Spotify ripresa da Antitrust modifica servizio in abbonamento: ma è davvero tutto risolto?

“Le parole sono importanti” dice Nanni Moretti nel film Palombella rossa, del 1989. E ciò non di meno quando si tratta di servizi a pagamento. La app molto utilizzata per la fruizione di brani musicali in streaming, Spotify, è stata infatti costretta a rivedere il testo pubblicato sul proprio sito riguardante le modalità di abbonamento ai servizi Premium e Premium for family. Spinta dall’Antitrust che aveva avviato un procedimento istruttorio nei confronti di Spotify in quanto non forniva in maniera chiara e comprensibile informazioni riguardanti il fatto che “azionando il pulsante di attivazione presente nella pagina web disponibile per ogni servizio, il consumatore starebbe inoltrando un ordine di acquisto, con cui si vincolerebbe contrattualmente da quel preciso istante”.

Sotto la lente d’ingrandimento dell’Antitrust ci sarebbero le frasi «Inizia il periodo di prova e paga dopo 30 giorni» (la quale compare sul pulsante del servizio Premium mensile), «Avvia il mio Spotify Premium» (la quale invece è riportata sul pulsante Premium annuale) e «Avvia Premium for Family» (che invece è riportata sul pulsante Premium for Family). Tali frasi quindi non sarebbero trasparenti e comprensibili per il consumatore finale. Il quale, cliccando su quei tasti, potrebbe andare incontro a conseguenze indesiderate. Pertanto, Spotify deve esplicitare meglio il fatto che si tratti di un obbligo di pagamento. Come è andata a finire? E’ tutto risolto per il consumatore finale?

Come si è adeguata Spotify a richiamo Antitrust

Dopo questo richiamo, la popolarissima società per lo streaming musicale Spotify ha presentato una proposta di impegni lo scorso 3 maggio; che poi è stata integrata il primo giugno. In pratica, Spotify ha inviato all’Antitrust una serie di proposte di rettifica dei testi riportati sul sito. In particolare, Spotify ha proposto di modificare la formulazione riportata sul pulsante presente nella pagina di check-out di ciascuno dei servizi, sia presenti che futuri, adottando la locuzione «Acquista» (es. Acquista Spotify Premium) o le formulazioni «Procedi all’acquisto», «Ordina e paga», «Paga». Proprio per rendere il consumatore finale consapevole che il servizio deve essere pagato una volta sottoscritto. Ancora, il nuovo titolo della pagina di check out sarà «Inizia il periodo di prova e paga dopo X giorni», per quei servizi che inizialmente prevedono un periodo di prova senza alcun costo e poi, se scelti, eventualmente saranno pagati.

Le suddette rettifiche sembrano soddisfare il garante per la concorrenza, proprio perché esplicite le conseguenze a cui andrà incontro una volta che attiverà il pulsante. Quindi che il servizio sia a pagamento, e che egli, cliccando si impegnerà a pagarlo. Rendendo meno sottile la linea che separa i servizi di prova con quelli a pagamento. L’Antitrust, quindi ha chiuso il procedimento istruttorio senza alcuna infrazione nei confronti di Spotify. Società che però ora ha 60 giorni dalla data di notifica della delibera (quindi a partire dal 21 agosto) per modificare le frasi sul proprio portale online.

Spotify Vs Antitrust: caso realmente risolto?

Tutto bene quello che finisce bene? Non proprio. O almeno per l’Unione nazionale consumatori, la quale invece ritiene addirittura che sia scandaloso che tali procedimenti si chiudano con “dei semplici impegni”. Mentre l’operazione messa in piedi da Spotify è alquanto grave. Senza mezzi termini, il Presidente dell’Unione nazionale consumatori Massimiliano Dona, parla di Spotify graziata. A suo dire, infatti, il colosso dello streaming musicale ha già acquisito nuovi clienti con queste frasi poco chiare, che giocano sulla prova gratuita, e pertanto andava sanzionata per questo. Massimiliano Dona ne fa una questione di salvaguardia di tutto il sistema e-commerce, per il quale l’Italia è molto indietro. Secondo Dona, affinché si voglia che esso finalmente spicchi il volo anche nel nostro Paese, è importante che vi siano “procedure di acquisto chiare e comprensibili”. Per far sì che quando il consumatore pigia sul pulsante di attivazione, deve sapere che sta acquistando un servizio; che è vincolato contrattualmente.

Pertanto, qui entrano in ballo le sanzioni da parte dell’Antitrust, le quali devono fungere da deterrente per tutte le multinazionali che operano online. Dona conclude così amareggiato, affermando che non è la prima volta che l’Antitrust, dopo aver avviato una procedura, creando magari clamore, la abbia conclusa con un nulla di fatto.

