Svalutare o Non svalutare: il caso del 1992 e le Prospettive attuali

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Domanda da un milione di dollari: come si esce dalla crisi? Economisti e politici si scervellano cercando la risposta. Per ora, visti gli avvenimento dell’ultimo biennio, una cosa è certa: dalla crisi non si esce con l’austerità. Le politiche fiscali attente solo agli equilibri di bilancio si sono rivelate un’inarrestabile volano per la recessione. A tal punto che Monti (il paladino dell’austerity) ha chiesto all’Europa il permesso di spendere e di “sforare”.

Tra gli economisti, silenziosamente, al di fuori dei vincoli politici ed elettorali, si sta riaffacciando il dibattuto sulla svalutazione competitiva, sull’immissione di denaro nel sistema economico e su una possibile – o forse auspicabile – resurrezione di Keynes. L’impulso è stato emesso dal Giappone e dagli Stati Uniti: il primo ha minacciato di svalutare la sua valuta, il secondo, di fatti, lo sta facendo visto che la Fed sta stampando denaro come poche volte nella storia. I mercati stanno reagendo bene, l’enstablishment politico europeo un po’ meno.

Una piccola nicchia di economisti italiani, tra cui il profetico Alberto Bagnai, professore all’Università di Pescara e conosciuto per le sue posizioni lontane dal mainstream, sta trattando seriamente la questione. Lo sta facendo, come sempre in questi casi, rievocando vicende del passato. L’evento richiamato più spesso è la svalutazione della lira del 1992. Evento annunciato come catastrofico (all’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato quasi scapparono le lacrime in diretta televisiva) ma che sortì effetti positivi quanti insperati.

Ebbene, la situazione odierna è molto simile a quella del 1992. L’Italia, oggi come allora, vive un periodo di profonda recessione. L’Italia, oggi come allora, deve fare i conti con un debito pubblico enorme: nel 1992 era al 101% sul Pil, oggi è del 126%. L’Italia, oggi come allora, vive una situazione occupazionale precaria, con un tasso – in entrambi i casi – superiore al 10%. Non solo, anche allora proprio come oggi l’Italia viveva una periodo politicamente convulso. Ieri eravamo al preludio del berlusconismo, oggi chissà.

Andiamo con ordine. Ecco i fatti del 1992. L’economia è segnata da profondi squilibri nella bilancia commerciale. Amato decide di svalutare e di svincolarsi dallo Sme. La perdita di valore della lira, però, sfugge di mano e conquista percentuali impressionanti: in pochi mesi si giunge al -50% rispetto al marco tedesco. Si annunciano catastrofi, come l’impossibilità di approvvigionarsi all’estero, sia per quanto riguardo le risorse (importazioni) che per quanto riguarda i finanziamenti (vendita di titoli di debito in scadenza). Soprattutto, si annuncia un’inflazione da “apocalisse” e quindi la perdita del potere di acquisto dei redditi. Le catastrofi, però, non arrivano. L’inflazione sale, sì, ma in modo contenuto (5% all’anno). Le importazioni non danno noie, perché l’approvvigionamento di risorse comincia piano piano a indirizzarsi all’interno, grazie all’aumento della produzione industriale, avvenuta grazie all’immissione di denaro nell’economia reale. Solo il debito rappresenta un problema: in pochi anni aumenta del 20%, colpa dell’acquisto di nuovi titoli e, soprattutto, del perdita di valore della moneta. I vantaggi, quelli sì, non tardano ad arrivare. Oltre alla già citata ripresa della produzione (naturale dopo i massicci investimenti), cala la disoccupazione, aumenta il Pil.

Tutto è andato per il meglio? La svalutazione ha rappresentato un toccasana? No, almeno secondo alcuni analisti. E qui veniamo alle opinioni. Opinioni su cui la comunità economica si è divisa. I costi, secondo i detrattori “della svalutazione del 1992” si sono visti solo anni dopo, nel medio periodo – nella più classica delle visioni monetariste. Anzi, i costi si starebbero pagando ancora oggi. Ovviamente, questi prendono il nome di “debito”. Semplicemente, il 20% del debito maturato durante gli anni 1992-1995 ha rappresentato una zavorra i cui effetti stanno compromettendo – certo con la collaborazione di altri fattori – le generazioni attuali e quelle future. Secondo la visione monetarista, il debito pubblico causa problemi catastrofici sempre, seppur solo nel lungo periodo. Insomma, il debito è visto come una droga che fa stare bene prima e distrugge poi. Inoltre, secondo i detrattori della svalutazione, la perdita di valore della lira avvenuta del 1992 avrebbe comportato benefici nemmeno troppo corposi. La crescita, ad esempio, si sostanziò con uno striminzito +1% annuo. La risposta a questa critica sta nell’analisi del contesto del tempo, un contesto che vedeva tutti i paesi europei in profonda recessione. Sicché, mentre Germania a Francia affrontavano una decrescita di uno-due punti percentuali, il Bel Paese cresceva, seppur di poco. Secondo i monetaristi, però, il gioco non è valso la candela. E la candela è rappresentata dal +20% sul fronte del debito.

Questi i pro e i contro dello svalutazione del 1992. La domanda da porre adesso è la seguente: una simile svalutazione oggi avrebbe gli stessi effetti di allora? Ovviamente il presupposto è che si torna alla lira e che quindi si esca dall’euro, magari col bene placido dell’Ue e in maniera graduale (proprio come ci si è entrati nel 1999-2002).

E’ una domanda complicata a cui rispondere. Di mezzo c’è una crisi senza precedenti, una ventina d’anni di globalizzazione, profonde differenze nel mercato del lavoro. E proprio questo è il punto. Allora – com’è sempre successo nei decenni precedenti – era necessario svalutare per far ripartire l’economia. Oggi no: la legge Biagi prima e la legge Fornero poi hanno aperto inquietanti scenari di precariato che dipendono solo fino a un certo punto dalla crisi. Una svalutazione non scioglierebbe di per sé nodi di tale portata. Dunque, la perdita di valore della “neo-lira” rischierebbe di causare gli svantaggi senza i benefici. Gli svantaggi sarebbero gli stessi di sempre: inflazione e aumento del debito pubblico. Almeno per quanto riguarda il primo caso, gli effetti sarebbero contenuti, visto che il sistema oggi è “tarato” per frenare l’inflazione (es. rapporti tra le bilance commerciale). Curare la disoccupazione senza le riforme, però, è impensabile.

Sul fronte delle esportazioni, ad ogni modo, i vantaggi sarebbero forse maggiori. Oggi esistono mercati in cui esportare, mercati dove il tenore della vita della popolazione cresce e che offrono un bacino immenso di utenza (vedi Cina, India, Brasile).

Queste sono, ovviamente, solo speculazioni. Sono tanti ed enormi gli ostacoli che si frappongono tra l’Italia e un possibile ritorno alla lira con relativa svalutazione. Ostacoli di natura politica (vai a convincerla la Merkel). Ostacoli di natura burocratica (organizzare un cambio di valuta è sempre una fatica immane). Ostacoli anche di natura mentale: lo stesso concetto di Unione Europea così come la conosciamo scomparirebbe. Un trauma, per molti.