Trump silura anche Amazon: prossimo affossamento in Borsa?

Se il precedente presidente repubblicano George Bush ha dichiarato guerra al Medioriente, muovendo le truppe prima in Afghanistan e poi in Iraq (il prossimo passo sarebbe stato l’Iran, se non fosse scaduto il mandato), l’attuale Presidente repubblicano Donald Trump sta muovendo guerre finanziarie. Lo ha fatto contro Cina e Corea del sud imponendo dazi doganali sugli elettrodomestici. E lo ha fatto anche contro i colossi che producono altrove per poi vendere i loro prodotti negli Usa come se li avessero prodotti con gli standard americani. In primis Apple.

Ora il nuovo obiettivo è uno dei fiori all’occhiello dell’e-commerce americano: Amazon. Col suo Ceo Jeff Bezos proclamato l’uomo più ricco del Mondo secondo l’ultima classifica di Forbes. In realtà, già più volte in passato il Tycoon dalla chioma bionda (o arancione) ha attaccato il gruppo e il suo amministratore delegato, Jeff Bezos, sostenendo che se avesse vinto le elezioni avrebbe proposto leggi molto più restrittive.

E dato che Trump è uno che quanto promesso in campagna elettorale lo sta facendo, ora si dice pronto a chiedere più tasse ad Amazon. Trump sarebbe addirittura «ossessionato» da Amazon e vorrebbe cambiare il trattamento fiscale nei confronti delle piattaforme dell’e-commerce. Ma, secondo indiscrezioni, questa scelta deriverebbe dal fatto che diverse aziende di suoi amici sono state distrutte dal colosso.

A lanciare l’indiscrezione il quotidiano politico Axios, che sottolinea come Amazon abbia distrutto i centri commerciali e i negozi fisici e tradizionali. E ciò non è andato giù al Presidente americano. D’altronde, le campagne elettorali dei Presidenti americani sono foraggiate anche da lobby ed evidentemente Trump ha avuto il sostegno di questi attori bistrattati dell’economia americana.

E infatti, Trump, col mezzo che più ama, ossia Twitter, ha più volte attaccato Amazon e parlato della crisi delle vendite al dettaglio che ha causato la perdita di posti di lavoro. The Donald ce l’ha avuto spesso anche con il Washington Post, giornale prestigioso americano e pubblicazione del gruppo. Che sarebbe, a suo dire, «foriera di fake news».

In realtà, anche il segretario al Tesoro Steve Mnuchin, aveva dato contro Amazon. Reo, a suo dire, di un autentico «stillicidio del business tradizionale».

Le conseguenze dell’attacco di Trump sulla Borsa

All’indomani dell’attacco di Donald Trump ad Amazon, Wall Street in data 28 marzo ha ceduto il 5% circa a 1.428,77 dollari per azione, comunque sopra il minimo toccato in avvio a 1.404,03 dollari, e brucia capitalizzazione di mercato per quasi 39 miliardi di dollari. Alla chiusura del 27 marzo la market cap era poco superiore a 687 miliardi.

Il titolo Amazon si avvia a chiudere il mese peggiore dal 2016. Già il 27 aveva ceduto il 3,9%, entrando in territorio correzione (calo tra il 10 e il 20% rispetto ai più recenti massimi). Le azioni della creatura di Jeff Bezos perdono infatti il 10,9% rispetto al record di chiusura fissato il 12 marzo a 1.598,39 dollari per azione. Una chiusura al di sotto di 1.438,55 dollari sancirebbe invece la prima correzione da ottobre.

Comunque, il titolo Amazon va ancora bene, dato che continua a guadagnare il 20% nell’ultimo trimestre, contro il calo del 3,1% registrato nello stesso periodo dallo S&P 500. Che sarebbe il listino di riferimento della Borsa americana.

Non solo Amazon: il tonfo di Facebook, Apple e Tesla

Ma in Borsa non sta soffrendo solo Amazon. Facebook ha perso pesantemente a causa dello scandalo Cambridge Analytica, dove c’è stata una fuga di dati sugli utenti iscritti.

Apple deve vedersela con la revisione al ribasso per opera di Goldman Sachs riguardo le vendite dell’ultimo trimestre del suo nuovo iPhone. Stimate al ribasso da 54,7 milioni a 53 milioni di unità.

Netflix ha invece incassato le accuse di Stephen Spielberg, che ritiene il Network in forte ascesa come una seria minaccia per il cinema e le sue produzioni. Anzi, ritiene che le sue opere non dovrebbe ottenere gli Oscar. E qui siamo di nuovo in presenza di una contrapposizione tra un mondo tradizionale e uno nuovo che avanza. Col secondo che inesorabilmente ed inevitabilmente avrà la meglio

Alphabet (società madre di Google) teme eventuali strette regolamentari su Internet da parte di Ue e Usa.

Non se la passa bene neanche lo strumento amato proprio da Trump, Twitter, dopo la minaccia da parte del governo di Israele di una maxi azione penale per il fatto che il Social network non abbia provveduto ad oscurare account riconducibili a formazioni terroristiche molto attive sul sito.

Chiude questo triste rosario Tesla, che segna un -8,8%, crollato sul downgrade di Moody’s. La batosta è arrivata dopo l’incidente di Uber in Arizona, che ha provocato anche un morto. L’indicente mette in discussione la bontà delle auto ad energia solare.

