Tassazione Bitcoin: come pagarla in dichiarazione dei redditi

Come funziona tassazione Bitcoin? Come pagare le tasse sul Bitcoin? Come dichiarare le tasse su Bitcoin in dichiarazione redditi? Lo scopriamo in questo articolo. Del resto, siamo in pieno periodo di dichiarazione dei redditi e dato che il Fisco italiano si perde in mille rivoli, figuriamoci se non ci si ponga questi quesiti riguardo un bene finanziario così nuovo e ancora non del tutto esplorato come quello del Bitcoin e delle criptovalute in generale.

Del resto, dopo la performance fatta registrare dal Bitcoin nell’arco del 2017, in tanti si sono interessati alla madre di tutte le criptovalute. Basta solo dire che se avreste comprato un bitcoin o una sua frazione nel gennaio 2017, lo avreste pagato 700 dollari. Ma a metà dicembre, vi sareste trovati con un bene dal valore di quasi 20mila dollari. Quasi 30 volte di più. Una plusvalenza di non poco conto, dunque, che ovviamente pone un problema di tasse e quindi di dichiarazione dei redditi.

A tal proposito, comunque, l’Agenzia delle entrate ha fornito alcuni chiarimenti utili a riguardo. Premesso però che, come vedremo, occorre distinguere tra imprese e privati cittadini in termini di dichiarazione delle tasse sui redditi da Bitcoin.

Sommario

Tassazione Bitcoin, cosa dice la legge

Cosa dice la legge sulla tassazione Bitcoin? Partiamo col dire che una norma vera e propria in materia ancora non esiste. Tuttavia, occorre anche dire che nel mondo finanziario tradizionale, materia oggetto di tassazione non è mai lo strumento di per se ma l’eventuale plusvalenza che si genera dalla cessione dello strumento ad un importo maggiore di quanto pagato.

Per esempio, come vedremo, nel caso delle valute estere, possiamo detenerle per usarle, e non solo per lucrarci, ed essere sono oggetto di tassazione solo superata una certa soglia. L’intento del legislatore fiscale è colpire l’intento speculativo, dato per scontato nel campo della finanza tradizionale. E le criptovalute sono equiparate proprio alle valute estere.

Se devo dichiarare delle plusvalenze realizzate devo compilare il modello Unico PF. Altra accortezza riguarda il monitoraggio fiscale: la norma in oggetto prevede che chi ha investimenti all’estero, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, debba indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.

Nel caso delle criptovalute, bisogna conoscere il funzionamento dell’exchange (il sito dove è possibile negoziare le criptovalute) e dei wallet (il portafogli virtuale in cui vengono detenute le criptovalute). Diventa, quindi, di fondamentale importanza comprendere quando i nostri bitcoin siano in qualsiasi forma conservati oltre confine. In quel caso, la compilazione del quadro del modello Unico PF dedicato al monitoraggio diviene necessaria, pena il rischio di incorrere in pesanti sanzioni.

Tassazione Bitcoin, cosa dice Agenzia entrate

Cosa dice Agenzia entrate riguardo tassazione Bitcoin? Stando all’organismo preposto alla tematica Fisco, non è necessario comunicare all’amministrazione tributaria il semplice possesso di Bitcoin. Tuttavia, è bene anche dire che la situazione cambia, e pure di tanto, nel momento in cui con queste criptovalute vengono effettuate operazioni finanziarie. E qui arriva il distinguo di cui sopra che vediamo di seguito.

Tassazione Bitcoin, come funziona per aziende

Come funziona tassazione Bitcoin per aziende? L’Agenzia delle entrate ha chiarito che le criptovalute verranno trattate, ai fini fiscali, alla stregua di normali valute estere.

Cosa significa questo? Che se un’impresa incassa dei proventi in Bitcoin, dovrà comportarsi come se avesse ricavato dei dollari, dei franchi svizzeri o degli yen giapponesi. Tradotto in soldoni, nel momento in cui l’impresa dovesse vendere i Bitcoin e ricavarne una plusvalenza, dovrebbe pagarci le tasse. Con un’aliquota che, come noto, nel caso di proventi finanziari è fissata al 26%.

