Teleworking nella Pubblica Amministrazione: contrattualistica, caratteristiche organizzative e funzionali

Il telelavoro nel pubblico impiego è disciplinato dall’ articolo 4 della legge 16 giugno 1998, n. 191, dal D.P.R 8 marzo 1999, n. 70 e dal Contratto Collettivo Nazionale Quadro (CCNQ) valido per tutti i comparti di contrattazione collettiva, sottoscritto in data 23 marzo 2000 dall’ ARAN e dalle Confederazioni sindacali rappresentative. Lo stesso articolo 4 comma 5 della legge n. 191 del 1998 demanda alla contrattazione collettiva il compito di adeguare alle modalità della prestazione la disciplina normativa ed economica del rapporto di lavoro dei dipendenti che telelavorano.

Peraltro, la contrattazione collettiva si occupa altresì di disciplinare ulteriori aspetti quali l’accesso al domicilio del telelavoratore, il controllo a distanza dell’ attività, i rientri periodici in sede, la conformità dei locali, la comunicazione con i colleghi, la tutela della riservatezza, i diritti sindacali , l’orario di lavoro, i criteri di assegnazione dei dipendenti. A tal fine sono stati stipulati anche alcuni CCNL di comparto, tra i quali ricordiamo:

  1. Il CCNL del 14 febbraio 2001 per il personale non dirigente degli Enti pubblici non economici stipulato il 16 febbraio 1999,
  2. Il CCNL del 9 agosto 2000 relativo al quadriennio normativo 1998/2001 ed al biennio economico 1998-1999 del personale non dirigente del Comparto Università,
  3. Il CCNL per il personale non dirigente del comparto Regioni ed Autonomie Locali, stipulato in data 14 settembre 2000.

In questa guida ci proponiamo di affrontare e sviluppare la disciplina giuslavoristica in materia di telelavoro, con particolare focus nel settore della Pubblica Amministrazione italiana. Buona lettura.

Teleworking Pubblico: definizione e disciplina

Una definizione del telelavoro pubblico è contenuta nell’ articolo 2 del D.P.R 8 marzo 1999 n. 70 (“Regolamento recante disciplina del telelavoro nelle pubbliche amministrazioni“) che disciplina le forme di telelavoro nella Pubblica Amministrazione introdotte dall’ articolo 4 comma 3 della legge 16 giugno 1998, n. 191 ( legge” Bassanini ter”). Si deve rimarcare che l’articolo 4 della legge istitutiva n. 191 della legge 16 giugno 1998 n. 191 ha previsto per la prima volta nel nostro paese la possibilità per le pubbliche amministrazioni di fare ricorso al telelavoro. L’obiettivo che le pubbliche amministrazioni debbono prefiggersi mediante l’adozione del “lavoro a distanza” è quello della razionalizzazione dell’organizzazione del lavoro e della realizzazione di economie di gestione. La modalità è quella dell’impiego flessibile delle risorse umane: lo esplica la legge del 1998 ed il regolamento del 1999 non fa altro che ribadire il principio (articolo 1). Il lavoro a distanza è visto come strumento di flessibilità nell’ impiego della forza lavoro.

L’ innovazione più importante contenuta nel regolamento del 1999 art. 2 è quella che fornisce la definizione di telelavoro ed inoltre, il regolamento ovvia ad una confusione di termini: si viene a precisare che per “lavoro a distanza” deve intendersi “telelavoro”. Il regolamento ha poi definito telelavoro: la prestazione del dipendente che svolge la sua attività al di fuori della propria originaria sede di lavoro, ma in più utilizza in modo pregnante una tecnologia dell’ informazione e della comunicazione (ICT) che sia tale da rendere possibile il collegamento con la pubblica amministrazione “di origine”.

Telelavoro nella PA: elementi distintivi e caratterizzanti

Vengono in rilievo tre elementi che si combinano tra di loro:

  • La delocalizzazione dell’attività produttiva
  • L’utilizzazione dell’ ICT
  • Il legame con l’amministrazione

Il regolamento si rivolge esclusivamente al personale già in servizio nella pubblica amministrazione che decide di fare ricorso al telelavoro ( si ha una semplice “trasformazione dei lavoratori interni in telelavoratori) : si combinano in esso al meglio l’ interesse del datore di lavoro ( pubblico ) a liberarsi dei rischi e dei costi di dipendenti “propri” ed il più o meno sincero indotto autoconvincimento del lavoratore di essere in realtà più un libero soggetto del mercato che un “classico” dipendente subordinato.

Telelavoro nel settore pubblico: nuovi assetti organizzativi

Il telelavoro dà vita ad una mera modificazione organizzativa del rapporto già in atto e non all’ instaurazione di un nuovo e diverso rapporto lavorativo. Il lavoro, secondo il regolamento, può svolgersi in qualsiasi luogo, collocato topograficamente fuori dalla sede di lavoro, ove la prestazione sia tecnicamente possibile. Questo luogo può essere di pertinenza del lavoratore, dell’amministrazione di appartenenza o di un’ altra amministrazione, può in teoria essere di pertinenza di nessuno, se pensiamo all’ ipotesi del telelavoro “mobile” ( o “argonautico”) che, con un computer portatile ed un telefono cellulare, può effettuarsi anche su una panchina del parco. Quel che conta è che la prestazione sia tecnicamente possibile.

Essendo le pubbliche amministrazioni interessate ad utilizzare il telelavoro come strumento di snellimento degli uffici, si deve favorire il “dislocamento” presso appositi centri all’ uopo attrezzati. Ecco che l’amministrazione pubblica deve consentire di far svolgere il telelavoro in un centro esterno, gestito in proprio o con altre amministrazioni, o addirittura con i privati o, al limite, gestito da un’altra amministrazione.

Teleworking Pubblica Amministrazione: il ruolo dell’ICT

Un’ ICT è tale perché associa alla possibilità di comunicazione la possibilità di raccolta, di movimento, di elaborazione e trasformazione dei dati. Per fare telelavoro occorre una “postazione di telelavoro” che ricomprende “un insieme di apparecchiature e di programmi informatici”, ovvero componenti hardware e software. Il supporto delle ICT deve essere ”prevalente”, cioè apprezzabile in maniera preponderante nello svolgimento della prestazione e non costituirne un elemento accessorio.

Ulteriore requisito è la RELAZIONABILITA‘ del dipendente con l’amministrazione di appartenenza rispetto alla quale la prestazione è a tutti gli effetti imputabile: è assolutamente indifferente per l’ identificazione della fattispecie che l’afflusso dei dati elaborati dal telelavoratore avvenga per via telematica o per la più tradizionale delle vie. Il collegamento che unisce il dipendente all’ ufficio fa sì che la delocalizzazione non sia apprezzabile in termini “organizzativi”, ovvero non comporti una scissione tra luogo in cui egli svolge la prestazione e l’ufficio al quale essa è destinata.

La postazione di telelavoro non costituisce altro che una propaggine dell’ufficio a prescindere dal luogo in cui è collocata. Il contesto organizzativo in cui opera non è dato dallo spazio fisico in cui si trova, ma, grazie al collegamento ed alla funzionalità della sua prestazione, continua ad essere quello dell’ufficio di appartenenza. Perciò, il centro di telelavoro o la singola postazione di telelavoro domiciliare o mobile non costituiscono in alcun modo una unità produttiva autonoma. Il telelavoratore continua ad appartenere all’ unità produttiva originaria, naturale conseguenza deve essere quella della sua computabilità nell’organico dell’ufficio di appartenenza.

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