Trump impone dazi contro colossi asiatici: Lg aumenta prezzo lavatrici

Le politiche fiscali del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump cominciano a farsi sentire. Da un lato con nuovi e massicci investimenti in terra americana, dall’altro con la lotta a quelle aziende che furbescamente producono la loro merce in Paesi che consentono la manodopera a basso costo per poi rivenderla a prezzi in linea col mercato americano. Partiamo proprio da quest’ultima.

Trump dichiara guerra alle multinazionali asiatiche

Donald Trump ha infatti deciso di innalzare i dazi del 30 per cento sull’importazione di lavatrici e pannelli solari, causando così la reazione stizzita della Cina, contro la quale la guerra del Tycoon americano era già partita a colpi di Tweet prima e subito dopo l’investitura a inquilino della Casa Bianca. Ma anche dei colossi Samsung e Lg, come noti provenienti da un altro Paese asiatico: la Corea del sud. Stato che ha abbracciato fin dalla guerra di Corea il capitalismo made in Usa, contrapposto al comunismo sposato dalla vicina Corea del Nord. Del resto, la drammatica Guerra di Corea di inizio anni ‘50 (iniziata nel 1950 e finita nel 1953) è stata fomentata proprio dalle due ideologie in contrapposizione, come avvenne anche in Vietnam e Cambogia. E fa specie constatare che uno Stato sia ancora diviso in due nel 2018, un po’ quanto avviene per l’Irlanda. Seppur in quel caso l’oggetto del contendere sia l’adesione o meno alla Monarchia britannica.

Le aziende hanno comunque deciso di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio. La decisione del governo americano in carica a seguito ai rilievi della Us International Trade Commission, secondo la quale l’aumento delle importazioni di pannelli solari e lavatrici danneggerebbe in modo preoccupante i produttori nazionali. E Trump è uomo pratico, come dimostra la volontà di aizzare un muro ai confini col Messico per ostacolare l’arrivo di prostitute, ladri e spacciatori da quel Paese; o il Muslim ban, nei confronti dei cittadini di 7 Paesi ritenuti a rischio terrorismo.

Il Dipartimento del commercio americano così giustifica questa scelta: “L’azione del presidente chiarisce ancora una volta l’intenzione dell’amministrazione di difendere i lavoratori americani”. Non a caso, lo slogan di Trump in campagna elettorale è stato “America first”, che sottolinea la sua volontà di mettere gli interessi nazionali davanti a tutto il resto.

Nel concreto, per i pannelli solari i dazi resteranno in vigore per 4 anni: il primo anno per il 30%, poi caleranno gradualmente. A sollecitare l’imposizione di tariffe, le aziende Suniva e SolarWorld Usa, che producono celle e moduli fotovoltaici andati in bancarotta. Per quanto riguarda le lavatrici, invece, vanno dal 20% al 50% per quelle di grandi dimensioniprodotte in Cina, Corea del Sud, Messico e Vietnam.

Dazi doganali di Trump anche contestati

Tuttavia, non mancano le contestazioni a questa decisione. Alcune stime rivelerebbero infatti che le importazioni cinesi spingerebbero la produzione americana e creerebbero 100mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, la Solar Energy Industries Association – associazione statunitense dell’industria del solare, che rappresenta un business da 28 miliardi di dollari e che importa dall’estero l’80 per cento dei pannelli solari installati – ha rilevato, a nome di tutti gli attori del comparto, che le nuove tariffe “creeranno una crisi in un settore dell’economia che è stato trainante” e ha avvertito che a rischio ci sono 23mila posti di lavoro.

Ovviamente, non possono che esserne contrari anche i colossi asiatici dediti alla produzione di pannelli solari ed elettrodocimestici. Samsung, in una nota fa già capire che aumenterà i prezzi delle proprie lavatrici, in quanto “i dazi sono una tassa su tutti i consumatori” che intendono acquistarne. Inoltre, ci sarà meno concorrenza sul mercato. L’altro colosso diretto interessato del provvedimento, Lg, si dice “deluso” dalla decisione del governo americano in carica. Lg – colosso noto anche per la produzione di Tv e smartphone (ha lanciato il primo smartphone in assoluto, anche se si pensa sia stato Apple con iPhone) – ha comunque rassicurato i negozi sul fatto che le forniture non saranno interrotte.

Peraltro, l’azienda ha di recente completato la costruzione di una fabbrica di lavatrici a Clarksville, nel Tennessee, la cui produzione dovrebbe partire nel quarto trimestre. La decisione di avviare questa nuova sede arrivò all’indomani della dichiarazione di guerra che Trump fece contro i colossi asiatici poco dopo la sua elezione. Evidentemente Lg aveva già intuito che l’imprenditore di origine scozzese non scherzava e si è trovata avanti col lavoro.