Nel caso delle imprese c’è da sottolineare il fatto che, eventuali plusvalenze di natura finanziaria legate ai bitcoin o più in generale ad altre criptovalute, potranno essere rilevate solo con la chiusura del bilancio aziendale. Ed è in tal caso che questi guadagni dovranno essere comunicati al fisco così da essere sottoposti a tassazione.

Tassazione Bitcoin, come funziona per privati cittadini

Come funziona per privati cittadini la tassazione Bitcoin? Vale lo stesso discorso fatto per le imprese, vale a dire che i bitcoin varranno coma una qualsiasi valuta estera. Tuttavia, il meccanismo cambia.

Per le imprese di fatto si presuppone che il possesso di valute non presupponga attività di trading finalizzate all’ottenimento di plusvalenze, anche quando poi questo in realtà accade. Siamo quindi dinanzi ad una specie di tolleranza tacita, che però ha un limite. Quale?

Nel caso in cui durante il corso di un anno, per almeno 7 giorni consecutivi, si dovesse superare il limite di possesso di bitcoin per un controvalore pari a 51.645,69 euro, l’Agenzia delle entrate considererebbe anche per il privato la sussistenza di un’attività speculativa chiedendo il pagamento delle tasse.

Anche in tal caso pertanto, scatterebbe l’obbligo di dichiarazione delle plusvalenze, che va inserito nel quadro RT del Modello Unico PF (acronimo di persone fisiche), e su di esse andrebbe applicata sempre un’aliquota corrispondente a 26%.

Diciamo però anche un’altra cosa. Se durante il corso di un anno fiscale, per almeno 7 giorni consecutivi si supera la soglia di possesso di Bitcoin per un controvalore pari a 100 milioni delle vecchie Lire (ovvero circa 51.000 Euro), allora l’Agenzia delle Entrate considera l’attività del privato un’attività speculativa e quindi chiede il pagamento delle tasse sulle eventuali plusvalenze.

Non cambia però quanto detto prima: le plusvalenze vengono rilevate solo al momento della vendita dei Bitcoin. Quindi le tasse si devono pagare solo sulle plusvalenze, e solo nel momento in cui li si dovesse vendere generando una plusvalenza (sempre che si superi la soglia di possesso di cui sopra).

Ai fini del calcolo delle plusvalenze/minusvalenze, il contribuente si deve avvalere delle certificazioni rilasciate dagli intermediari, che devono essere conservate nel caso in cui ci sia un controllo da parte dell’Agenzia delle entrate. Gli intermediari sono pertanto chiamati a provvedere ad inviare certificazioni quanto più complete possibile, altrimenti si rischiano contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria in caso di controlli.

In alternativa è possibile esercitare l’opzione per il risparmio amministrato di cui all’articolo 6 del D.Lgs. n. 461/1997. Ma ciò è possibile solo nel caso in cui sia presente una stabile organizzazione in Italia dell’intermediario non residente.

Questo regime comporta l’applicazione ed il versamento dell’imposta sostitutiva da parte degli intermediari abilitati. Di conseguenza, solleva il contribuente dall’obbligo di includere i redditi diversi di natura finanziaria nella propria dichiarazione dei redditi.

Come inserire guadagni da Bitcoin su modello unico

Cos’è il quadro RT nel Modello Unico delle persone fisiche? Come riporta lo stesso sito ideato dall’Agenzia delle entrate per aiutare nella compilazione del modello precompilato: “Questo quadro deve essere compilato per indicare i redditi derivanti dalle cessioni di partecipazioni non qualificate, partecipazioni qualificate, obbligazioni e altri strumenti che generano plusvalenze di cui all’art. 67, comma 1, lett. da c)-bis a c)-quinquies del TUIR. Ai fini del pagamento dell’imposta sostitutiva sulle plusvalenze di cui all’art. 67, comma 1, lett. da c-bis) a c-quinquies) del TUIR, deve essere utilizzato il codice tributo “1100”.

