Svalutare e Investire: Keynes può creare squilibri a lungo termine?

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Le teorie keynesiane producono squilibri a lungo termine. Producono debito. Producono benessere nel presente e tragedie nel futuro. Queste e molte altre sono le critiche che gli economisti più squisitamente liberisti (e monetaristi) pongono nei confronti di Keynes, economista che negli anni Trenta ha rivoluzionato il modo di fare economia e ha salvato prima gli Usa e poi il mondo intero dalla crisi del ’29.

Keynes è andato di moda per una quarantina d’anni. Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a metà degli anni Settanta, in particolare, ha rappresentato la stella polare per i governi americani ed europei. Non è questa la sede per spiegare in cosa consistano le sue teorie, ma basti sapere che incoraggiano gli investimenti pubblici con lo scopo di aumentare il reddito dei cittadini, quindi i consumi, quindi i profitti delle imprese.

La più grande accusa alle teorie keynesiane, forse una reale deriva del suo pensiero, è che tutto ciò porta a un aumento esponenziale del debito. In effetti, l’evidenza è che il debito dei paesi Occidentali – gli stessi paesi che hanno utilizzato Keynes per decenni – adesso si trovano con una mole di debito incredibile da gestire. L’Italia, ad esempio, ma anche Francia e Stati Uniti. E’ colpa delle teorie di Keynes?

La risposta, anche se la letteratura non ha trovato un’interpretazione unanime, potrebbe essere la seguente: Keynes è stato utilizzato male o, in alternativa, è stato utilizzato solo a metà. Il pensiero dell’economista americano inglese, infatti, prevede sì l’abuso dello strumento della spesa pubblica, ma solo in relazioni a determinati fasi del sistema economico. Lo Stato deve spendere a deficit, ma solo in caso di recessione. In caso di situazioni di crescita economica, di contro, lo Stato deve produrre politiche monetarie e fiscali restrittive in modo da rientrare dal debito contratto durante il periodo di recessione. I cordoni della borsa si devono allargare e restringere ciclicamente, seguendo i movimenti dei cicli economici.

Ebbene, questo non è accaduto. I governi hanno modulato politiche fiscali e monetarie non in base allo stato dell’economia, ma in base ai calcoli elettorali. Si è assistito, dunque, a esecutivi spendaccioni nei mesi precedenti alle elezioni, e “taccagni” nei mesi successivi alle elezioni. Questo perché spendere vuol dire produrre occupazione e produrre occupazione vuol dire consenso.

Gli effetti collaterali di questa modulazione sciagurata sono stati due: lo squilibrio del sistema, con la creazione di debito incontrollato, e la pessima reputazione delle teorie di Keynes a partire dalla metà degli anni Settanta. Una percezione sbagliata ma che si è andata consolidando in senso alle elite europee. E’ un po’ smettere di utilizzare le automobili perché c’è stato chi le usa per investire i passanti.

Lo scenario, forse, è destinato a cambiare. Sono in molti a invocare il ritorno di Keynes, soprattutto ora che le politiche di bilancio, care ai monetaristi (avversario dell’economista americano) hanno dimostrato l’incapacità di fornire soluzioni.

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