Spotify, dalla Svezia con furore

Spotify è un servizio musicale basato sullo streaming on demand di brani musicali appartenenti a molte case discografiche. Comprese major quali Sony, EMI, Warner Music Group e Universal. Secondo le ultime stime aggiornate al giugno 2015, vanta oltre 75 milioni di utenti, di cui lo scorso anno la metà paganti. Numeri in crescita, se si considera che il servizio a pagamento è stato introdotto nel 2015 e in soli sei mesi ha raggiunto i dieci milioni di abbonati.

Diffuso in quasi tutto il globo – per ora ne sono escluse le aree più difficili, come Africa e parte dell’Asia – Spotify è utilizzabile da tutti i principali sistemi operativi. Sia mobile che desk. In Italia è arrivato il 12 febbraio 2013, in concomitanza con il Festival di Sanremo. Dall’uso estremamente intuibile, il brano può essere selezionato scegliendo per artisti, album, etichette discografiche, generi o playlist. Inoltre, nella versione desktop esistono anche collegamenti per acquistare prodotti musicali presso venditori esterni.

Spotify è fruibile sia gratuitamente (versione Free) – alla quale è possibile accedere iscrivendosi al sito o alla app, o tramite Facebook – permettendo all’utente di ascoltare brani illimitatamente sottoposto però solo a pubblicità visiva o tipo radio; sia una versione in abbonamento a pagamento (versione Premium), la quale permette di ascoltare brani musicali senza subire interruzioni pubblicitarie, ed altresì accedendo ad altri servizi. Si pensi a maggiori bitrate disponibili (fino a 320 kb/s), accesso offline alla musica e applicazioni mobili.

Per entrambe le versioni sono state apportate delle migliorie. Fino al 30 agosto 2012, per accedere alla versione Free, era obbligatorio avere un account Facebook; mentre ora ci si può registrare direttamente a Spotify come avveniva all’inizio. Per quanto riguarda invece la versione Premium, invece, gli abbonamenti sono disponibili tramite carte di credito/debito. O mediante Paypal o il servizio Paysafecard. Occorre dire che però oggi gli account gratuiti sono registrabili solo tramite invito di un utente già registrato al servizio, mentre quelli a pagamento sono ovviamente aperti a tutti.

Spotify, come è nato e sviluppi successivi

Le origini di Spotify risalgono però al 2006, quando nacque la startup Spotify AB a Stoccolma in Svezia, fondata da Daniel Ek, ex CTO di Stardoll e da Martin Lorentzon, cofondatore di TradeDoubler. I due hanno poi dato vita a Spotify Ltd, con sede a Londra, mentre la sezione ricerca e sviluppo è rimasta alla originaria Spotify AB nella capitale svedese. Il servizio è stato ufficialmente lanciato il 7 ottobre 2008. In realtà gli inizi non sono stati dei migliori, dato che la società ha subito perdite per 4,4 milioni di euro nel primo anno di attività.

L’anno seguente, invece, i problemi hanno riguardato la privacy degli utenti di Spotify, dato che la stessa società ha annunciato che informazioni private di molti utenti (come mail e password per accedere) erano state violate. Anche se solo per gli utenti registrati prima del 19 dicembre 2008. Inoltre, nel 2010, il software antivirus di Symantec ha individuato Spotify come un Trojan horse. Pertanto, lo ha disabilitato in milioni di Pc. Nello stesso anno, Spotify ha lanciato Spotify Unlimited, simile alla versione Premium, sebbene non disponga di applicazioni per dispositivi mobili e di altre funzioni. Ha lanciato altresì Spotify Open, una versione ridotta di quella Free, che permette di ascoltare fino a venti ore di musica al mese.

Sempre quell’anno, il World Economic Forum ha premiato Spotify con il Technology Pioneer. Nel 2011, sono invece tornati i problemi relativi alla sicurezza. La società ha dovuto disabilitare per un periodo i banner esterni per i suoi account gratuiti, poiché un attacco hacker sfruttava una vulnerabilità di Java al fine di installare programmi ostili sul Pc del povero malcapitato. Sempre in quell’anno, Spotify ha deciso di ridurre il servizio agli utenti non paganti facenti parte di “Spotify Open” e “Spotify Free”: avrebbero così avuto un limite di ascolto pari a 10 ore al mese (che sarà però rimosso nel 2013) e la possibilità di ascoltare la medesima traccia solo per un massimo di 5 volte (quest’ultimo limite poi rimosso nel 2012). I nuovi utenti aderenti a queste due tipologie di servizio sarebbero stati esclusi dalle limitazioni nel primo semestre dalla registrazione.

