Tassazione srl: quali sono le voci che la compongono

Il fisco grava pesantemente sugli utili delle piccole imprese, superando anche l'80% sul totale

Fare impresa in Italia è, appunto, un’impresa. Già perché, tra pressione fiscale e burocrazia da espletare, diventa complicato mandare avanti la baracca. Se alle difficoltà imposte dallo Stato italiano ci aggiungiamo pure la recessione che prosegue ormai da anni, sebbene pare che una lucina in fondo al tunnel la si inizi a vedere. Anche quando si tratta di piccole società, con ricavi relativamente ridotti, ci troviamo comunque di fronte a una tassazione che supera anche l’80% dell’utile netto accumulato. Portando così i soci a chiudere bottega. Di seguito vi forniamo un esempio di tassazione srl (acronimo di società a responsabilità limitata), che ha fatturato solo 32mila euro e ha due soci.

Tassazione srl: calcolo Ires e Irap

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Un commercialista alle prese con la dichiarazione dei redditi

Prendiamo l’esempio di una srl con due soci, che al 31/12 (data annuale di chiusura esercizio) ha ottenuto un utile di 32mila euro. Alquanto basso, su cui ha gravato pesantemente la crisi. Nonostante i soci ci lavorino dodici ore al giorno, trascurando così affetti, hobby e altri interessi. Insomma, una società piccola come esistono tante nel nostro Paese. D’altronde, si dice sempre che la vera spina dorsale dell’economia italiana siano le piccole e medie imprese. Peccato che da un ventennio a questa parte, quella spina dorsale, si sia incrinata sempre più tra vessazioni dello Stato e crisi cicliche. Orbene, la tassazione che sono costretti a sostenere è pari a 15.593 euro, così suddivisa: 12.024 euro a titolo Ires e 3569 euro per Irap. Tassazione che corrisponde al 48% dell’utile accumulato.

Dunque, Ires e Irap gravano pesantemente sulle piccole società. Basti pensare che le società, ai fini Ires, malgrado il fatto che abbiano patito un aumento dei costi finanziari a causa dell’inasprimento delle condizioni bancarie, nella determinazione del reddito, non possono dedurre tutti gli interessi passivi che pagano. Bensì, entro il limite del 30% del ROL (acronimo di Reddito Operativo Lordo). Quest’ultimo in realtà può variare molto, anche in base ai ricavi conseguiti. Pertanto, se diminuiscono, come successo ai due poveri soci della Srl dell’esempio, ne consegue che anche il ROL subisca una contrazione. Diventando così meno capiente ai fini della deduzione degli interessi passivi. I quali, però, malgrado ciò, aumentano lo stesso. Quanto all’Irap, invece, gli interessi passivi non sono deducibili nella sua interezza. Ciò vuol dire che quando aumentano gli interessi passivi (che costituiscono in bilancio dei costi), si riducono di contro i ricavi, il reddito; ma, nonostante ciò, si pagano paradossalmente più imposte.

Tassazione srl: i costi non deducibili

Ovviamente, però, sulla tassazione srl incidono anche altre voci. Si pensi alle autovetture, che comportano costi di acquisto, gestione e manutenzione.  Le autovetture possono essere dedotte solo al 40%. O, ancora, si pensi  all’indeducibilità dei costi del personale ai fini Irap, per i quali, il legislatore riconosce comunque alcune deduzioni. Per queste voci di costo in bilancio, la legge prevede l’indeducibilità ai fini della determinazione del reddito tassabile. Non prendendo minimamente in considerazione il fatto che siano comunque costi ordinari, dato che fanno parte del normale svolgimento dell’attività di impresa. E, in quanto tali, ad essa pertinenti e indispensabili. Per effetto di ciò, essendo solo deducibili parzialmente o per niente, l’erario può pretendere tributi pure su un reddito non prodotto e su un utile realizzato.

