Studi di settore: cosa sono e come funzionano

L'introduzione in Italia è avvenuta con decreto legge 30 agosto 1993 n. 331, convertito con modificazioni dalla legge 29 ottobre 1993 n. 427, a partire dal 30 agosto 1993

Al fine di rendere più efficace la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, ad inizio anni ’90 in Italia è stato introdotto lo strumento degli studi di settore. Lo scopo è quello di rilevare i parametri fondamentali di liberi professionisti, lavoratori autonomi e imprese. Avviene così una raccolta sistematica dei dati che caratterizzano l’attività e il contesto economico in cui opera l’impresa, per valutare quanto essa sia in grado di produrre reddito e servono anche per accertare in modo induttivo quanti esercitano arti e professioni, nonché le imprese in generale. Di seguito vediamo meglio nello specifico cosa sono gli studi di settore e come funzionano.

Studi di settore: quando sono stati introdotti

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Gli studi di settore possono mettere in difficoltà

Gli studi di settore sono stati introdotti nel nostro Paese mediante decreto legge 30 agosto 1993 n. 331, convertito successivamente mediante legge 29 ottobre 1993 n. 427. Nel corso degli anni è stata arricchita di nuove tabelle inerenti a quasi tutti i settori di attività. Ancora, in favore sia dei contribuenti che dei consulenti fiscali, viene messa ogni anno a disposizione il software informatico Ge.Ri.Co. così da semplici fare la gestione dei vari e complessi dati richiesti per ogni singolo settore.

Studi di settore: come funzionano

Gli studi di settore si dividono in quattro grandi macroaree:

  • Servizi (TG, UG, VG)
  • Commercio (TM, UM, VM)
  • Manifatture (UD, VD)
  • Professionisti (TK, UK, VK)
studi di settore cosa sono
Come funzionano gli studi di settore

Ognuna di esse si distingue per un codice di cinque caratteri che raccorda ogni codice delle attività economiche allo specifico studio di settore relativo. I primi due caratteri sono quelli riportati sopra tra parentesi: il primo identifica dal punto di vista “temporale” lo studio di settore, mentre il secondo identifica la relativa macroarea a cui fa riferimento.

Veniamo ora più specificamente a come vengono costruiti gli studi di settore. Alla loro base vi è un procedimento statistico verificato e approvato, prima che entri in vigore, da un’apposita commissione, che ha un nome inequivocabile: la Commissione degli Esperti. Tale commissione è formata da rappresentanti dell’Agenzia delle Entrate, del Ministero dell’Economia e delle organizzazioni di categoria. La Commissione degli Esperti si muove in questo modo:

  1. raccoglie gli elementi quantitativi e qualitativi su una determinata attività;
  2. individua le modalità omogenee di svolgimento della stessa (ciò che viene definito in inglese col termine cluster);
  3. determina i ricavi che l’attività dovrebbe ottenere;
  4. La prima fase di raccolta dei dati avviene quando viene introdotto un nuovo studio di settore o viene aggiornato uno studio già esistente. Per raccogliere i dati vengono inviati ai contribuenti specifici questionari mediante i quali vengono loro richieste specifiche informazioni sull’attività svolta, sia di tipo contabile che organizzativo. Se invece lo studio di settore già esiste, nell’aggiornamento sono utilizzati anche i dati trasmessi dai contribuenti nella compilazione dello studio stesso. Vengono altresì scartati quei dati relativi ad attività ritenute anomale, che potrebbero pregiudicare l’affidabilità del campione.
  5. La seconda fase successiva alla raccolta dati, vede l’individuazione di modalità di svolgimento il più possibile simili tra loro all’interno di uno studio di settore. Ritenendo che esse siano quelle valide per tutti gli attori rientranti in quello specifico studio di settore. I dati raccolti vengono esaminati mediante una tecnica statistica denominata ”analisi delle componenti principali”, la quale permette l’individuazione delle variabili più importanti al fine della formazione dei cluster. Dopodiché viene effettuata l’analisi dei cluster, per ottenere modelli omogenei di svolgimento delle attività.
  6. La terza ed ultima fase si occupa di effettuare una stima dei ricavi presunti. I procedimenti si differenziano per ogni cluster. Viene utilizzata una tecnica statistica denominata regressione multipla, nella quale si individuano le variabili indipendenti e quella dipendente. Nelle prime, troviamo i dati strutturali e contabili dell’attività e nella seconda i ricavi. Così si può determinare la funzione che stima questi ultimi con un grado di errore trascurabile.

