Tfr in busta paga: ecco il “vero” scopo del governo

In questi giorni si sta parlando tantissimo di una delle proposte del Governo: l’inserimento del Tfr in busta paga. Una soluzione creativa per far fronte alla crisi, che è soprattutto una crisi di consumi. La gente non ha soldi, non compra, e quindi le aziende chiudono.

Altri paesi utilizzano metodi più efficaci e soprattutto in grado di sprigionare una potenza di fuoco di gran lunga superiore – il riferimento è al Quantitative Easing – ma tant’è: le rigide regole dell’Europa vietano il ricorso a strumenti di questo tipo.

L’idea dell’esecutivo è inserire parte del Tfr, che poi altro non è che la classica buonuscita, in busta paga. L’obiettivo è aumentare la capacità di spesa dei cittadini. Apparentemente, non c’è nulla di male, eppure lo scontro politico è arduo, condotto persino per mezzo di colpi bassi.

Le due fazioni sono le seguenti. La prima, afferente al Governo, che crede che il Tfr sia una buona idea. La seconda, afferente al variegato mondo delle opposizioni sia politiche che “intellettuali”, la quale pensa addirittura che dietro ci sia un disegno del Pd per aumentare, tra l’inconsapevolezza generale, le tasse.

Secondo il Pd il Tfr in busta paga sarà in grado di risollevare i consumi. Non sarebbero gli ormai “classici” 80 euro di taglio al costo del lavoro – che comunque pochissimo hanno contributo. In questo caso si parla di un contributo superiore ai 112 euro. Secondo gli oppositori, il Tfr in busta paga è una vera e propria fregatura. Non apporta reali benefici per quanto riguarda i consumi e comporta una serie di effetti collaterali talmente gravi da renderla addirittura dannosa. Effetti collaterali che, stando all’opinione dei più smaliziati, rappresenterebbero il vero scopo di questa proposta.

Queste le criticità rintracciate.

  1. Il Tfr in busta paga applica una tassazione non agevolata a risorse che, altrimenti, sarebbero state tassate in modo meno aggressivo. Spostare una parte del Tfr vuol dire tassarlo. Tutto qua. Ne consegue che lo Stato, lungi dal compiere uno sforzo (se non meramente tecnico) ne trarrebbe grande giovamento dal punto di vista finanziario.
  2. Il Tfr in busta paga priva il contribuente dei suoi risparmi. Non si tratta di un regalo. Lo Stato prende il denaro dalle “conserve” dei cittadini e li sposta in busta paga. Tutto qui. Il ché è pericoloso dal momento che la buonuscita viene utilizzata dai padri per sostenere i figli o per acquistare una casa. Insomma, ricopre un’importanza sociale non da poco.
  3. Il Tfr in busta paga rischia di far saltare le detrazioni. E’ una conseguenza logica. Se la busta paga si gonfia, l’Isee aumenta conseguentemente. Ballarò ha realizzato una piccola indagine e ha scoperto che il danno ai cittadini – o almeno a una categoria di questi – sarebbe veramente ingente. Un esempio: una famiglia monoreddito di 1.600 euro pagherebbe per l’asilo nido del proprio figlio circa cento euro in più.

Insomma, siamo forse di fronte ad un tipico gioco di prestigio. Tuttavia, occorre ben ricordare che l’intera manovra è facoltativa, consideranto che sta al lavoratore decidere se accettare o meno. Da questo punto di vista, tutte le critiche perdono di efficacia. A patto che il cittadino venga informato adeguatamente…

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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