Tasse sui Risparmi: il punto di Impresa Lavoro

Gli ultimi governi hanno aumentato le tasse. E’ un dato di fatto che travalica qualsiasi discorso retorico e propagandistico. Basti un solo dato: la pressione fiscale nel 2014 è stata del 44%, dodici punti percentuali in più rispetto al 1980.

Negli ultimi tempi, però, il legislatore ha utilizzato un approccio diverso. Se storicamente è stato il lavoro l’ambito più tartassato, a questo si è aggiunto il risparmio. Secondo alcuni siamo di fronte a una vera e propria crociata. E’ di questo avviso Impresa Lavoro, centro studi fondato dall’imprenditore Massimo Blasoni, che ha realizzato una ricerca sul rapporto tra fisco e risparmio.

Qualche dato balza subito all’occhio. Le aliquote sulle azioni e le obbligazioni sono aumentate vertiginosamente nel giro di pochi anni. Fino al 31 dicembre 2014 le rendite sono state tassate al 12,5%; dal 1° gennaio 2012 al 30 giugno 2014 sono state tassate al 20%; fino a raggiungere l’aliquota attuale, che è del 26%.

Un aumento più morbido ha interessato i fondi pensione e i fondi individuali. Fino al 30 giugno 2014 l’aliquota è stata dal 11%, poi è salita al 11,5%.

Più complesso il discorso dei fondi comuni e delle polizze vita. Sono stati introdotti degli scaglioni in base ai sottostanti. Attualmente la tassazione va dal 12,5% al 26%. Fino al 31 dicembre 2011 era per tutti al 12%, a prescindere dai sottostanti.

In controtendenza, seppur altalenante, i conti correnti bancari e postali. Fino a tutto il 2011 l’aliquota è stata del 27%, poi è scesa al 20% fino a metà 2014 e infine è risalita al 26% a partire dal 1° luglio 2014. Rispetto al passato, i correntisti pagano un punto percentuale di tasse in meno.

In controtendenza anche la tassazione sui Titoli di Stato, che è rimasta fissa al 12,5%.

Sebbene questi dati parlino chiaro, e rivelino un aumento generalizzato dalle aliquote, la situazione è ancora più negativa di quello che sembra. Questa affermazione  è giustificata da un fatto: la maggior parte dei risparmi italiani, infatti, è investita proprio in quei prodotto che hanno fatto registrato un inasprimento maggiore della fiscalità: azioni/obbligazioni e fondi comuni/polizze vita.

La stretta fiscale è stata realizzata sulla scorta di un obiettivo nobile: dare sollievo alle Casse dello Stato e far pagare il conto della crisi anche alla “finanza”. Certo, ci si può chiedere se ne sia valsa la pena, ma questo approccio ha comunque prodotto due effetti collaterali.

In primo luogo, ha colpito non solo gli squali ma anche i pesci piccoli. La filosofia delle banche è da un po’ di anni quella di dirottare i risparmi su obbligazioni e azioni, dunque la legnata è stata sentita da tutti.

In secondo luogo, i Governi hanno alzato le aliquote per salvaguardare la tassazione sui Titoli di Stato, valutati come strumento utile al paese. Peccato che nel calderone dei cattivi sia stato inserito tutto il resto, come le azioni di imprese fortemente partecipate dallo Stato. Un controsenso in termini, dal momento che sono ugualmente importanti per il Paese (non dal punto di vista finanziario, ma da quello economico e produttivo).