Il governo sudcoreano ritiene i dazi imposti da Trump una violazione delle norme della Wto, dato che è una decisione presa sulla base della politica interna senza tener presente le regole internazionali. E si dice anchepronto ad un ricorso da sottoporre all’organismo internazionale. Anche la Cina si dice contrariata da questo provvedimento, come ha ammesso

Wang Hejun, a capo dell’Ufficio indagini commerciali del ministero del Commercio cinese. Il quale ha definito il provvedimento “un abuso dei rimedi commerciali”.

Occorre però partire dal presupposto che tutti si riempiono la bocca dicendo che la Globalizzazione ha fallito i suoi scopi originari e ha finito per danneggiare le popolazioni più povere e le piccole aziende. Ecco quindi che da più parti c’è un ritorno al protezionismo e alla difesa degli interessi nazionali. Rispetto al muslim ban, col quale di fatto Trump aveva risparmiato qualche Paese mediorientale con cui gli Usa fanno affari (si pensi all’Arabia saudita, da dove provenivano gli attentatori dell’11 settembre e da sempre ambigua coi gruppi terroristici), almeno in questo caso ha dimostrato di varare un provvedimento bipartisan. Colpendo da un lato la tanto odiata Cina, ma dall’altro anche la principale alleata in Asia: la Corea del sud.

La prima conseguenza: Lg aumenta i prezzi

Tuttavia, una prima conseguenza concreta si sta già verificando: Lg Electronics ha infatti avvisato i venditori al dettaglio che alzerà i prezzi delle sue lavatrici. Ad annunciarlo Thomas Yoon, vice presidente esecutivo per gli elettrodomestici di Lg Electronics Usa, tramite una lettera inviata ad ogni singolo rivenditore al dettaglio di prodotti Lg. Nella stessa, c’è scritto espressamente che questa presa di posizione è conseguenza “della situazione commerciale”. Il Wall Street Journal ha riferito che l’aumento potrebbe essere intorno ai 50 dollari per alcune combinazioni di lavatrice e asciugatrice. Una bella mazzata per i consumatori finali, ma che finirà per danneggiare anche gli stessi negozianti che trattano Lg o Samsung (che per ora non ha annunciato nessuna azione concreta, ma si immagina che presto arriverà), che rischiano di vedere una desertificazione dei propri esercizi commerciali.

Aumento che potrebbe essere ovviato con la produzione di lavatrici sullo stesso suolo americano, magari nella sede che sarà avviata nel 2018. se così fosse, Trump avrebbe vinto la sua guerra.

Samsung e le lavatrici importante in America: una storia tormentata

Quella tra le lavatrici di marca Samsung e gli Usa è una storia alquanto tormentata. Infatti, ancora prima di questi dazi, un altro evento ha inficiato questo rapporto. Nel 2016 – anno già negativo per Samsung per l’esplosione di una quarantina di modelli del Galaxy Note 7 fino al suo ritiro definitivo dal mercato o per aver perso la causa contro Apple per motivi di brevetti a suon di miliardi di dollari – ad esplodere furono anche alcuni modelli di lavatrice.

La CPSC (acronimo di Consumer Product Safety Commission) è stata costretta a far ritirare ben 2,8 milioni di esemplari difettosi, ritenuti pericolosi per chi li utilizzava. I due difetti principali riscontrati a queste lavatrici Samsung erano due:

  1. la parte superiore rischiava di staccarsi trasformandosi in un grosso proiettile
  2. gli elettrodomestici vibrano eccessivamente.

I casi che sono stati segnalati sono stati ben 733 e le lavatrici pericolose hanno già causato nove feriti. Tra cui una rottura della mascella e la lussazione della spalla. Probabilmente, queste persone stavano controllando la lavatrice Samsung quando la parte superiore si è staccata, volando via, finendo per colpirli. Come riporta il sito ufficiale della stessa Consumer Product Safety Commission, i modelli ritirati sono stati ben 34.

I possessori delle lavatrici coinvolte – i cui modelli sono stati resi noti sul sito ufficiale della multinazionale coreana – hanno avuto a disposizione tre opzioni. O potevano decidere per il rimborso del prezzo della lavatrice; o per una loro sostituzione con una nuova lavatrice pagando la differenza se la nuova costava di più o avendo un rimborso se costava di meno; o decidendo di far riparare la parte superiore difettosa.

