Stipendi ai manager: ecco cosa ha deciso la Svizzera

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Il referendum anti-superbonus ha ottenuto la grande maggioranza dei voti positivi e, di conseguenza, la remunerazione dei manager non sarà più materia di competenza del consiglio di amministrazione delle società, quanto delle assemblee degli azionisti che – in aggiunta – dovranno altresì rispettare alcuni requisiti rigidi, imposti da una normativa che entrerà in vigore dal 2014. Piuttosto pesanti le sanzioni penali per chi viola tali precetti: fino a 3 anni di carcere.

Sebbene possa sembrare un paradosso, è proprio la nazione “reame” della finanza internazionale a dare un taglio ai superbonus di banchieri & co. Il merito è un referendum lanciato dal deputato indipendente Thomas Minder, che ha riscosso grande successo tra i cantoni (il 68% degli svizzeri ha votato positivamente), ed è pertanto riuscito nell’obiettivo preposto: ricondurre la scelta di stabilire gli stipendi dei manager in capo all’assemblea degli azionisti, togliendola pertanto dal recinto decisionale del board.

Per comprendere come mai l’opinione pubblica svizzera abbia preso una simile, netta posizione, forse è meglio riprendere le parole di Fulvio Pelli, l’ex presidente del Partito Liberale Svizzero, ed oggi deputato federale, che, citato dal quotidiano La Repubblica, sottolinea come “i manager svizzeri, contraddicendo la loro tradizionale modestia, da una ventina d’anni a questa parte hanno sposato il modello americano dei salari esorbitanti, così che è capitato che, in un anno, il numero uno di Credit Suisse, Brady Dougan, è arrivato a incassare la bellezza di 60 milioni di franchi“. Un’evidenza che, in tempi di difficoltà internazionali, ha fatto storcere ben più di qualche naso.

I pericoli per la Svizzera, derivanti dal referendum, potrebbero tuttavia non esser inaspettati. “Il sistema retributivo delle aziende quotate in Borsa subisce, in tal modo, un trasferimento di competenze sull’azionariato che, a mio avviso, non è, però, sempre in grado di decidere sulla politica retributiva” – afferma ancora Pelli, facendo quindi riferimento alla tecnicità e alla complessità di una materia che rischia di finire agli “incompetenti” azionisti. “Questo fatto” – aggiunge ancora Pelli – “renderà sicuramente la Svizzera meno attrattiva, per i gruppi internazionali“.

Il rischio è, insomma, che qualche manager di fama possa scegliere altri lidi. Un rischio che c’è, sebbene – ricorda il deputato – è probabile che possano essere poste in essere delle tecniche utili per aggirare la normativa.