Sul sito si rammenta anche che, qualora “lo spazio disponibile nel modello non è sufficiente per i dati che devi inserire, clicca su “Aggiungi modulo” in alto a destra per compilare altri moduli”. Fatto ciò, occorre inserire ulteriori informazioni nel modulo aggiunto.

A norma dell’articolo 165 del DPR n. 917/86, se alla formazione del reddito complessivo di un contribuente concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo sono ammesse in detrazione di quella netta dovuta. Questo fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e quello complessivo, al netto delle perdite di precedenti periodi ammesse in diminuzione.

L’imposta estera, saldata a titolo definitivo ed eccedente la quota di spettanza dell’Erario domestico, relativa ai medesimi redditi esteri, costituisce un credito fino alla concorrenza dell’eccedenza della quota d’imposta nazionale rispetto a quella estera.

I crediti d’imposta così vantati dovranno essere indicati nel quadro CE del Modello Redditi PF.

L’istituto non è applicabile in presenza di redditi assoggettati a ritenuta a titolo di imposta, ad imposta sostitutiva. Oppure, ancora, ad imposizione sostitutiva operata dal contribuente in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi.

La giacenza media del conto operativo deve essere calcolata sulla base del rapporto di cambio al 1° gennaio, rilevato sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale. O, in mancanza quello dove ha effettuato la maggior parte delle operazioni.

Il costo, se non documentabile, può essere calcolato dividendo l’importo del bonifico effettuato all’exchanger per il numero di criptovalute acquistate.

Lo Stato controlla fiscalmente le criptovalute?

E’ una domanda che ci si pone e non per forza per fini evasori. In linea generale, quando si appoggia ad una blockchain permissionless (dove ciascuno può accedervi e partecipare semplicemente scaricando il software) una criptovaluta lascia una traccia che sarà sempre evidente.

In tali protocolli virtuali, paragonabili ai libri mastri a libera consultazione, i soggetti si scambiano token (criptovalute) utilizzando, in alternativa al nome e cognome, un indirizzo composto da diversi caratteri alfanumerici, detto chiave pubblica. Tale indirizzo per essere utilizzato si abbina a una chiave privata univoca che è posseduta dal solo beneficiario effettivo.

Dunque, è profondamente errato il concetto di transazioni anonime nascoste dietro ai bitcoin. Tali indirizzi sono detti pseudonimi e le loro azioni sono visibili a tutti. Per rintracciare un soggetto tramite la blockchain, bisogna cercare chi possiede la chiave privata che può permettere di utilizzare quella chiave pubblica a cui possono essere abbinate le criptovalute. E in questo le tecnologie di investigazione informatica hanno dimostrato di saper operare con successo.

Altro discorso quello delle blockchain permissioned (private e per cui assai poco diffuse), nelle quali si può accedere unicamente tramite accettazione. Pertanto, se alle autorità non viene concessa autorizzazione ad accedere, controllarle diventa materialmente impossibile.

Tassazione Bitcoin, sono in arrivo leggi?

L’Italia, si sa, è legislativamente lenta nel cogliere le novità. Tanto che spesso la giurisprudenza sui singoli temi considerati nuovi viene affidata alle sentenze dei Giudici. In attesa di leggi specifiche a riguardo, occorre però dire che l’Italia si è mossa prima degli altri stati membri dell’Unione europea mediante il recente d.lgs 90/2017. Col quale ha introdotto nel nostro sistema normativo il concetto di valute virtuali e di prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale. Anticipando così di fatto gli altri stati membri nell’adozione della IV Direttiva antiriciclaggio (Direttiva UE 2015/859).

La definizione di valute virtuali (art. 1 del D.Lgs. 231/2007, lett. qq) è già un passo avanti importante sebbene i riflessi giuridici, al di là delle previsioni antiriciclaggio, sono alla fine concretamente modesti.