A tutto questo sommiamoci lo spread tra l’andamento delle hi-tech e quello delle utility, che non era tanto elevato dai tempi della bolla Internet di fine anni ‘90. L’unica differenza è che allora c’erano le dot.com, oggi ci sono le Faang.

Operatori restano comunque ottimisti

Brutto momento dei colossi a parte, in generale gli operatori della Borsa non sembrano essere pessimisti. Ciò anche dovuto al fatto che il rapporto «price/earning», ovvero tra prezzo del titolo e utili societari delle Faang, non è pericolosamente elevato come era nel succitato caso delle dot.com.

Le Faag sono società strutturalmente più solide. Tuttavia, siamo di fronte ad una correzione di settore, come spiega Nicholas Colas di DataTrek Research: «le big tech non sono più una bella scatola nera che funziona da sola – spiega – ma un groviglio di fili che richiede il continuo intervento dell’uomo per evitare corto circuiti».

Infatti, i titoli di settore, dopo una partenza in ribasso, sono riusciti a virare in positivo incassando risultati importanti, almeno per quanto concerne la fiducia. Stesso dicasi per Wall Street, in altalena ma tutto sommato senza traumi.

Secondo gli operatori, ciò è dovuto soprattutto al benefico effetto portato dalla revisione verso l’alto del Pil americano degli ultimi 4 mesi dello scorso anno, a +2,9% partito dal 2,5%. Il dato quindi si mostra pure migliore delle stime degli analisti, che invece ipotizzavano un +2,7%.

A cosa si deve questo trend positivo? All’aumento dei consumi, cresciuti del 4% rispetto al 3,8% precedente, e così per l’intero 2017 l’economia Usa è cresciuta del 2,3% rispetto al 2016.

Insomma, ciò significa che i fondamentali macro reggono ai fattori di scardinamento. Come le congiunture di settore, gli scandali e le dichiarazioni di guerra di Trump.

FAANG cosa sono

Vediamo meglio cosa sono le FAAG. FAANG è l’acronimo dei cinque titoli tecnologici più popolari e con le migliori prestazioni sul mercato, ovvero: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google di Alphabet. FAANG è nato con l’acronimo originale FANG, in quanto non aveva Apple incluso quando Jim Cramer della CNBC ha coniato il termine.

Wall Street ha raggruppato queste società in un acronimo per catturare l’impatto collettivo che queste aziende hanno sui mercati. A partire dal 20 marzo 2018, la capitalizzazione di mercato di queste società ha raggiunto rispettivamente $ 472.38B, $ 760.36B, $ 888.66B, $ 136.92B e $ 757.54B. Per un totale di $ 3.015 trilioni.

Oltre al notevole valore di queste cinque società tecnologiche, i loro flussi di crescita hanno visto anche la maggior parte degli eminenti gestori del denaro negli Stati Uniti aumentare la loro partecipazione in azioni FAANG per i loro fondi. Fondi come Berkshire, Soros, Renaissance e molti altri hanno aggiunto FAANG come titoli di crescita e di momentum ai loro portafogli, come rivelato attraverso il deposito obbligatorio 13-F della SEC nel primo trimestre del 2017.

La crescita di queste aziende può essere vista anche attraverso i loro guadagni che sono aumentati costantemente anno dopo anno, garantendo la loro reputazione di società solide in cui investire.

Tutti i titoli FAANG sono quotati sul NASDAQ che è tracciato dall’indice S&P 500. S&P 500 è una rappresentazione ampia del mercato, il movimento del mercato rispecchia il movimento dell’indice. Insieme, i FAANG rappresentano l’1% dell’elenco S&P 500 che ha un totale di 500 delle più grandi società che negoziano sul NYSE e sul NASDAQ. La capitalizzazione di mercato in totale è compresa tra il 70 e l’80% della capitalizzazione totale del mercato azionario degli Stati Uniti, mentre i FAANG, per ordine di capitalizzazione di mercato, sono rispettivamente al quarto, terzo, primo, sessantasettesimo, nono e decimo posto dell’indice.

Si noti che Alphabet di Google ha due classi di azioni scambiate sui mercati pubblici, quindi il 9 ° e il 10 ° posto. Ciò significa che un movimento collettivo (o verso il basso) in queste azioni tecnologiche porterà ad un aumento (o una diminuzione) nell’indice S&P 500 e, a sua volta, un aumento (o una caduta) nel mercato.

Chiaramente, si può vedere come gli stock di FAANG influenzano molto la direzione dei mercati azionari. Dal 2014 al 2016, i guadagni di fine anno generati da ciascuna delle cinque società sono aumentati costantemente, salvo il calo del 14,43% dei guadagni di Apple Inc. 2015-2016 a causa di un calo delle entrate: il primo calo delle vendite di Apple in 15 anni.

La valutazione e le prestazioni spettacolari dei FAANG sono state paragonate, come detto, a quelle dei titoli tecnologici prima dello scoppio delle dotcom del 2000, che ha visto la caduta di molte società tecnologiche sopravvalutate, inviando i mercati globali a una spirale discendente.

Tuttavia, alcuni analisti hanno notato che c’è una differenza tra entrambe le classi tecnologiche, affermando che vi è ampio spazio per l’attuale classe tecnologica per crescere nel settore del cloud computing, social media, e-commerce, Intelligenza Artificiale (AI), apprendimento automatico. Ed i big data sono ancora in fase di studio e sviluppo.

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