Studi di settore sostituiti da indicatori di affidabilità: cosa cambia

come funzioano Studi di settore

Sono stati per 18 anni l’incubo di contribuenti, professionisti e piccole imprese. Ma dal prossimo anno saranno sostituiti dagli indicatori di affidabilità fiscale (detti anche indicatori di compliance).

Il provvedimento è inserito nella manovra-bis mediante un emendamento promosso dalla maggioranza e approvato dalla Commissione Bilancio di Montecitorio. Lo scopo è quello di promuovere l’osservanza degli obblighi fiscali per lavoratori autonomi e imprese. L’anomalia registrata in questi anni è ribadita negli studi di settore dell’anno 2016, relativi però al periodo d’imposta 2015, dato che i redditi medi sarebbero bassi: per i commerciali la media è di 22.500 euro, mentre per le persone fisiche scende a 18.500 euro. Per quanto concerne le società, i redditi medi registrati sono di 30.800 euro per le società di persone e 27.500 per le società di capitali.

Per far sì che gli indicatori di affidabilità fiscale sostituiscano gli studi di settore dall’anno fiscale 2017, l’Agenzia delle Entrate dovrà promulgare un apposito provvedimento entro 90 giorni dall’entrata in vigore della manovrina. Vediamo di seguito cosa erano gli studi di settore e cosa saranno gli indicatori di affidabilità.

Sommario

Cosa sono gli indicatori di affidabilità

Partiamo col vedere qual è la definizione che la manovrina dà agli indicatori di affidabilità: «rappresentano la sintesi di indicatori elementari tesi a verificare la normalità e la coerenza della gestione aziendale o professionale, anche con riferimento a diverse basi imponibili, ed esprimono su una scala da 1 a 10 il grado di affidabilità fiscale riconosciuto a ciascun contribuente». I primi firmatari di questa novità sono i deputati Michele Pelillo, del Partito democratico, e Maurizio Bernardo di Area popolare.

L’obiettivo degli indicatori di fattibilità è dunque quello di cambiare il rapporto fisco-contribuente, creando una collaborazione che non sia più ex post ma ex ante. Il controllo fiscale dovrà essere il più possibile preventivo e non più basato sull’accertamento postumo. L’indice di affidabilità si basa su una scala da uno a dieci, come una pagella poi aggregata in un indicatore di sintesi. Più il contribuente risulterà in regola col Fisco, più avrà delle agevolazioni. Come fa praticamente un genitore quando premia un figlio che prende bei voti a scuola. In questo caso, l’Agenzia delle entrate fa da insegnante che dà i voti e dà genitore che dà il premio, mentre l’alunno, ovviamente, è il contribuente. Vale a dire, come detto, autonomi, professionisti e imprenditori.

Come funzionano indicatori di affidabilità (Isa)

Ciascun contribuente otterrà un voto di “buona condotta” da parte dell’Agenzia delle entrate, prevedendo un premio per quanti vantano un alto indice di affidabilità fiscale. Proprio, come detto, da 1 a 10. Sarà ovviamente un apposito software ad elaborare i giudizi, prendendo come riferimento una serie di indici applicati ai contribuenti. Il voto quindi esprime l’affidabilità fiscale dell’impresa o del libero professionista monitorato. Chi ottiene il massimo del punteggio, avrà un regime fiscale “di favore” con alcuni vantaggi non ancora indicati però dalle nuove disposizioni.

Come fa il software a dare dei voti ai contribuenti? Elaborando i dati a disposizione per vedere se ci sono eventuali anomalie riguardanti i dati presentati dal contribuente e sulla sua contabilità. Più il contribuente risulta poco o per niente affidabile, più rischia accertamenti. Con scene tipo Totò (nei panni del commerciante) e Aldo Fabrizi (nei panni dell’ispettore fiscale) nel film I tartassati. Gli Isa vogliono quindi sollecitare i contribuenti ad avere un comportamento onesto nei confronti del Fisco. I contribuenti non saranno più divisi in “congrui” e “non congrui” ma in “virtuosi” e “non virtuosi”.

Cosa cambia rispetto a studi di settore

Rispetto a quanto avveniva con gli studi di settore, il reddito sarà analizzato in modo più completo, non fermandosi solo all’analisi dei ricavi/compensi come avvenuto fino ad oggi. Sarà preso in considerazione pure il valore aggiunto, il reddito per addetto, la durata delle scorte, la consistenza delle rimanenze finali, il controllo del numero delle giornate retribuite. Cambia anche il periodo durante il quale il contribuente viene monitorato. Lasso di tempo che sarà lungo e non limitato, come avveniva con gli studi di settore, all’anno solare. In linea di massima, il software procederà con questi calcoli:

  • indicatori per calcolare il livello di affidabilità;
  • stima dei ricavi, del valore aggiunto e del reddito d’impresa;
  • modello di regressione basato su dati panel ricavati dagli ultimi 8 anni di storia dell’impresa o del professionista, anziché un anno solo come avveniva con gli studi di settore (il pregresso aiuta a capire se l’attività ha una crisi in corso e non broglia);
  • un modello di stima che individui l’andamento ciclico del mercato, senza più che sia necessario dover intervenire con i cosiddetti correttivi anticrisi;
  • una nuova metodologia al fine di individuare i modelli organizzativi.

