La storia delle tasse italiane (1983 – 2013)

storia-tasse-italiane

Il 1983 inaugura la stagione del craxismo. Dopo quasi un quarantennio di governi a guida democristiana del tirare a campare, inizia “la vita nova” della Milano da bere, del made in Italy, dell’orgoglio nazionale rivendicato a Sigonella, del PIL che schizza al + 4,5%.
Come contraltare, si va a gonfiare il già pingue debito pubblico d’Italia. Poco male, tutto sommato, se le teorie di Keynes hanno ancora un senso e la piena occupazione è da privilegiarsi al pareggio di bilancio.

In fondo, l’Italia, paese povero di materie prime, può assicurare benessere ai suoi abitanti soltanto lavorando, producendo ed esportando.

Un Paese sovrano è in grado di favorire le esportazioni, svalutando la propria moneta.

E noi sulla svalutazione periodica della lira avevamo creato le nostre fortune. O, perlomeno, ci eravamo ritagliati uno spazio di tutto rispetto fra il consesso delle potenze economiche mondiali.
I guai cominciarono quando l’Italia entrò nell’eurozona. Non potendo più svalutare la moneta, tutti i nodi vennero al pettine.

E il bello fu che per entrare nell’euro – da cui non vogliono più farci uscire – abbiamo pure pagato una tassa. E fummo ben contenti di pagarla, perché Romano Prodi ci spiegò che entrare nell’euro sarebbe stato come guadagnare un giorno in più alla settimana, lavorandone uno in meno.

Mistero buffo

Ma perché poi i cittadini d’Italia ce l’hanno tanto con le tasse? Non si capisce proprio: è uno dei misteri italici. In fondo le tasse servono a redistribuire il reddito. D’accordo, i maligni sostengono che tale redistribuzione avverrebbe, in realtà, dalle tasche del contribuente a quelle del politico, ma si tratta di enunciazioni empiriche, non suffragate da prove scientifiche riportate su pubblicazioni ufficiali. E poi come disse il sosia di Monti,Tommaso Padoa Schioppa, le tasse sono una cosa bellissima.

Flat tax

Nel 1994 un neofita della politica d’Italia, un certo Silvio Berlusconi, vinse le elezioni annunciando la “Rivoluzione liberale“, che prevedeva, fra le altre cose, la flat tax, vale a dire il superamento della giungla fiscale attraverso l’introduzione di un’aliquota unica IRPEF al 33%.
Gli italiani non vissero abbastanza per vederla e le aliquote furono subito due, poi tre, infine quattro. Infine? Mai dire mai.

La guerra di successione

Fra le tasse più apprezzate in Italia, vi è certamente quella di successione, quando col morto ancora in casa, il cittadino sa di poter contare sull’interessamento dello Stato, non dico come sostegno morale o partecipazione alle spese funerarie, ma al prelievo di una fetta dell’eredità, in qualità di non si capisce bene quale grado di parentela.

Sulla sua abolizione, Berlusconi fece un cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2001. A fine legislatura, il governo di centrosinistra, allo scopo di togliere argomenti all’avversario, con un colpo di coda ne ridusse una parte.

Berlusconi, vinte lo stesso le elezioni, la abolì del tutto. Ma nel 2006 il governo Prodi la reintrodusse. Tornato al governo, Berlusconi, colto da amnesia, si dimenticò di abolirla nuovamente.
L’Italia ringrazia.

La casa delle streghe

Una volta, un ingenuo uomo della strada disse che l’Italia avrebbe dovuto dargli un premio per essersi comprato casa: era stato bravo a risparmiare, aveva fatto tante rinunce e non gravava sulla spesa pubblica per l’edilizia popolare.

Non sappiamo se lo Stato lo ascoltò. Quel che è certo è che nel 1992 il governo Amato (sì, quello del prelievo forzoso direttamente dai nostri c/c senza passare dal via) introdusse una nuova tassa e la denominò ICI, Imposta Comunale sugli Immobili, che andava ad aggiungersi a quella IRPEF che già gravava anche sulle case.