Tassazione srl: quanto grava sull’utile

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Fare impresa in Italia è molto difficile

Ritorniamo all’esempio della Srl che ha fatturato 32mila euro di utile. Abbiamo visto come debba al visto quasi la metà di esso, ossia 15.593 euro di tasse. Eppure, non sono le uniche. Infatti, i due soci hanno corrisposto i contributi Inps sul reddito minimale individuato di circa 15mila euro. Dunque, 3200 euro per socio, arrivando così  a una tassazione pari a quasi 22 mila euro (21993 per la precisione). L’Erario prevede poi altresì che ogni socio che è anche lavoratore all’interno della società, debba versare anche i contributi Inps a percentuale sulla parte di reddito eccedente il minimale. Pertanto, essendo il reddito fiscale dei due poveri soci pari a euro 43722, a causa della ripresa a tassazione delle componenti di costo appena viste, in pratica entrambi devono versare all’Inps altri 1482 euro cadauno, ancorché il reddito prodotto non sia stato prelevato in forma di utili distribuiti. Ad ora siamo arrivati a una tassazione di 25mila euro, ossia il 78% sull’utile di esercizio.

Ma come diceva il compianto e simpaticissimo Corrado: non finisce qui. Se i de soci, nel corso dell’anno successivo, vogliono prelevare l’utile netto realizzato l’anno precedente, essendone quasi obbligati visto che devono affrontare proprie spese e pagare i contributi Inps, si vedranno sottoposti ad altra tassazione. Innanzitutto dovranno sborsare 168 euro per registrare la delibera di distribuzione dell’utile. Poi, nel secondo anno successivo a quello dell’esercizio in questione, nella propria dichiarazione dei redditi dovranno riportare l’utile imputato a ciascuno di loro (8.203) che andrà a formare la base imponibile in misura del 49.72% dell’utile prelevato, in quanto, in parte, già tassato in capo alla società. Pertanto, se lo scaglione di reddito a loro applicato sarà il più basso (dunque con una tassazione al 23%), ogni socio, al netto degli oneri deducibili pagati nel corso dell’anno successivo a quello di esercizio, dovrà corrispondere all’erario altri novecento euro tra Irpef e addizionali varie. Alla luce di ciò, volendo sempre fare delle percentuali della tassazione sul loro utile, siamo arrivati all’85%. Ovvero, 27mila euro sui fatidici 32mila euro fatturati. Il tutto, prendendo in considerazione altri tipi di imposte di cui i soci dovranno occuparsi, come il diritto annuale della camera di commercio; la tassa sulla vidimazione dei libri sociali; IMU (indeducibile) e ad altre contribuzioni obbligatorie per legge. Che però non sommiamo ai 27mila euro di tassazione giacché già facenti parte della determinazione del risultato d’esercizio originario (i trentaduemila euro, appunto.

Infine, come non citare il fatto che la società potrebbe essere sottoposta a controlli nei cinque anni successivi al bilancio dichiarato per accertare se vi siano ricavi superiori rispetto a quelli dichiarati. Gli accertamenti si riferiscono agli indicatori oggettivi previsti dagli studi di settore, a cui le società sono sottoposte. Un’altra spada di Damocle per le imprese.

  • jgor

    A tutto questo possiamo aggiungere il fatto che i due soci hanno anche una vita privata come qualunque comune cittadino, che comporta avere una casa, mangiare, vestirsi, spostarsi ecc, e che per tutto questo sostengono una ulteriore tassazione, a partire dal 22% di iva su qualuque cosa comprino, il 70% di accise sulla benzina, tasse comunali, canoni e utenze con relative bollette e conseguenti tasse, e varie ed eventuali quali passaggi di proprietà, tasse di successione ecc.ecc.
    Pare evidente che oltre ai 32.000 euro guadagnati con la loro attività, debbano ancora tirare fuori dei soldi di tasca loro per riuscire a pagare tutto.
    Siamo oltre il 100% e questo è assurdo e insostenibile e se non verrà cambiato ci porterà al collasso.