Tampon Tax e Tassa Rosa, i prodotti femminili costano di più

Il deputato Pippo Civati, fondatore del movimento politico Possibile, ha depositato qualche giorno fa in Parlamento un provvedimento che prevede l’inserimento dei prodotti igienico-sanitari femminili nella categoria dei “beni essenziali”, insieme al pane, alla pasta, ai giornali, etc. Una decisione che porterebbe alla riduzione dell’IVA su assorbenti igienici, tamponi, coppe e spugne mestruali dall’attuale 22% al 4%. La misura è stata denominata Tampon Tax.

Tampon Tax

A qualcuno questo nome farà sorridere e molti, uomini soprattutto, faranno spallucce credendo che il problema non sia affatto serio e non richieda una norma ad hoc. Ma se ci pensiamo bene non è affatto una questione ridicola. E se ne sono accorti in tanti Paesi. Il nome “Tampon Tax” è infatti la definizione comune utilizzata in tutto il mondo per riferirsi alla controversia.
In Francia e nel Regno Unito migliaia di donne sono scese recentemente in strada per manifestare contro quella che viene definita una tassa iniqua e sessista, costringendo persino i rispettivi Primi Ministri a rilasciare dichiarazioni ufficiali sulla questione (prima David Cameron, poi Manuel Valls).
Nel Regno Unito, il dibattito è particolarmente acceso. Nel 2000 il Governo laburista di Tony Blair aveva già abbassato l’IVA sui prodotti sanitari dal 17,5 al 5%; ora è stata presentata una proposta per abolire definitivamente la “tassa sui Tampax” portando l’imposta del 5 allo 0%, così come già deliberato in Irlanda e in Canada. Questa mozione è stata rigettata dal Parlamento inglese perché detto taglio risulta andare contro le leggi comunitarie: in base alla direttiva sull’IVA del 2009, infatti, gli Stati Membri possono abbassare ai minimi l’Imposta sul Valore Aggiunto su determinati prodotti, ma è vietato azzerarla. Il segretario alle Finanze del Tesoro David Gauke non ha escluso però alcuna possibilità e ha detto: “Solleverò la questione con la Commissione europea e gli altri Stati membri, spiegando che a nostro avviso deve essere possibile per gli Stati membri applicare una aliquota pari a zero per i prodotti sanitari”.
Olanda e Spagna hanno già ridotto la tassa e in Germania è al vaglio una riduzione dal 19 al 7%. Negli Stati Uniti la tassazione è diversa da Stato in Stato, ma la Tampon Tax non è applicata nel Maine, in Pennsylvania e in New Jersey. Il governo della Malesia prenderà una decisione entro il 1° aprile, mentre il governo australiano ha rifiutato la proposta infiammando gli animi.
Su Change.org, infine, gira una petizione a livello nazionale e internazionale che ha già raccolto centinaia di migliaia di firme.

Tassa di genere

In media ogni donna italiana spende ogni mese, per quarant’anni, minimo quattro euro per una confezione di assorbenti (cifra arrotondata per difetto). La questione quindi non è di poco conto. Ma il dibattito non si ferma qui e anzi si allarga. Varie indagini, condotte in varie regioni del mondo, hanno infatti scoperto che, pur destinati ad un utilizzo simile e avendo le stesse componenti, i prodotti per le femmine costano molto di più rispetto a quelli rivolti ai maschi.
A documentarlo è stato un recente studio condotto dal Dipartimento degli affari del consumatore di New York, nato con l’obiettivo di favorire il mantenimento di un mercato equo e vivace. Ebbene, dopo aver preso in esame 800 prodotti appartenenti a 90 marchi differenti (giocattoli, abbigliamento, prodotti per la cura personale o per la salute), molti dei quali commercializzati in tutto il mondo, è giunto alla conclusione che il genere incide sul prezzo finale di un prodotto e che la disparità fra quelli dedicati agli uomini e quelli destinati alle donne è notevole. Il “gentil sesso” paga, infatti, in media il 7% in più rispetto al “sesso forte”. In particolare le donne pagano il 7% in più per i giocattoli e gli accessori, il 4% in più per i vestiti dei bambini, l’8% in più per l’abbigliamento per adulti, il 13% in più per i prodotti per la cura personale, l’8% in più sui prodotti per la casa di assistenza sanitaria. In generale è emerso poi che le donne pagano un prodotto più degli uomini in circa il 42% dei casi; viceversa agli uomini capita di spendere di più solo nel 18% dei casi.
A ruota, diversi organi di informazione hanno condotto ricerche ad hoc e i risultati sono lampanti. È emerso per esempio che gli altri comparti nei quali le donne sono principalmente penalizzate sono quelli dei mutui e delle assicurazioni, del parrucchiere e delle automobili. Le assicurazioni malattia e infortuni costano di più alle donne (un miliardo in totale ogni anno negli Stati Uniti) in quanto vivono più a lungo, e un esperimento ha dimostrato che i concessionari di auto indicano prezzi più alti alle donne perché presumono che non siano in grado di valutare il vero valore del mezzo. Il Washington Post ha calcolato che una donna spende circa 1400 dollari (1200 euro) all’anno in più rispetto ad un uomo. Forbes ha aggiunto che anche quando portano in lavanderia una camicia uguale a quella del marito, ma più piccola, la tariffa di lavaggio richiesta alle donne è più alta. Il Times ha fatto una verifica nei grandi magazzini di Londra: da Tesco i rasoi per la depilazione delle gambe non differiscono da quelli venduti ai maschi per la barba, ma costano quasi il doppio; da Boots, 100 millilitri di fragranza Chanel Allure costano 30 sterline alle donne e solo 23,5 agli uomini e le penne Bic «for her» sono vendute a 2,99 contro 1,98 delle penne normali.
L’University of Central Florida ha condotto, infine, un’indagine sui deodoranti e ha scoperto che quelli femminili costano in media il 30% in più di quelli maschili ma contengono esattamente gli stessi componenti e hanno solo un profumo diverso.
E tutto ciò non è certo una novità. Già nel 1994, lo Stato della California aveva individuato una specie di “tassa di genere” che consisteva in una spesa annuale di circa 1.351 dollari in più rispetto allo standard. E proprio per questo nel 1996 è stata abolita per legge ogni differenza di prezzo sulla base del genere.

La Tassa Rosa in Italia

Per quanto riguarda la situazione del nostro Paese, la rivista il Salvagente ha condotto uno studio nel novembre 2014 ed è arrivata alla conclusione che la “tassa rosa” costerebbe alle donne italiane circa 1000€ in più l’anno: «Su un profumo la differenza sfiora anche i 20 euro, mentre le mutandine da bambina possono costare quasi il doppio di quelle da bambino, sul bagnoschiuma non cambia il prezzo ma la versione “for man” contiene 50 ml di prodotto in più».