L’Italia dovrebbe fare come altri paesi in cui i regolatori e le authority stanno aprendo interrogazioni e tavoli di confronto con gli operatori e gli esperti del settore.

Sono ancora molti i passi da fare. Manca trasparenza, chiarezza, la dipendenza totale dall’IT (Information Technology) e dalle reti, l’anonimato degli attori coinvolti ed il rischio di cambio associato ad un alto livello di volatilità.

Inoltre, qualora un hacker si impossessasse della crittografia privata e delle credenziali del proprietario contenute nei digital hot wallets, nessuna garanzia di rifusione sarebbe garantita per la persona offesa.

Allo stesso modo, nessun rimborso è previsto in caso di transazioni non autorizzate ovvero inesatte nell’indicazione sia dell’indirizzo digitale del beneficiario sia dell’importo trasferito.

Bitcoin utili per evadere?

Quando si parla di Bitcoin e Fisco, viene da chiedersi se possano essere utilizzati per evadere le tasse o per il riciclaggio di denaro. Questi argomenti, come detto, sono utilizzati soprattutto dai suoi detrattori e dall’establishment che ha paura del cambiamento. D’altronde, nell’idea iniziale di Satoshi Nakamoto, la Blockchain alla base del Bitcoin, doveva avere lo scopo di creare una economia più democratica e decentrata. Che non sia il gioco di banche e governi centrali.

Come già detto, risalire all’identità di chi possiede la chiave pubblica e quindi l’identificazione con certezza matematica è già possibile, rendendo senza senso utilizzarli a tale scopo.

Broker ed Exchange, quando pagare le tasse

Continuando nella nostra disamina, possiamo fare una differenza tra quando facciamo il trading di Bitcoin tramite Broker e acquistare Bitcoin tramite Exchange. Nel primo caso si tratta di trading di bitcoin, con eventuali guadagni tassati al 26% sulla base delle proprie capacità di trader, e solo quando avrete prelevato i fondi sul vostro conto in banca. Nel secondo caso, ossia quello dell’utilizzo di un Exchange, state effettivamente comprando dei bitcoin (o criptovalute) reali e quindi le tasse “andrebbero pagate” solo nel momento in cui effettuate la conversione in euro.

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Tassazione Bitcoin, cosa dice Risoluzione Ministeriale n. 72 E del 02/09/2016

Cosa dice Risoluzione Ministeriale n. 72 E del 02/09/2016? Riporta i seguenti punti:

  • Bitcoin è una moneta alternativa a quella tradizionale
  • l’acquisto e la cessione di Bitcoin in cambio di Euro sono da considerare operazione di cambio valuta, quindi non soggette ad IVA
  • le Società che operano con i Bitcoin possono ottenere guadagni o perdite dalle attività di cambio, e tali guadagni o perdite devono essere dichiarati in bilancio
  • in alternativa alla chiusura del bilancio si calcolano eventuali guadagni o perdite e si registrano
  • in caso di privati, se manca la finalità speculativa, non vengono rilevati redditi imponibili
  • solo le attività dei privati cittadini che detengano per almeno 7 giorni consecutivi in un anno un ammontare in moneta per un controvalore pari o superiore a 100 milioni di vecchie Lire (ovvero 51.000 Euro circa) siano considerabili come attività speculative, generando pertanto redditi imponibili. Tuttavia i privati cittadini non “chiudono bilancio” a fine anno, quindi le plusvalenze possono essere rilevate solo in caso di vendita di Bitcoin.

Si pagano le tasse sui bitcoin?

