esclusa da queste misure. Cercherò maggiore chiarezza su questo tema nei giorni a venire. Ne discuterò con il rappresentante Usa per il commercio Robert Lighthizer, che incontrerò sabato a Bruxelles”. Ormai ci siamo abituati al fatto che anche le comunicazioni aziendali avvengano a mezzo Twitter. Social che non ha mai attecchito tra la gente comune, ma diventato il mezzo di comunicazione ufficiale per personalità istituzionali e Vip.

Tuttavia, come detto, i dazi doganali andranno negoziati con tutta l’Unione europea nel suo insieme e non con i singoli membri in base ai singoli rapporti commerciali con gli States. Se questo dovesse accadere, sarebbe l’ennesima prova del fatto che l’Ue non abbia una voce unanime. Né politica, né economica.

Peraltro, l’Unione europea ha già pronte misure di ritorsione sino a 3,5 miliardi di dollari su un’ampia gamma di prodotti americani, realizzati in particolare nei “red state”. Al fine di mettere in difficoltà Trump nelle elezioni di midterm, che ricordiamo si terranno il prossimo novembre. Ricordiamo che le elezioni di mid-term vengono svolte dopo 2 anni per il rinnovo delle camere. E sovente accade che un Presidente si trovi a governare senza una delle due camere. Il gergo utilizzato per raffigurare questa situazione è “anatra zoppa”. Ma anche senza entrambe, come accadde nell’ultima parte di mandato per Obama.

Il presidente del gruppo Ppe all’Europarlamento Manfred Weber ha così scritto su Twitter: «Deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire». Ha poi proseguito in un secondo tweet: «L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa». Poi Weber ha concluso: «Dovremmo rimanere calmi e agire in modo razionale. L’Europa crede nella partnership e nella costruzione di ponti. Il commercio equo e libero tra le nostre economie va a vantaggio della gente». Insomma, la guerra commerciale Usa-Ue sta per iniziare.

Dazi doganali di Trump, preoccupate Giappone, Cina e Corea del Sud

Ma il principale obiettivo dei dazi doganali di Trump resta l’Asia. Il Giappone, con il quale gli Usa vivono da un po’ un periodo di distensione dopo la freddezza post-Hiroshima e Nagasaki, ha chiesto di essere esentato. Mentre più preoccupata è la Cina, vero principale obiettivo degli stessi, che ha bollato la scelta dei dazi per opera di Trump come “serio attacco a commercio mondiale”. Tuttavia, occorre anche aggiungere che la Cina paradossalmente non è tra i paesi più colpiti dalle ultime misure perché gran parte del suo export di metalli va verso altre destinazioni, asiatiche ed europee. Era stata comunque il primo bersaglio, quando a gennaio Trump varò i dazi sui pannelli solari proveniente dal Paese della muraglia. Ieri Trump ha detto che dalla Cina vuole un piano di riduzione del deficit bilaterale che elimini 100 miliardi all’anno.

Il ministro degli Esteri Wang Yi ha detto: «Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e se stessi».

Interessata ai dazi anche la Corea del Sud, Paese foraggiato dagli Usa fin dagli anni ‘50, quando proprio gli americani da un lato e l’Urss dall’altro, alimentarono la nascita di due Coree. Peraltro in distensione grazie ai giochi olimpici invernali. La Corea del sud ha ipotizzato il ricorso al Wto – organizzazione internazionale creata nel 1995 allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli stati membri, con 164 Paesi membri- nel caso non ottenga l’esenzione.

Dazi doganali di Trump incrineranno ancora di più rapporti con Gran Bretagna?

