TFR in azienda o fondo pensione: quale conviene?

Tfr in azienda o in un Fondo Pensione? E’ questa una delle domanda più ricorrenti che impegna i lavoratori italiani a riflettere sul proprio futuro e sulla stabilità dello standard di vita, a partire dall’introduzione della riforma della previdenza complementare varata durante il Governo Prodi ed entrata in vigore il 1° gennaio 2007 (Legge 296/2006).

Per valutare i vantaggi dell’una o dell’altra è necessario ripercorrere la disciplina in materia di previdenza cogente e complementare e valutare, in particolare, i rendimenti dell’una e dell’altra forma di previdenza complementare ed i costi con il fattore tassazione.

La previdenza obbligatoria in Italia

La struttura del sistema previdenziale italiana è costituita da tre livelli detti anche pilastri. Per primo Pilastro si intende la previdenza sociale obbligatoria che garantisce ai contribuenti la pensione pubblica di base; la previdenza obbligatoria è gestita da enti pubblici quali INPD, INPDAP (per i dipendenti della Pubblica amministrazione), INPDAI (per i Dirigenti Industria), questi ultimi istituti oramai sono confluiti presso INPS, Cassa dei liberi Professionisti che, attraverso la contribuzione obbligatoria, garantiscono il trattamento pensionistico di base. In Italia, il sistema previdenziale attuale a partire dal 1 gennaio 1995 per tutti i lavoratori di prima occupazione, prevedere un calcolo delle prestazioni non più retributivo (come in precedenza), bensì contributivo.

Sistema retributivo e contributivo: computo prestazioni

Nel previgente sistema retributivo il calcolo delle prestazioni è basato sulla media delle retribuzioni o dei redditi percepiti immediatamente prima del pensionamento, moltiplicata per il numero di anni di contribuzione e per una determinata aliquota di rendimento. Nel sistema contributivo, invece, il computo è basato sul totale dei contributi versati durante l’intera vita lavorativa, moltiplicato per un determinato coefficiente di trasformazione più favorevole all’aumentare dell’età pensionabile.

Negli ultimi anni, l’allungamento della vita media della popolazione (aumento dell’aspettativa di vita), la diminuzione del saggio di natalità, la crescita più lenta con il conseguente calo del tasso di occupazione, la necessità di maggiori cautele nella gestione della finanza pubblica imposte dall’Unione Europea hanno profondamente minato l’equilibrio del sistema che ha inciso con il suo deficit all’incremento del debito pubblico. Tutto questo ha determinato dagli anni ’90 in poi una continua attività riformatrice volta a riportare in equilibrio il sistema attraverso l’aumento dell’età pensionabile, degli anni di contribuzione minima richiesta e la riduzione delle prestazioni.

Secondo Pilastro: Previdenza complementare su base collettiva

Per Secondo Pilastro si intende la previdenza complementare su base collettiva: questa è gestita con criterio di capitalizzazione e comprende tutte le forme pensionistiche di previdenza integrativa gestite da enti o operatori specializzati come Compagnie di Assicurazione, Banche, attraverso la costituzione di Fondi pensione collettivi finalizzati a garantire risorse integrative alla pensione di base, per assicurare la stabilità degli standard di vita durante il pensionamento. La previdenza complementare è alimentata da contributi a carico dell’azienda, a carico del lavoratore e del trattamento di fine rapporto.

Terzo Pilastro: Previdenza complementare su base individuale

Per Terzo Pilastro si intende la previdenza complementare su base individuale: abbraccia tutte le forme pensionistiche complementari di tipo individuale attuate mediante l’adesione a fondi pensione aperti e la sottoscrizione di polizze vita individuali come i PIP (Piani Individuali Pensionistici) alimentate da contributi individuali dell’aderente e, per i lavoratori dipendenti privati, è possibile versare il Trattamento di fine rapporto (TFR) e, se disponibile il datore di lavoro, il contributo aziendale.