Si pagano le tasse sui bitcoin? Possiamo ricapitolare quanto detto fino ad ora:

  • l’Agenzia delle Entrate paragona Bitcoin ad una valuta tradizionale
  • alle imprese che dovessero operare con Bitcoin si applicano le stesse identiche regole fiscali che si applicherebbero qualora operassero con Euro
  • le imposte si pagano solo sulle eventuali plusvalenze
  • le plusvalenze per le imprese vengono rilevate a chiusura di bilancio, o nel momento della vendita di Bitcoin
  • i privati cittadini devono pagare le imposte, sempre soltanto sulle eventuali plusvalenze, nel caso in cui superino 7 giorni consecutivi di detenzione di Bitcoin per un controvalore superiore a circa 51mila Euro

Tassazione Bitcoin qual è aliquota

Qual è l’aliquota imposta per la tassazione Bitcoin? E’ la stessa con cui si tassano le plusvalenze finanziarie, ossia il 26%, e va inserita, come visto in precedenza, nella sezione apposita dedicata alle plusvalenze che scaturiscono da attività finanziarie. Il cosiddetto capital gain.

Tassazione Bitcoin, cosa dice Corte Europea

In realtà, l’impostazione italiana rispetto alla tassazione bitcoin va in evidente contrasto con una sentenza della Corte Europea: la C-264/14. La quale sancisce di fatti che il bitcoin non sia una valuta, ma un mezzo di pagamento.

Ecco il passaggio più significativo della sentenza:

Secondo la commissione tributaria, la valuta virtuale «bitcoin» è un mezzo di pagamento utilizzato in maniera corrispondente a mezzi legali di pagamento. Peraltro, l’espressione mezzi di pagamento con «valore liberatorio» di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva IVA sarebbe utilizzata per circoscrivere l’ambito dell’esenzione relativa alle banconote e alle monete. Ne deriverebbe che la disposizione dovrebbe essere letta nel senso che è riferita solo alle banconote e alle monete, ma non alla valuta. Tale interpretazione sarebbe altresì coerente con lo scopo dell’esenzione di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettere da b) a g), della direttiva IVA, vale a dire quello di evitare le difficoltà che deriverebbero dall’assoggettamento dei servizi finanziari all’IVA”.

Tassazione su Bitcoin ne freneranno diffusione in Italia?

Anche sul Bitcoin le tasse fungeranno da ostacolo per la sua diffusione nel nostro Paese? L’obbligo di riportare nella dichiarazione fiscale i capital gain e il valore delle somme possedute in bitcoin è una complicazione burocratica che penalizza le criptovalute rispetto agli altri investimenti finanziari in azioni o titoli di Stato. Questi ultimi, infatti, non vanno indicati poiché le banche fungono da sostituiti di imposta.

Da quanto si evince alla luce dei chiarimenti della Agenzia delle Entrate non si può però far a meno di notare che anche le criptovalute sono state travolte dalla complessità normativa italiana. Norme che faranno felici i commercialisti ma che inevitabilmente faranno allontanare cittadini e imprese dalle monete elettroniche impedendone il loro sviluppo nel nostro Paese.

Va poi detto che le disposizioni viste in precedenza potrebbero anche rivelarsi di difficile applicazione. Dato che il fisco potrebbe scoprire il possesso di criptovalute solo andando a spulciare i conti correnti dei cittadini per individuare spostamenti di denaro verso le più note piattaforme elettroniche dove è possibile acquistare e vendere criptovalute.

Bitcoin antiriciclaggio

Una delle accuse principali che viene fatta al Bitcoin, è quella di fomentare l’antiriciclaggio. Come si comporta in tal senso la legislazione italiana? L’Agenzia delle Entrate precisa, per quanto riguarda le disposizioni in materia di antiriciclaggio, che le società che offrono ai propri clienti l’attività di trading, negoziazione e intermediazione di criptovalute devono rispettare gli obblighi connessi all’adeguata verifica della clientela, alla registrazione ed inoltre anche alla comunicazione all’Uif (unità di informazione finanziaria) previsti dal D.Lgs. n. 231/2007.

Per non incappare in comportamenti scorretti per opera delle piattaforme, è bene sempre rivolgersi a quelle con regolare licenza da parte degli organismi preposti al controllo dei mercati finanziari. In Italia abbiamo la Consob, in Inghilterra la FCA, a Cipro (dove hanno sede diverse tra le principali piattaforme di trading online) abbiamo il CySEC, in America la Sec e così via.

