Tassi di riferimento, Quantitative Easing, Spread: E’ tutto collegato

quantitative-easing-federal-reserve

Tassi di riferimento, Quantitative easing, spread. Due strumenti di politica monetaria e un indice. Apparentemente slegati tra loro, che agiscono secondo modalità diverse e per diverse finalità. Eppure una relazione tra i tre esiste ed è forte. La consapevolezza circa la sua esistenza abbatte il castello di carte della crescita, smaschera le favole sulla ripresa dell’Italia (e della Spagna e di tutta la zona Euro), sul risanamento dei conti pubblici. Ma andiamo con ordine.

Mario Draghi, presidente della Bce, ha tagliato i tassi di riferimento allo 0,5%, il livello più basso di sempre e ha persino paventato l’ipotesi di un ulteriore taglio. Draghi ha presentato il taglio come necessario per ottenere un allentamento del Credit crunch, dunque per dare respiro e liquidità alle imprese. Tutto fila: se le banche comprano denaro praticamente gratis, sono in grado di concedere alle imprese e alla famigli dei prestiti con tassi per lo meno sostenibili.

La Federal Reserve e la Bank of Japan, rispettivamente banche centrali di Stati Uniti e Giappone, stanno utilizzando in abbondanza lo strumento del Quantitative easing. E’ questo il nome tecnico della stampa di moneta, pura e semplice immissione di liquidità nel mercato. La Fed produce 85 miliardi dollari al mese, la Boj produce l’equivalente di 700 miliardi di dollari all’anno. Anche questo è uno strumento per far ripartire l’economia reale e per concedere liquidità alle imprese e alle famiglie. Uno strumento più rischioso, perché rischia di causare l’inflazione ma assai più efficace.

Bene, cosa c’entrano il Quantitative Easing e il taglio dei tassi di riferimento con lo spread e la sostenibilità del debito pubblico italiano? E’ semplice, almeno secondo l’editorialista de Il Sole 24 Ore Vito Lops. Proprio i due strumenti di politica monetaria sarebbero alla base del raffreddamento dello spread italiano, spagnolo e degli altri paesi europei. Nessun merito alle manovre sanguinolente di Mario Monti e Mariano Rajoy, dunque. Nessun merito ai tagli della spesa. Dipende tutto dal Quantitative Easing e dal taglio dei tassi di riferimento (che prosegue da anni e che ha raggiunto il suo picco con quota 0,5%).

La ragione è semplice: del denaro letteralmente vomitato sul mercato, gli investitori fanno incetta (tanto è quasi gratis!). Con quel denaro si rivolgono poi nell’unica eldorado degli speculatori: i debiti pubblici sovrani. Questi investitori, visto che hanno comprato il denaro a bassissimo costo, possono permettersi di comprare molti titoli di debito e, soprattutto, possono permettersi di farlo a tassi di interessi inferiori (a profitti invariati). Da qui la naturale discesa dello spread. Questo processo causa problemi di percezione. Gli investitori “normali”, infatti, percepiscono il raffreddamento dello spread non come il prodotto di una certa politica politica monetaria espansiva, ma semplicemente come il frutto del miglioramento dello stato di salute degli stessi titoli: l’interesse è più basso perché sono più sicuri. E’ questo il ragionamento che si fa. Un ragionamento, secondo Vito Lops, falso. Il rischio di questa percezione annebbiata è la possibilità che esplodano nuove bolle. Tutte le crisi finanziarie, non a caso, sono state precedute da un periodo caratterizzato da una bassissima percezione del rischio.