Tassa patrimoniale in Europa, è davvero possibile?

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Checché ne dicano coloro che proclamano la morte delle ideologie, esistono politiche monetarie di destra e di sinistra. Non è questa la sede per illustrare i criteri con i quali questa categorizzazione si realizza, ma è utile parlare di una tassa che, tanto nella realtà delle cose quanto nella percezione nella popolazione è piuttosto radicale: la patrimoniale.

Avversata dai liberisti e dai ceti alti, considerata come lo strumento principe della ri-allocazione del reddito, in Italia – a differenza di altri paesi d’Europa – non ha fatto fortuna. Potrebbe farla oggi, con la crisi che ha gettato sul lastrico (e lasciato senza stipendio) buona parte della classe media. La spinta più grande potrebbe arrivare nientemeno dall’Unione Europea, ma matrigna che ha costretto buona parte dei paesi membri all’austerity.

Una patrimoniale a livello europeo, di questo si sta parlando. L’argomento è stato introdotto da un analista di eccezione, Harold James, professore alla Princeton University, grande esperto di economia e storia dell’Europa. Il dibattito potrebbe presto trovare uno sbocco concreto. Il senso di questa affermazione va rintracciato nel risultato delle elezioni europee. Fino a quando a vincere è stato il Partito Popolare, questa tassa non poteva essere altro che un sogno nel cassetto. Questa legislatura vede però una massiccia presenza degli euroscettici, i quali si sono prefissi l’obiettivo di cambiare radicalmente la struttura politica (e istituzionale) del Continente. In breve, i fautori dello status quo si sono indeboliti.

Questa affermazione è vera in senso assoluto, un po’ meno in relazione alle contingenze che si registrano in Europa dal punto di vista politica. E’ infatti vero che da più parti si invoca il cambiamento, ma è altrettanto vero che il colore di questo cambiamento varia da paese a paese, da partito a partito. Se, per esempio, la Syriza di Tsipras è più che favorevole a una patrimoniale, e che lo stesso si possa dire per il Movimento 5 Stelle (sebbene non si sia espresso in merito), altri potrebbero non esserlo. Il motivo? La loro bandiera è la lotta alle tasse. Questo concetto acquisisce forza se si riferisce ai ceti medi e bassi, ma per alcuni il “no-tax” è una filosofia da divulgare in senso assoluto. Il riferimento, qui, è all’Ukip di Farage e in misura minore alla Lega Nord.

Se poi si indaga più a fondo nel modello patrimoniale che James sta cercando di portare avanti, i dubbi aumentano. Non si tratta, infatti, di una tassa sui conti correnti, bensì di una tassa sulle proprietà. L’Italia è stata tartassata dai precedenti governi, dunque in Italia un tale concetto potrebbe non attecchire, anche se rafforzato da aliquote pesantemente progressive.

Il motivo di questa perplessità risiede in una semplice constatazione. In Europa, chi possiede uno o più immobile è in genere una persona benestante. In Italia, si trovano proprietari di casa anche tra i pensionati o tra gli individui che appartengono a ceti medio bassi. L’80% degli italiani è proprietario di casa. Dunque, paradossalmente, la tassa non verrebbe percepita come un tributo di sangue chiesto (finalmente) ai ricchi.