Previdenza complementare: obiettivi e vantaggi

Gli ultimi due Pilastri succitati (secondo e terzo) hanno l’obiettivo di integrare il trattamento pensionistico offerto dalla previdenza cogente in modo tale da assicurare, a coloro che maturano i diritti di pensionamento e cessano l’attività lavorativa, il mantenimento di un adeguato tenore di vita. In base all’articolo 1 del Decreto legislativo 05/12/2005 n. 252, l’adesione alle forme pensionistiche complementari è sempre libera e volontaria.

Ancora poco diffuse nel nostro Paese, le forme di previdenza complementare ricopriranno un ruolo sempre più rilevante al fine di integrare economicamente le future rendite pensionistiche provenienti dal settore pubblico e compensare la riduzione delle prestazioni erogate dal primo pilastro, potendo beneficiare di vantaggi fiscali e tutele normative significative.

Inoltre, si deve considerare il fatto che l’importo della pensione non è agganciato alla dinamica reale nel costo della vita e questo fa sì che il potere di acquisto del pensionato tenda a ridursi con il passare degli anni. Ciò spingerà, sempre di più, a sfruttare le opportunità offerte dalla previdenza offerta dai Fondi Pensione.

Fondi Pensione: cosa sono

I Fondi pensione sono ancora, nel panorama italiano, uno strumento scarsamente diffuso e rappresenta per i lavoratori un’opportunità per chi ha accantonato riserve e risorse nel corso della vita lavorativa. Si tratta di organismi costituiti come soggetti giuridici di natura associativa che hanno la finalità di garantire agli aderenti trattamenti previdenziali integrativi rispetto a quelli obbligatori fissati dalla legge.

I Fondi pensione sono stati costituiti in seguito alla riforma del sistema previdenziale pubblico con il Decreto Legislativo n. 124 del 1993 e, con la riforma del 2005, Decreto legislativo n. 252 che ha abrogato il precedente Decreto. L’adesione ai Fondi pensione è sempre e solo facoltativa: i soggetti che possono aderire sono lavoratori dipendenti privati o pubblici, lavoratori autonomi, liberi professionisti soci lavoratori di cooperative etc.

Fondi Pensione: tipologie

Distinguiamo i fondi a prestazione definita da quelli a contribuzione definita. Nel primo caso, il rendimento finale è predefinito ed il Fondo si impegnerà a corrispondere una prestazione predeterminata e, per garantire questo, potrà chiedere all’aderente di aumentare i propri contributi. Nel secondo caso (Fondi a contribuzione definita), i contributi sono definiti ma non il rendimento che dipenderà dalla contribuzione effettuata e dal rendimento ottenuto dalla gestione finanziaria dei contributi stessi.

Fondi Pensione: vantaggi e svantaggi rispetto al TFR in azienda

Da quanto argomentato si ben comprende che i Fondi Pensione costituiscano un potenziale per il lavoratore che vuole assicurarsi una vecchiaia all’insegna della stabilità economica e della tranquillità. Inoltre, si deve considerare anche il fattore rendimento: negli ultimi anni, i rendimenti dei fondi pensione sono stati superiori a quelli realizzati dal TFR in azienda, nel 2016 il confronto è stato del 5,6% contro l’1,8%. Per quanto riguarda l’età, si sconsiglia di aderire ai fondi pensione se si è maturi e prossimi all’età pensionabile; inoltre, si deve prendere in debita considerazione il fattore tassazione.

La scelta di aderire ad un Fondo pensione prevede una tassazione del 20% dell’incremento del montante accumulato, che viene ridotta al 12,5% per i fondi pubblici. Per chi opta per la decisione di lasciare il TFR in azienda deve sostenere un’aliquota del 17% sulla rivalutazione dello stesso e la destinazione è fiscalmente più conveniente. Tuttavia, nel confrontare i costi con benefici, si deve ribadire il fatto che i rendimenti sui Fondi Pensione siano altamente performanti, a scapito della componente costi più onerosa.

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