Trading ad alta frequenza, perchè rischia di distruggere il mercato

E’ notizia recente che nove tra i gestori più importanti del mondo abbiano dichiarato guerra al trading ad alta frequenza. Si tratta evidentemente di un fenomeno che sta giocando un ruolo decisivo. Addirittura, secondo alcuni, rischia di creare pesanti distorsioni nel mercato, tali da incidere negativamente sui risparmi degli investitori (il riferimento è soprattutto ai fondi pensione). Ma cos’è esattamente il trading ad alta frequenza e perché il suo impatto è così negativo?

Cos’è il trading ad alta frequenza?

Per trading ad alta frequenza – in inglese HFT, High Frequence Trading – si intende una modalità di trading che si avvale di software, a loro volta basati su modelli algoritmi, i quali gestiscono in modo automatico l’apertura e la chiusura di posizioni. La caratteristica è la velocità: i ritmi sono elevatissimi, anche nell’ordine delle frazioni di secondo. I software più performanti riescono a processare anche 5.000 operazioni al secondo.

Qual è l’impatto del trading ad alta frequenza nel totale del mercato? E’ un argomento molto dibattuto e tra gli analisti non emerge una opinione concorde. Le stime più estreme rivelano che oltre il 70% del volume quotidianamente coinvolto vada ricondotte ad attività di HFT.

In Italia, si è rivelata molto prudente la Consob, che sull’impatto del trading ad alta frequenza ha prodotto anche uno studio. Lo sguardo è stato esteso anche all’estero ovviamente. Sicché è emerge che nel nostro paese l’HFT si accaparra una quota vicina al 20%. Va peggio in Germania (40%) e in Gran Bretagna (33%). Paradossalmente, il paese che se la passa meglio sono gli Stati Uniti (13%). Ad ogni modo, le percentuali sono ovunque molto più basse rispetto alla stima meno ottimista.

Ciò che rende queste stime più probabili di quanto dovrebbero è la vulnerabilità dei codici che compongono la struttura dei codici. Questi sono facilmente replicabili, quindi possono potenzialmente proliferare senza che gli organismi di controllo ne abbiano una reale percezione.

D’altra parte, a rendere più plausibili stime di gran lungo inferiore interviene un fatto logico: manovrare i software di trading ad alta frequenza è molto complicato. Lo è non tanto in fase di impostazione, piuttosto nella fase di controllo, ossia quando il trader “fisico” deve intervenire sui settaggi perché il contesto è mutato radicalmente. Questa scarsa accessibilità limita il ricorso su larga scala dell’HFT.

I danni del trading ad altra frequenza

A detta di tutti – escludendo ovviamente chi lo pratica – il trading ad alta frequenza è estremamente dannoso per il mercato. Il motivo di ciò va rintracciato in un fatto molto semplice: fanno concorrenza sleale. Quando alla mente dell’uomo si sostituisce l’intelligenza artificiale, con tutti i vantaggi di tempo a essa connessi, è evidente che si crei una situazione di privilegio.

La verità è che il trading ad alta velocità batte nettamente sul tempo il trading tradizionale. Non è solo una questione tecnologica, ma anche di metodo. I software possono realizzare ordini “immediate or cancel” (esegui o cancella) e grazie a questi leggere le tendenze del mercato senza eseguire per forza l’ordine. Questa lettura fornisce dati, e questi dati vengono elaborati in pochi millesimi di secondi. Sulla base di quanto analizzato, infine, il software produce l’ordine. Questo sistema permette al trading ad alta frequenza di agire con largo anticipo rispetto agli altri. I trader che utilizzano gli HFT si trovano quindi sempre al momento giusto e al posto giusto.

Il trading ad alta frequenza è capace di provocare gravi distorsioni nel mercato. Questo a causa di alcune tecniche di cui fa uso (e anzi abusa), come il dumb money. Un titolo viene acquistato a un dato prezzo e viene rivenduto dopo pochi centesi di secondo a un prezzo maggiorato. Le conseguenze di queste azioni sono tutte negative: mini crash dei titoli, liquidità ombra, aumento della sfiducia e così via. Giusto per fare un esempio concreto: nei primi momenti di Facebook in borsa, il titolo perse il 90% del suo valore per poi riacquisirlo completamente nel giro di pochi minuti. Si tratta evidentemente di una forzatura. Memorabile anche il “flash crash” (è questo il termine tecnico) che ha coinvolto il 6 giugno 2010 buona parte dei titoli americani. Questi hanno perso il 10% del loro valore, per poi recuperare nel giro di quattro minuti.

Tra le vittime, anche i fondi di investimento. E’ stato calcolato che a causa dell’Hight Frequence Trading i fondi perdano l’8% degli utili ogni anno.

Chi osteggia il trading ad altra frequenza

Non stupisce che siano in tanti, tra i fondi, a odiare l’HFT. Tuttavia sono ancora in pochi coloro si sono mossi in maniera decisa per contrastare il fenomeno. Di recente, è stata formata una santa alleanza alla quale partecipano i nove fondi più importanti: BlackRock, Capital Group, MFS, Invesco, T Rowe Price, JP Morgan Asset Management, State Street e Bank of New York Mellon. Il problema è che stanno cercando di somministrargli la sua stessa medicina, il ché non fa bene al mercato. Hanno, in estrema sintesi, posto le base per una estesa dark pool, ossia uno scambio di contrattazione la cui velocità può competere con quella dell’HFT e che si basa sulla rinuncia a conoscere i valori pre-negoziazione.

Tra i grandi istituti di controllo ha espresso parere sfavorevole la Consob – le cui stime come abbiamo visto sono molto moderate. In un paper di qualche tempo fa si legge: “Il dibattito accademico ha evidenziato, senza tuttavia giungere a risultati univoci, la possibilità che la crescente diffusione dell’high frequency trading amplifichi l’impatto sistemico di shock e influisca negativamente sull’integrità e sulla qualità del mercato”.