Studi di settore: come funzionano i controlli

Il succitato software Gerico, una volta che il contribuente ha inviato in allegato all’Unico il modello-questionario sugli studi di settore, fornisce subito un esito, che sarà suddiviso in quattro parti:

  1. Cluster di riferimento

come funzioano Studi di settore
In caso di anomalie, il Fisco può fare dei controlli

Mediante la tecnica statistica chiamata analisi discriminante, ogni contribuente viene assegnato ad un cluster, quanto più vicina possibile alla propria realtà. Naturalmente parliamo sempre di probabilità quanto più vicine alla realtà. Infatti può anche capitare che un contribuente possa appartenere a più cluster. In questi casi le le successive analisi vengono ponderate in base alla probabilità di appartenenza.

2. Coerenza economica

L’analisi della coerenza economica confronta invece il valore di alcuni indici, i quali vengono calcolati sui dati dichiarati dal contribuente, con valori ritenuti coerenti per il cluster considerato. Qualora ad esempio un contribuente vada oltre gli intervalli di valore minimo e massimo, può essere sottoposto a controlli giacché la sua attività risulta anomala rispetto a tutte le altre.

3. Congruità

L’analisi di congruità serve a stimare un ricavo presunto, che risulta dall’applicazione della funzione di regressione alle variabili indicate dal contribuente stesso. Esso indica:

  • il ricavo puntuale, considerato il valore più probabile stimato;
  • l’intervallo di confidenza, che rientra all’interno di un valore minimo (ricavo minimo) e massimo (che non viene indicato), mentre la media è il ricavo puntuale. Si ritiene probabile al 99,99% (dunque certo) che il ricavo del contribuente sia incluso nell’intervallo di confidenza.

Confrontando i propri ricavi con quelli presunti, il contribuente potrà ritenersi congruo se i suoi ricavi (o almeno quelli che ha dichiarato) sono maggiori al puntuale; mentre se sono inferiori, dovrà ritenersi non congruo. In quest’ultimo caso potrebbe essere oggetto di controlli da parte dell’ufficio, perché si sospetta che abbia omesso una parte dei suoi ricavi per eluderli al Fisco. Il contribuente ha comunque la facoltà di adeguarsi in modo spontaneo in fase di dichiarazione. Tuttavia, tale possibilità implica il pagamento di una maggiorazione pari al 3% della differenza tra il valore puntuale e il valore inizialmente dichiarato. Maggiorazione che non spetta se il differenziale sia inferiore al 10% dei ricavi e compensi (dunque ritenuto uno scarto esiguo); o se lo studio di settore di cui si fa parte sia stato appena introdotto.

4. Normalità economica

Infine, veniamo alla normalità economica, introdotta per la prima volta proprio dieci anni fa, anno 2006, e poi approvata in via definitiva. Serve ad individuare alcuni indicatori (i cosiddetti INE, stante per indicatori di normalità economica), i cui valori anomali possono dare adito di far sospettare il Fisco di un’attività svolta in condizioni appunto anomale o che lo studio di settore non sia stato compilato in modo corretto. In base alle indicazioni di ciascuna nota tecnica dello studio di settore, un valore dell’indice che sia al di sopra del massimo o al di sotto del minimo viene ritenuta anormale. Ciascun INE prevede, basandosi su una specifica formula, che in caso di non normalità, siano presunti dei maggiori ricavi rispetto a quelli di congruità, stimati dalla funzione di regressione. Per quegli studi di settore che prevedono INE “definitivi”, il contribuente per essere considerato congruo deve dichiarare ricavi pari a: ricavo puntuale + ricavi presunti da INE. In caso di INE sperimentali, un ricavo viene ritenuto congruo se più alto tra:

  • ricavo puntuale, senza tener conto degli INE;
  • ricavo minimo aumentato dei ricavi derivanti dagli INE.

Gli studi di settore hanno subito molte critiche, giacché vengono ritenuti dei fardelli aggiuntivi per le imprese. Nonché un controllo eccessivo e fuorviante sulle loro attività. In tempi di crisi sarebbero pertanto un ulteriore aggravio per le già sofferenti imprese e attività professionali.