Di contro però, sempre nel 2011 Spotify investì 100 milioni di dollari, assicurandosi finalmente il lancio negli Stati Uniti dopo anni di contrattazione con le quattro principali major. Sempre quell’anno lanciava

due nuovi servizi: Spotify Apps e App Finder; nonché un nuovo servizio Radio, comprensivo di stazioni senza limiti e un nuovo sistema di raccomandazioni musicali.

Nel 2013 Spotify lancia lo streaming “shuffle” gratuito anche per smartphone e tablet. Annunciando altresì che tra i brani a disposizione ci sono anche quelli dei grandi Led Zeppelin. Nel 2015 è giunta anche su PlayStation 4, tramite il servizio PlayStation Music.

I servizi offerti da Spotify

Come già si può intuire, i servizi offerti da Spotify sono aumentati e migliorati di anno in anno. Nel giro di tre anni dal lancio, Spotify già vantava un catalogo con 15 milioni di brani, sebbene non tutti ne facciano parte, per scelta o per obblighi legali. I Beatles, ad esempio, non sono stati disponibili fino al 2016 complice un accordo di distribuzione digitale esclusivo con iTunes. Spotify, comunque, consente di importare musica da quest’ultimo, tramite sincronizzazione con un dispositivo mobile. Su Spotify non può mancare la possibilità di creare proprie Playlist. I collegamenti alle playlist possono essere trascinati in una email o in un programma di messaggistica istantanea. Così da ascoltarla quando e dove si vuole. Le playlist scaricate si aggiornano da sole quando l’utente aggiunge o rimuove delle tracce. Anche i singoli brani possono essere trascinati per una fruizione dove si vuole. Inoltre, per sfruttare la popolarità di questo servizio, esistono tanti siti web per condividere, votare e discutere le canzoni o le playlist scaricate tramite questo servizio streaming.

Spotify mette a disposizione anche la Radio, in grado di generare playlist casuali in base ai generi e ai decenni specificati dall’utente. La funzione Artist Radio, invece, genera playlist casuali di canzoni di artisti collegati all’artista selezionato, oltre ovviamente il medesimo artista stesso. Vengono altresì fornite informazioni sull’artista selezionato, come la sua biografia e i suoi singoli più famosi. Rispetto al concorrente Pandora, il servizio radio di Spotify consente di saltare tutte le tracce che vogliono, mentre Pandora impone un limite ai suoi utenti. Vieppiù, la prima permette ai propri utenti di valutare le tracce.

Non manca ovviamente la possibilità di condividere i propri brani sui principali Social network. Anzi, dal 2011 al 2012, era stato imposto che un nuovo utente dovesse obbligatoriamente registrarsi al sito mediante il proprio account Facebook. Tale integrazione fu salutata con una festa in pompa magna organizzata da Sean Parker, ex presidente di Facebook e investitore di maggioranza di Spotify, durante la quale si esibirono nomi molto gettonati tra i giovani come Snoop Dogg e i the Killers. Inoltre, dal lancio e fino al 2014, Spotify era raggiungibile da molte app, come Billboard, The Guardian, Last.fm, Rolling Stone, Soundrop, TuneWiki. Dal 2014, la collaborazione è rimasta solo con Musixmatch, app che collabora con essa per fornire i testi dei brani ivi presenti.

Critiche a Spotify

Anche questo servizio, però, non è esente da critiche. E’ stato ad esempio accusato di non remunerare adeguatamente gli artisti indipendenti. l’accusa è stata lanciata da Helienne Lindvall del giornale britannico The Guardian, il quale ha scritto che gli autori legati alle etichette “indie”, rispetto alle Major, non ricevono alcun avviso qualora il loro brano sia disponibile e inoltre ricevono solo la metà degli introiti delle pubblicità con base rateale. Un accusa concreta è stata lanciata dalla casa discografica Racing Junior, la quale nel 2009 ha asserito di aver guadagnato solo 19 NOK (ovvero 3) dollari) a fronte di un ascolto di oltre 55 mila volte dei brani dei suoi assistiti. David McCandless, un artista indipendente, ritiene che su Spotify ci vogliono più di quattro milioni di ascolti al mese per guadagnare più di mille dollari.

Altre accuse arrivarono nel settembre 2011, da parte dell’etichetta indipendente Brooklyn Projekt Records, entrata pubblicamente in disaccordo col servizio. Reo di non pagare adeguatamente gli artisti. E’ stata altresì accusata dalla campagna della Free Software Foundation, come “defective by design”. Tradotto: carente per progettazione. Dato che utilizza dei trasferimenti Peer-to-peer al fine di aumentare la banda disponibile, ciò ha reso tale servizio vietato nelle grandi reti dove gli utenti non sono responsabili per il costo della banda.

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