I dazi doganali preoccupano anche la Gran Bretagna. La cui solida alleanza con gli Usa iniziata dalla seconda guerra mondiale si sta incrinando proprio grazie a Trump, che ha invece detto che si tratta di un “modo sbagliato di affrontare il problema”. Del resto, occorre prendere in considerazione anche il fatto che la Gran Bretagna sia uscita dall’Unione europea dopo la vittoria del Sì alla Brexit. Pertanto, quest’ultima dovrebbe anche prendere accordi separati con l’America. Il che potrebbe ulteriormente incrinare lo storico rapporto tra questi due alleati, che vede dai tempi del duo Bus-Blair, una situazione di subalternità dei britannici nei confronti degli americani.

Insomma, i dazi doganali voluti da Trump su acciaio ed alluminio spaventano tutti e non poco. Ma forse, ci siamo tutti un po’ disabituati a politici che fanno quanto detto in campagna elettorale.

Undici paesi firmano una nuova versione del Tpp contro dazi Trump

Comunque, una prima pesante reazione ai dazi doganali di Trump è già arrivata: undici Paesi hanno firmato in Cile una nuova versione del Tpp – acronimo di Trans-Pacific Partnership – un accordo di libero scambio che copre 500 milioni di consumatori abbattendo i dazi. Tra i firmatari, che insieme rappresentano il 13,5% dell’economia mondiale, figurano anche quegli Stati che Trump vorrebbe risparmiare dai dazi doganali: ovvero Canada e Australia. Ricordiamo che il Tpp era stato voluto dal predecessore di Trump, Barack Obama, al fine di arrestare l’ascesa della Cina. Ma proprio Trump aveva deciso di uscire. Paradossalmente, ora potrebbe rivelarsi un’arma proprio contro l’America, mentre la Cina potrebbe entrarvi. Insomma, si rischia che gli Usa si isolino e diventino il pericolo economico numero uno, al posto proprio della Cina.

Il nuovo accordo si chiama Comprehensive and progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, e prevede l’apertura dei mercati di paesi che si affacciano sull’oceano Pacifico e che rappresentano un settimo dell’economia globale. Il che vuol dire una nuova apertura verso i paesi asiatici appunto. Secondo i Paesi firmatari, l’intesa, oltre ad aprire i mercati, rafforza le tutele sulla proprietà intellettuale e include un linguaggio che può spingere i suoi membri a migliorare le condizioni di lavoro.

Il Ttp è composto da 12 Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam. La negoziazione ha avuto inizio nel 2005 quando il progetto fu proposto con il nome di Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPSEP o P4). I paesi partecipanti si erano posti l’obiettivo di terminare i negoziati nel 2012, ma questioni controverse riguardanti l’agricoltura, la proprietà intellettuale, i servizi, e gli investimenti, hanno determinato il prolungamento delle negoziazioni fino al mese di ottobre 2015.

Wikileaks ha pubblicato diversi documenti già nel 2013, quando gli accordi erano ancora allo stato embrionale. Il trattato ha trovato le critiche di numerosi esperti di salute attivisti per la libertà di Internet, ambientalisti, sindacati, gruppi di pressione, e funzionari eletti, complice la segretezza delle trattative, i dubbi sulla reale portata espansiva degli accordi, e le clausole controverse che sono uscite fuori grazie a Wikileaks.

Nel mese di ottobre 2015, gli Stati che hanno partecipato ai negoziati, hanno annunciato di aver trovato un accordo. Che sarà ratificato alcuni mesi dopo: il 4 febbraio 2016 a Auckland, in Nuova Zelanda.

Il 23 gennaio 2017 Donald Trump, da poco insediatosi alla Casa bianca, decide di uscirne. Anzi, questa decisione risulta essere una delle prime messe in pratica da Trump. E più volte annunciata durante la campagna elettorale. L’obiettivo di Trump è quello di voler raggiungere singoli accordi bilaterali con questi Stati. Inaugurando una stagione di rottura della politica estera americana nella regione Asia-Pacifico. Evidentemente, a Trump gli accordi collegiali non piacciono, visto che è uscito anche dagli accordi ambientalisti chiamati COP21, siglati a Parigi.