Tassazione Bitcoin, come funziona in America

Come funziona in America la tassazione Bitcoin? Dato che è uno degli Stati che maggiormente tratta le criptovalute, preceduto dal Giappone e seguito dalla Corea del sud sul podio, vediamo come il temuto Fisco americano tratta le criptovalute. Del resto, è stato solo grazie all’evasione fiscale che negli Usa si è riusciti a stanare e colpire Al Capone.

La Federal Reserve statunitense ha riconosciuto la crescente importanza del bitcoin quando ha annunciato che le transazioni e gli investimenti relativi a bitcoin non possono essere ritenuti illegali. All’inizio l’attrattiva di bitcoin era attribuita in parte al fatto che non era regolamentata e poteva essere utilizzata nelle transazioni per evitare gli obblighi fiscali. La natura virtuale del bitcoin e la sua universalità rendono inoltre più difficile tenere traccia delle transazioni tra paesi. Inoltre, le autorità governative di tutto il mondo si sono presto rese conto che i bitcoin attiravano i truffatori che potevano stipulare accordi illegali.

Naturalmente, è stato impossibile per bitcoin sfuggire per lungo tempo ai radar delle autorità fiscali. In tutto il mondo, le autorità fiscali hanno cercato di portare avanti normative sui bitcoin. L’Internal Revenue Service (IRS) degli Stati Uniti e le sue controparti di altri paesi sono per lo più sulla stessa pagina quando si tratta di trattare i bitcoin. L’IRS ha affermato che il bitcoin dovrebbe essere trattato come una risorsa o una proprietà intangibile e non come una valuta, in quanto non viene emessa dalla banca centrale di un paese.

Il trattamento di Bitcoin come risorsa rende chiara l’implicazione fiscale. L’IRS ha reso obbligatorio riportare transazioni bitcoin di tutti i tipi, indipendentemente dal loro piccolo valore. Pertanto, ogni contribuente statunitense è tenuto a tenere un registro di tutti gli acquisti, vendite, investimenti o utilizzo di bitcoin per pagare beni o servizi (che l’IRS considera scambiare). Poiché i bitcoin vengono trattati come beni, se si utilizzano i bitcoin per transazioni semplici come l’acquisto di generi alimentari in un supermercato, si incorre in una tassa sui guadagni in conto capitale (a lungo termine o a breve termine a seconda di quanto si sono tenuti i bitcoin).

Quando si tratta di bitcoin, le seguenti sono transazioni diverse che porteranno al pagamento di tasse:

  • vendere bitcoin, minate personalmente, a terze parti
  • vendere bitcoin, acquistati da qualcuno, a terzi.
  • usare bitcoin, minate personalmente, per comprare beni o servizi
  • usare bitcoin, acquistati da qualcuno, per acquistare beni o servizi

I casi uno e tre comportano l’uso del mining, utilizzando risorse personali e vendendoli a qualcuno in cambio di denaro o un equivalente in beni e servizi. Il valore ricevuto dall’abbandono dei bitcoin è tassato come reddito personale o aziendale dopo aver dedotto eventuali spese sostenute nel processo di estrazione. Tali spese possono includere il costo dell’elettricità o l’hardware del computer utilizzato nell’estrazione di bitcoin.

Quindi, se uno è in grado di estrarre 10 bitcoin e venderli per $ 250 ciascuno, devi dichiarare $ 2500 come reddito imponibile prima di qualsiasi spesa deducibile.

Gli investimenti due e quattro sono più simili a investimenti in un bene. Diciamo che i bitcoin sono stati acquistati per $ 200 ciascuno, e un bitcoin è stato dato in cambio di $ 300 o valore equivalente in merce. L’investitore ha guadagnato $ 100 su un bitcoin durante il periodo di detenzione e attirerà le imposte sulle plusvalenze (a lungo termine se detenute per più di un anno, altrimenti a breve termine) su $ 100 guadagnati vendendo / scambiando il bitcoin.