Ma Samsung è stata anche al centro di un caso di spionaggio. Nel marzo 2017, è emerso che alcuni esemplari di Tv Samsung, quelli intelligenti con i comandi vocali, sarebbero sfruttati dalla CIA per reperire informazioni. A svelarlo è stata WikiLeaks, grazie a 8761 file sulla divisione della Central Intelligence Agency che sviluppa software e hardware per sostenere le operazioni di spionaggio. Nel mirino anche prodotti come l’iPhone della Apple, gli smartphone Android di Google e quelli prodotti da Microsoft.

Grazie a queste tecnologie, la Cia riuscirebbe ad entrare nell’intimità delle case dei consumatori, penetrando persino i dispositivi smart che formano l”internet delle cose”.

Dai documenti filtrati provenienti da “una rete isolata e ad alta sicurezza per il cyber-spionaggio del quartier generale della Cia a Langley, in Virginia”, emerge che il consolato americano a Francoforte veniva usato come base segreta dagli hacker della Cia per tutte le operazioni riguardanti l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. L’organizzazione di Julian Assange si è detta in possesso di migliaia di altri documenti e addirittura di armi cibernetiche di cui l’agenzia di spionaggio americana avrebbe perso il controllo. Sebbene a distanza di quasi un anno, non abbiamo avuto altre rivelazioni.

Secondo quanto ha ricostruito Wikileaks, “i file provengono da una rete isolata e altamente sicura situata all’interno del centro di Cyber intelligence di Langley, in Virginia”.

Insomma, tra Note 7 e lavatrici che esplodono, casi di spionaggio e ora dazi doganali, Samsung in terra americana non è proprio serena.

I benefici della riforma fiscale di Trump

Ma come dicevamo, Donald Trump ha messo in piedi anche una politica fiscale che prevede un taglio drastico delle tasse in favore delle imprese. L’aspetto principale della riforma fiscale di Trump è la riduzione della tassazione sugli utili delle imprese, con aliquota per le Spa calata drasticamente dal 35 al 21% medio. Le aziende che potrebbero far rientrare i propri capitali dall’estero sono colossi come Apple, Facebook, Microsoft, ecc. Multinazionali che potranno riportarli in Madre patria versando una tantum l’8% (o il 15,5% se si tratta di liquidi/contanti) rispetto al 35% medio imposto a livello federale (e in via di abbattimento).

Per le famiglie restano le sette aliquote fiscali ma a livelli più bassi fino al 2025 (quella marginale più alta scende dal 39,6 al 37%). Si eliminano molte detrazioni – soprattutto per le imposte statali e locali – a fronte del raddoppiamento di quella standard e del credito d’imposta sui figli a carico.

E i benefici già si stanno vedendo, e parlano pure italiano. Qualche settimana fa Sergio Marchionne ha annunciato che Fca investirà “oltre un miliardo di dollari” negli Stati Uniti. La casa automobilistica ha deciso di modernizzare l’impianto di Warren, in Michigan, dove sarà prodotta la nuova generazione del Ram Heavy Duty (ora realizzato in Messico) e dove saranno creati ben 2500 posti di lavoro Inoltre distribuirà un bonus di 2mila dollari ai circa 60mila dipendenti di Fca negli Stati Uniti.

Ma non solo Fiat. Wal-Mart, colosso mondiale della grande distribuzione con oltre 2,2 milioni di dipendenti, di cui 1,5 milioni negli Stati Uniti, a partire dal 17 febbraio alzerà il salario minimo orario da 10 a 11 dollari per tutti i lavoratori in America. E non solo: concederà un bonus una tantum fino a mille dollari (la cifra massima per chi ha oltre vent’anni di anzianità e a scalare per gli altri).

È la terza volta dal 2015 che Wal-Mart alza il salario minimo, per migliorare le condizioni di lavoro nei 4.700 punti vendita americani e nell’ambito della più ampia strategia per competere sul fronte online, tenendo il passo con Amazon. Il rialzo dei compensi porterà oneri straordinari annuali per 300 milioni di dollari, mentre i bonus genereranno oneri per 400 milioni di dollari nel trimestre in corso.

Secondo alcuni scettici, però, questo taglio drastico delle tasse non porterà miglioramenti evidenti, in quanto storicamente è dimostrato che le aziende preferiscono utilizzare il denaro risparmiato in tasse per dividerlo tra i soci. Anziché investirlo in un ammodernamento dei macchinari o per creare nuova occupazione. Inoltre, si ritiene che a beneficiare del taglio delle tasse in favore delle famiglie, saranno quelle più ricche. Il tempo ci dirà dove sta la verità. Per ora i primi effetti ci dicono in favore di Trump.

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