La svalutazione del lavoro è l’origine dei mali dell’Europa?

O si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro. Questa è la “rivelazione” che l’ex sottosegretario all’economia Stefano Fassina ha fornito lunedì in un talk televisivo. Le virgolette sono d’obbligo, visto che si tratta di un segreto di Pulcinella, noto agli analisti e agli addetti ai lavori.

In Europa è accaduto proprio questo: non potendo svalutare la moneta, gli stati membri hanno svalutato il lavoro. Sullo sfondo, la spasmodica ricerca di una competitività ormai andata perduta. Se l’avversario è la Cina, il Brasile o altre economie emergenti, la contrazione del costo del lavoro appare se non giustificata almeno comprensibile. Il problema principale è che, per Italia, Spagna, Grecia e Francia, il “nemico” è la Germania. Non per scelta loro, ma per scelta di Berlino.

La Germania si è comportata in modo scorretto, gettando l’Eurozona in un circolo vizioso. Il paese della Merkel nei primi anni Duemila ha chiesto il permesso di deviare dai vincoli imposti dai trattati. Lo scopo era quello di mettere in sesto un’economia in ginocchio. La Germania, questo va specificato, ha sfruttato molto bene il tempo concesso e in pochi anni è ritornata a essere una potenza economica. La solidità teutonica si basa però su una specie di trucco: fare leva quasi esclusivamente sulle esportazioni per compensare la scarsa attitudine di consumo dei tedeschi. Peccato che questa strategia abbia fortemente penalizzato i paesi del Sud Europa, che in questo particolare scenario hanno funto da importatori. Siamo di fronte a un effetto domino in piena regola. Se la Germania vende all’interno dell’Eurozona, quindi in un mercato caratterizzato da una moneta condivisa, i prodotti tedeschi competono con i prodotti locali. Se i primi per svariate ragioni sono più competitivi dei secondi (maggiore qualità, minor costo etc), le imprese locali sono costrette, per sopravvivere, a creare vantaggio competitivo. Potrebbero farlo con l’innovazione, ma ciò imporrebbe un percorso lungo e impervio. La soluzione più immediata, che è poi l’unica praticabile nel breve periodo, è quella di contrarre i costi di produzione. Il ché significa due cose: abbassare i salari e licenziare. Se i lavoratori vengono licenziati o vengono pagati di meno, hanno meno soldi per comprare. I consumi si contraggono e le imprese, per sopravvivere, devono abbassare nuovamente i costi di produzioni. Un circolo vizioso che porta alla deflazione. Ebbene, noi siamo in questo punto.

Si potrebbe obiettare: “E’ il mercato, se i prodotti tedeschi funzionano, è bene che vengano venduti anche nell’Eurozona”.

E’ una giustificazione che non ha molto senso. Esportare “alla tedesca” rappresenta un atto scorretto se lo scenario è quello di una unione monetaria. Se un paese importa molto, le istituzioni per difendersi dalla competitività dei prodotti esteri può svalutare la moneta. In quel modo si attiva un vantaggio di costo in grado di riequilibrare i rapporti di forza. Ma se esportatore e importatore condividono la stessa moneta, ciò è impossibile. Agli italiani, spagnoli, francesi e greci, dunque, non rimane che svalutare il lavoro.

Forse l’Italia ha qualcosa da farsi perdonare sul fronte della disciplina di bilancio. La Germania, però, ha le sue colpe e sono belle grosse: aver esportato deflazione, aver esportato povertà.