Se i bitcoin sono detenuti per un periodo inferiore a un anno prima della vendita o dello scambio, viene applicata un’imposta di capital gain a breve termine, che è uguale all’aliquota ordinaria dell’imposta sul reddito per l’individuo. Tuttavia, se i bitcoin sono detenuti per più di un anno, vengono applicate le aliquote di imposta sulle plusvalenze a lungo termine.

Negli Stati Uniti, le aliquote di imposta sul reddito a lungo termine sono pari allo 0% per le persone comprese tra il 10% e il 15% delle aliquote fiscali ordinarie, il 15% per le persone nella fascia fiscale del 25% -35% e il 20% per quelle del 39.6 % di tasse Quindi, le persone pagano le tasse ad un tasso inferiore all’aliquota ordinaria se hanno detenuto i bitcoin per più di un anno. Tuttavia, ciò limita anche le detrazioni fiscali sulle perdite di capitale a lungo termine che si possono richiedere.

Le minusvalenze sono limitate alle plusvalenze totali realizzate nell’anno più un massimo di $ 3000 di reddito ordinario. Tuttavia, la tassazione sui bitcoin e la sua segnalazione non è così semplice come sembra. Per i principianti, è difficile determinare il valore equo del bitcoin sulle transazioni di acquisto e vendita. I bitcoin sono molto volatili e ci sono enormi oscillazioni dei prezzi in un singolo giorno di negoziazione. L’IRS incoraggia la coerenza nella segnalazione; se usi il prezzo elevato del giorno per gli acquisti, dovresti usare lo stesso anche per le vendite.

Inoltre, i trader e gli investitori frequenti potrebbero utilizzare tecniche di contabilità “first in, first out” (FIFO) o “last in, first out” (LIFO) per ridurre gli obblighi fiscali.

Tassazione Bitcoin, come funziona in Giappone

Come funziona in Giappone la tassazione Bitcoin? Il Giappone è considerato piuttosto innovativo nel campo del trading di criptovalute. Del resto, lo pseudonimo dietro cui si nasconde il creatore del Bitcoin rievoca proprio un nome giapponese: Satoshi Nakamoto. Nome che se parafrasato, dà anche un possibile significato simile a “qualcosa di grandioso che sta per succedere”.

Proprio di recente, GMO Internet, un gigante delle comunicazioni locali, ha annunciato il suo piano per consentire ai suoi dipendenti di ricevere parte dei loro salari in Bitcoin. I venditori al dettaglio, come una grande catena di apparecchiature elettroniche e uno dei più grandi concessionari di automobili, ora accettano pagamenti con Bitcoin.

Tuttavia, il Giappone è molto severo in termini di tassazione Bitcoin. Infatti, se guadagni più di $ 100.000 in crypto, lo Stato prende il 55%. E non si ferma al trading: Non ha senso usare Bitcoin come pagamento in Giappone. Tecnicamente, puoi comprare un’auto ora usando Bitcoin, ma non ha senso a causa della tassa. Anche il pagamento con Bitcoin è un evento tassabile. Se acquisti Bitcoin e il prezzo sale, e poi acquisti un’auto usando quel Bitcoin, devi segnalarlo. Questo rende il pagamento dei Bitcoin molto più complicato.

Gli scambi giapponesi (come bitFlyer, Coincheck e quelli stabiliti da GMO e DMM) sono considerati molto dominanti per quanto riguarda la loro quota del volume degli scambi globali e del numero di trader , in parte a causa del fatto che sono l’unico modo per scambiare criptovalute. Lo scambio tra privati è praticamente nullo, dato che il 99% avviene tramite Exchange. Ma è difficile aprirne uno. Probabilmente costa più di $ 1 milione solo per essere conforme e ottenere una licenza.

Insomma, in Giappone lo Stato vuole guadagnare il più possibile sul fenomeno finanziario del momento.

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