Trump ritiene che tutti questi accordi finiscano per ledere gli interessi americani, con gli Usa che pagano sempre più degli altri. E’ la stessa critica che ha mosso alla NATO, e ne ha avuto anche per l’Onu.

Dazi Trump, su quali titoli investire

Quali sono le aziende che beneficeranno dei dazi doganali voluti da Donald Trump? Gli analisti di Société Générale hanno elaborato a tal proposito 2 portafogli: uno long (rialzista) con le azioni che ne saranno avvantaggiate, e che comprende i produttori Usa di acciaio, e un altro short (ribassista) con quelle che ne risentono negativamente nei settori dell’auto, dei materiali da costruzione e dell’acciaio di altri Paesi (come Corea, Giappone e Taiwan). Vediamoli di seguito:

Le società che beneficeranno dei dazi di Trump su cui puntare per un portafoglio rialzista:

  • Nucor: gigante americano dell’acciaio capitalizza 21,5 miliardi di dollari. Da inizio anno il total return (performance+ rendimento della cedola) è 9,3%
  • Ssab: società svedese dell’acciaio che capitalizza 5,4 miliardi di dollari. Da gennaio il total return è 11,3%
  • US Steel: gruppo americano dell’acciaio che capitalizza 7,8 miliardi di dollari. Da inizio 2018 il total return è 30%
  • Vallourec: società francese che opera nel settore dei servizi petroliferi, che capitalizza 2,5 miliardi di dollari. Da inizio anno il total return è negativo (-11,8%)
  • Cleveland-Cliffs: trattasi di una small cap americana sempre dell’acciaio che capitalizza 2,4 miliardi di dollari. Da gennaio il total return è 10,3%
  • AK Steel: società americana che si occupa di acciaio che capitalizza 1,8 miliardi di dollari. Da inizio 2018 il total return è 0,4%

Dazi Trump, quali società saranno penalizzate

Quali saranno le società che ci andranno a perdere? Sempre Société Générale ha stilato le società che rientrano in un portafoglio short (ribassista):

  • GM: gigante dell’auto americano rilevato da Fiat, che capitalizza 53,1 miliardi di dollari. Il total return (come detto performance+ rendimento della cedola) da inizio anno è negativo (-8%)
  • Ford: storica compagnia automobilistica americana che capitalizza 42,2 miliardi di dollari. Il total return da gennaio è negativo (-13%)
  • Fca: la Fiat capitalizza 32,7 miliardi di dollari e ha realizzato da inizio 2018 un total return del 15,7%
  • Lennar: la società americana del settore dei materiali da costruzione capitalizza 18,8 miliardi di dollari. Il total return da gennaio è negativo (-6,2%)
  • Dr Horton: gruppo americano del settore dei materiali da costruzione capitalizza 16,3 miliardi di dollari. Da inizio anno ha realizzato un total return negativo (-14,7%)
  • NRV: società americana del settore dei materiali da costruzione capitalizza 10,9 miliardi di dollari. Il total return da gennaio é negativo (-14,8%)
  • Pultegroup: società americana anch’essa del medesimo settore delle due società precedenti, capitalizza 8,6 miliardi di dollari. Ha realizzato da inizio 2018 un total return negativo (-11%)
  • TollBrothers. La midcap Usa del settore dei materiali da costruzione capitalizza 7 miliardi di dollari. Il total return da inizio anno è negativo (-6,7%)
  • Harley-Davidson. Lo storico marchio Usa, che capitalizza 7,5 miliardi di dollari, ha registrato da gennaio un total return negativo (-13%)
  • Posco. La società coreana dell’acciaio, che capitalizza 28,2 miliardi di dollari, ha realizzato un total return da inizio anno del 4,5%
  • Nippon Steel. Il gruppo giapponese dell’acciaio capitalizza 21 miliardi di dollari. Il total return da inizio 2018 è negativo (-18,8%)

 

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