Inizialmente, sarà utilizzato un campione di 70 settori fino a dicembre prossimo, così composti: 29 appartenenti al settore manifatturiero, 17 dei servizi, 15 tra commercio e professionisti. Nell’arco dell’anno prossimo, invece, gli indicatori di affidabilità riguarderanno anche altri 80 settori, arrivando a coprire tutti i 4 milioni di contribuenti interessati. Si tratta così anche di semplificare i settori, visto che attualmente con gli studi di settore sono oltre 200 quelli analizzati. Nei mesi precedenti alla manovrina, c’è già stata una sperimentazione nel comparto delle macchine utensili, con ottimi riscontri. Le categorie che rappresentano il settore si sono sovente lamentate degli studi di settore. Sebbene, lasciassero anche spazio per dichiarazioni fiscali “anomale”. Bisogna vedere adesso come prenderanno questi nuovi indici.

Per i contribuenti più meritevoli, quelli cioè che si stabiliscono su un voto da 8 a 10, almeno stando alle voci in circolazione, ci saranno questi vantaggi:

  • Rimborsi fiscali più veloci;
  • Esclusione da alcuni adempimenti fiscali;
  • Periodo di accertamento e controlli molto ridotto.

Come funzionavano gli studi di settore

Possiamo, e dobbiamo, già abituarci a parlare al passato. Gli studi di settore, istituiti nel 1993 e arricchendosi nel corso del tempo con nuove tabelle relative alla grande maggioranza dei settori di attività, non sono sempre stati ritenuti affidabili.

Anzi. Hanno dato vita a numerose contestazioni sollevate dai contribuenti, sfociate sovente in cause giudiziarie. In cosa consistevano? In pratica, si basava su uno studio di settore che considerava quello che avrebbe dovuto essere il ricavo presunto di una determinata impresa o di un professionista, tramite la media con la categoria di appartenenza. Pertanto, veniva stabilito prima quanto il contribuente avrebbe dovuto guadagnare. Per i contribuenti che invece adeguano la propria dichiarazione dei redditi agli studi di settore, è prevista una maggiorazione dei versamenti pari al 3% della differenza tra i ricavi (o compensi).

Fino ad oggi, sono state più di 3,5 milioni le partite Iva sottoposte ai 193 studi di settore attivati dall’Amministrazione finanziaria. Il 73% tra esse risulta congruo (parliamo di una platea composta da 2,6 milioni di attività); quindi rispecchia quanto si aspetta da loro il Fisco in termini di guadagni. Ciò però non basta per ripararli completamente da grane con il Fisco. L’accertamento fiscale può essere sempre effettuato, non a caso si conta che lo scorso anno sono stati poco meno di 368.500 gli accertamenti in materia di Iva, Irap e imposte dirette.

Per quanto imperfetto, il sistema degli studi di settore ha garantito un ottimo volume di gettito fiscale alle casse dello Stato. Dal 1998 al 2015 (ultimo dato disponibile), al cospetto di 49,2 miliardi di euro di maggiori ricavi ottenuti mediante l’adeguamento spontaneo dei contribuenti quando dichiaravano i redditi, essi si sono tradotti, stando ad un calcolo dell’Ufficio studi della Cgi, in 19,6 miliardi di euro di tasse in più versate all’Agenzia delle entrate. In realtà, come dicono alcuni esperti di fisco, bisogna anche capire quanta parte di questo denaro sia realmente frutto di una graduale emersione della base imponibile, e quanti, invece, non sono altro che il pagamento di tasse aggiuntive pagate dai contribuenti. Considerando che il livello dei ricavi imposto dagli studi di settore era troppo alto. Forse un po’ quello e un po’ quello. Per questo si spera che i nuovi indicatori portino ad un rapporto meno confuso e opprimente tra contribuente e Fisco.

Gli studi di settore erano suddivisi in quattro grandi aree, ognuna riguardante settori principali del sistema economico italiano, ognuno contraddistinto poi da un codice. Come segue:

  • Servizi (TG, UG, VG);
  • Commercio (TM, UM, VM);
  • Manifatture (UD, VD);
  • Professionisti (TK, UK, VK).

Gli studi di settore dividevano quindi le attività commerciali in gruppi omogenei chiamati «cluster», basati su una pluralità di fattori come l’organizzazione dell’attività, l’area di mercato dove opera, il tipo di clientela con cui ha a che fare, ecc. Elaborando tutti questi dati oggettivi, gli studi di settore individuano una relazione matematica tra le caratteristiche dell’attività e i ricavi o compensi che dovrebbe effettivamente produrre.

I 3 adempimenti principali per imprese e lavoratori autonomi al fine di trovarsi in regola con gli studi di settore erano:

  • individuare il proprio cluster di appartenenza;
  • indicare se i ricavi o compensi dichiarati fossero «congrui», quindi rientravano nel cosiddetto «intervallo di confidenza parametrale»;
  • individuare la «coerenza», ovvero l’appartenza degli indicatori economici rilevanti la range di valori assunti come normali per il cluster cui l’impresa appartiene.

Quando scattava il controllo dell’Agenzia delle Entrate? Quando quest’ultima riscontrava dei redditi dichiarati non corrispondenti alle risultanze degli studi di settore. Sorgeva così il cosiddetto contraddittorio obbligatorio con il contribuente. Al contribuente veniva pure data la chance di «adeguarsi» agli studi di settore, per ovviare al contraddittorio. Come detto, indicando in dichiarazione dei redditi i maggiori ricavi risultanti dagli studi e pagare una maggiorazione pari al tre percento.

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