Teoria del complotto: svalutare il lavoro per salvare l’Europa

Ad oggi, il comportamento dei vertici europei sembra insensato. Continuare con l’austerity, nello scenario attuale, è masochistico, incomprensibile, semplicemente sbagliato. Qualsiasi studente universitario, se in sede d’esame di macro-economia proponesse le ricette dell’Ue per combattere la crisi, verrebbe bocciato. Dunque dobbiamo pensare che “ai piani alti” siano ignoranti? Sarebbe irrealistico. La meritocrazia, pur non sembrando la stella polare della selezione della classe dirigente, non sembra difettare più di tanto a livello comunitario.

Se si volesse fare uno sforzo di fantasia e prendendo per veri tutti i sospetti possibili e inimmaginabili, si potrebbe credere a una delle tante teorie del complotto che girano per la rete e, in alcune versioni, in tv, magari diffuse da qualche economista coraggioso e controcorrente.

Perché l’Europa persegue con l’austerity? Non si creda all’inganno che si sta facendo spazio a questi giorni. Non è vero che il tempo del rigore è finito. Quello che viene chiamato oggi “nuovo corso” è solo una versione leggermente sbiadita della disciplina di bilancio “strong” che l’Italia ha dovuto sopportare da Monti in poi. Proviamo a pensare una cosa. Quello che viene chiamato “effetto collaterale”, ossia la deflazione, sia in realtà il vero obiettivo di queste scellerate politiche. Deflazione, che vuol dire “svalutazione del lavoro”. E’ logico: se le merci costano sempre di meno, le imprese per essere competitive devono a loro volta abbassare i prezzi. Per farlo, però, devono abbassare i salari.

Svalutare il lavoro. A chi giova? Sembra strano dirlo, ma se si guarda lo scenario internazionale da una visuale ampia e si utilizza un approccio cinico, per la serie “il fine giustifica i mezzi”, si può affermare che la svalutazione del lavoro possa favorire il mercato del lavoro stesso.

Si tratta, ovviamente, di una scelta poco felice, forse drastica, sicuramente poco coraggiosa. Eppure, a suo modo, efficace. Il mostro da sconfiggere – proprio attraverso la svalutazione – è la concorrenza delle economie asiatiche. Certo, ci diciamo tutti che lo strumento attraverso cui l’Occidente può e deve competere è il know-how ma è legittimo (non moralmente giusto) pensare ad abbassare i costi del lavoro. Potrebbero farlo i governi nazionali attraverso un piano di riforme teso alla defiscalizzare, oppure si può creare una spirale deflattiva.

Troppi indizi si possono apportare a sostegno di questa tesi complottistica. In primo luogo, la volontà di procedere con l’unione monetaria prima ancora di realizzare l’unione fiscale. Secondo la teoria delle aree valutarie ottimali il rischio, probabile, di una unione alla Europea è l’esportazione della deflazione. Conseguenze che, ovviamente, i padri dell’Ue non potevano non sapere.

In secondo luogo, è sospetta l’ostinazione con cui i vertici stanno perseguendo la più ferrea disciplina di bilancio. Passi in tempi di “non crisi” o all’inizio della recessione, quando i suoi presumibili effetti devastanti erano noti solo agli addetti. Ma oggi è la realtà stessa a smentire l’austerity, dunque, perché si persevera? La risposta, se si cede alla teoria complottistica, è proprio questa: per svalutare il lavoro.

Infine, potrebbe essere considerato un indizio anche la veemenza con cui i falchi dell’austerity avversano Draghi. Ogni qual volta ha inteso realizzare anche solo la più misera delle politiche espansive, ha incontrato i niet. La storia si sta ripetendo anche con gli annunci sul Quantitative Easing. I rigoristi non vogliono, porterebbe all’inflazione.

E menomale, dal momento che sta virando sul negativo.