Il governo Berlusconi la abolì nel 2008, salvo prevederne una versione corretta e riveduta per il 2013, denominata IMU, nell’ambito del federalismo fiscale. Mario Monti, già che stava salvando l’Italia, pensò bene di anticiparla di un paio d’anni e di estenderla anche all’abitazione principale.
A quel punto – benedette campagne elettorali – Berlusconi si giocò le ultime carte sulle tasse, promettendo solennemente che, se avesse vinto le elezioni, non solo avrebbe abolito l’IMU sulla prima casa, ma avrebbe anche restituito i ratei dell’anno precedente. Le elezioni non le vinse, ma per un meccanismo tutto italiano, non le perse neppure del tutto. Diciamo che un po’ le vinse e un po’ le perse. Fatto sta che, prima di decadere da senatore della Repubblica, si ritrovò nella maggioranza di governo con quelli che l’IMU l’avevano introdotta e caldeggiata. Nacque così una sceneggiata sul togli, rimetti, ritogli, che coinvolse anche la povera TARES, tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, che nel 2011 aveva sostituito la TIA, tariffa di igiene ambientale, la quale a sua volta nel 1997 aveva rubato il posto alla TARSU, tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, pensata e introdotta nel lontano1993.

Si decise quindi di accorpare le varie tasse comunali chiamandole “semplicementeTRISE, anzi no, TUC, anzi nemmeno: meglio IUC, imposta unica comunale, che andrà a incorporare le tasse sugli immobili IMU e le nuove tasse sui rifiuti, TARI e sui servizi indivisibili, TASI. Quest’ultima, graverà su tutti gli utilizzatori degli immobili, compresi gli inquilini; che così proveranno l’ebrezza, almeno per quanto riguarda le spese, di sentirsi un po’ proprietari.

Delocalizzazione fiscale

Ma se i comuni d’Italia hanno le loro sacrosante tasse, credete che regioni e province possano essere da meno?

Queste ultime avrebbero dovuto già essere state abolite, ma in realtà sono ancora in grado di imporre i bolli IPT che tanto felici fanno gli automobilisti d’Italia.
Le regioni, invece, si sono specializzate soprattutto nel settore produttivo. L’IRAP, voluta nel 1997 dall’allora Ministro delle Finanze Vincenzo Visco, è stata ribattezzata “scoraggia-assunzioni“, in quanto pesa indiscriminatamente sul fatturato anziché sugli utili.
Va a far compagnia alla IRES, che dal 2004 ha preso il posto della vecchia IRPEG.

Tasse occulte

Oltre alle varie tasse portuali e aeroportuali, alle concessioni, alle autorizzazioni, alle licenze, alle imposte di registro e di bollo, a quelle catastali e ipotecarie, all’IVA, esistono anche tasse occulte, ovvero desumibili soltanto dalle analisi del sangue. Il nostro.

Pensiamo alle accise sui carburanti che, dalla guerra d’Etiopia, racconterebbero da sole la storia d’Italia, passando per le tragedie del Vajont e dei terremoti e alluvioni degli ultimi 50 anni; ma anche del rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004; o della presa in carico degli immigrati dopo la crisi libica del 2011; o del finanziamento alla cultura, sempre nel 2011.
Ecco, quando si svuota fino all’ultimo centesimo il portafogli per pagare un pieno di benzina, come si fa a non sentirsi orgogliosi, sapendo di contribuire ad un’operazione culturale?
E che dire del canone Rai? Pensate che sia la corresponsione di un servizio? Macché, è un’altra delle tasse occulte. Tant’è vero che è dovuto anche da chi non possiede un televisore, ma dispone di apparecchiature atte a ricevere teoricamente il segnale televisivo, come videocitofoni, cellulari e PC. Praticamente, tutti.

Morale

A parte scucire i soldi, che non rientra nelle pratiche sportive più amate dai nostri connazionali, quello che imbestialisce i contribuenti d’Italia è la giungla dei numeri.

Non esiste persona in grado di conoscere tutte le norme fiscali. E quindi il cittadino d’Italia è costretto a mettersi in mano a commercialisti o a sindacati che ne facciano le veci, come se fosse incapace di intendere e di volere.

Non contenti di ciò, i nostri governanti stanno varando anche il redditometro, vale a dire un congegno perverso che costringerà tutti alla raccolta e alla conservazione feticistica degli scontrini fiscali, da esibire a mo’ di alibi delle proprie spese pazze nei mercati rionali e nei vicini cassonetti.

Chissà se sanno che gli Stati Uniti d’America sono nati in seguito alla ribellione per lo strangolamento fiscale della madrepatria!

Articolo scritto da Gian Paolo tramite Di La Tua di Webeconomia.it