Spese legali quanto costano per una causa? Ecco quali sono

Quanto costa una causa? Quanto costano le spese legali? Vediamolo in questo articolo. In effetti, è la domanda che si pongono in molti prima di trascinare qualcuno in tribunale. In quanto i costi per una causa possono spaventare e perfino spingere molti a rinunciarvi. Certo, lo Stato può aiutare a sostenere le spese legali. Le quali, lo ricordiamo, gravano sia su chi promuove la causa sia su chi la subisce. E le spese legali possono essere recuperare solo se si vince la causa.

Inoltre, un altro fattore che frena molte persone dall’intentare una causa è il tempo biblico della giustizia italiana. Infatti, si rischia anche che il processo vada in prescrizione. Purtroppo i tribunali italiani fanno molta fatica a lavorare celermente, complici i tagli alle risorse costanti in questi anni e una legge che quasi sembra favorire più la prescrizione anziché la certezza della pena.

Vediamo dunque quanto costa una causa e a quanto ammontano le spese legali.

Sommario

Spese legali quali sono

Quali sono le spese legali? Occorre innanzitutto dire che esse sono molte e non si limitano al solo compenso dovuto all’avvocato che ci difende. Le spese legali diventano quindi le seguenti:

  • il compenso dovuto all’avvocato difensore
  • gli adempimenti fiscali (contributo unificato e imposta di registro)
  • eventuali spese per l’attività di consulenti tecnici

Alcune spese sono fisse, quindi saranno note subito. Altre variano in base all’andamento del processo e potremmo conoscerle solo successivamente.

Spese legali, quali sono gli adempimenti fiscali da sostenere

Quali sono gli adempimenti fiscali da sostenere durante una causa? Esattamente due:

  • contributo unificato
  • imposta di registro

Occorre purtroppo dire che le suddette imposte andranno pagate prima di qualsiasi altra cosa e sono spese più o meno fisse di cui sarà bene tenere conto. Prima di passare al calcolo del contributo unificato bisognerà peraltro considerare a quanto ammontano i costi dell’imposta di registro cioè il costo di registrazione presso l’Agenzia delle Entrate dei provvedimenti emessi dall’autorità giudiziaria.

Partendo dal contributo unificato, si tratta di un versamento che fa parte delle cosiddette spese di giustizia. Vale a dire quelle spese dovute all’amministrazione giudiziaria, e racchiudono i bolli e le tasse di iscrizione al ruolo.

Il contributo unificato va pagato ogni volta che una parte darà luogo a una causa civile e bisognerà versarla ogni volta per tutti i gradi di giudizio del processo. Pure nel caso del processo penale si affronta il contributo unificato, ma solo per l’esercizio dell’azione civile che avviene allorché ci si costituisce parte civile.

La cifra del contributo unificato dipende da 3 fattori fondamentali:

  • valore della causa
  • grado di giudizio
  • tipo di procedimento

Per calcolare l’importo da corrispondere occorre che l’avvocato scelto per la nostra difesa proceda alla dichiarazione di valore. Vale a dire indichi il valore della causa. Ci sono però casi per i quali è possibile astenersi dal versamento di tale contributo in base al tipo di procedimento giudiziario e al reddito di chi ha avanzato la causa.

L’imposta di registro viene richiesta per poter registrare l’atto. In genere, sono gli stessi avvocati ad occuparsi delle procedure relative al pagamento della tassa. Tuttavia, non mancano i casi in cui lo stesso cittadino si veda notificare un atto di pagamento per un’imposta di registro non pagata.

La notifica può però essere inviata anche alla parte vincitrice che di norma non è tenuta al pagamento della tassazione per atti giudiziari, dovendo essere effettuata dalla parte soccombente.

Contributo unificato quant’è

Attualmente, l’importo minimo di versamento per un processo di primo grado di valore inferiore a 1.100 euro è di 43 euro (per esempio per impugnare una multa). L’importo cresce in base al valore della controversia: così per le cause di valore da 1.100 a 5.200 euro l’ammontare sale a 98 euro e raggiunge i 237 euro per quelle fino a 26.000 euro.

Esiste però un tetto, che corrisponde a 1.686 euro per i processi che riguardano controversie superiori a 520.000 euro. Ci sono poi processi che, per la loro delicatezza e perché in genere coinvolgono parti già economicamente considerate deboli, godono di uno sconto del 50% del contributo unificato: si pensi ai processi di lavoro, per i decreti ingiuntivi e per gli sfratti.

Per le separazioni e i divorzi giudiziali l’importo sale a 98 euro.

Spese legali, come funziona imposta di registro

Abbiamo detto in chiusura del precedente paragrafo, che può anche capitare che la parte vincitrice si veda notificare un atto di liquidazione dell’imposta di registro. Caso strano, visto che in genere il suo pagamento spetta a chi ha perso la causa. Come comportarsi?

La Corte di Cassazione – mediante la sentenza n. 2108/2005 – ha sancito che per il fisco entrambe le parti sono tenute al pagamento ‘in solido’ dell’imposta di registro. Ciò vuol dire che ai fini di questa spesa legale, per l’Agenzia delle Entrate è indifferente quale sia stato l’esito della sentenza, visto che la tassazione per atti giudiziari è dovuta per il fisco teoricamente da entrambe le parti.

A sbabilirlo è l’articolo 57, c.1 del Testo Unico sull’imposta di registro (DPR 131/86):

“sono solidalmente obbligati al pagamento dell’imposta le parti contraenti, le parti in causa, coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce di cui agli articoli 12 e 19 e coloro che hanno richiesto i provvedimenti di cui agli articoli 633, 796, 800 e 825 del codice di procedura civile”.

Quindi, chi si vedrà notificare un atto di pagamento per l’imposta di registro dovrà correre ai ripari. Il mancato pagamento infatti comporta l’invio di una cartella esattoriale della tassazione per atti giudiziari da parte dell’agenzia di riscossione.

Cosa deve fare chi ha vinto la causa e si vede notificare il pagamento dell’imposta di registro? Può percorrere due strade:

  • inviare alla controparte sconfitta una lettera di diffida al pagamento dell’imposta di registro
  • può provvedere al pagamento della tassazione richiesta, richiedendo il rimborso a chi ha perso la causa

Spese legali, come si paga imposta di registro

Come si paga l’imposta di registro? Occorrerà identificare le informazioni necessarie richieste per il pagamento della tassazione per atti giudiziari. Al fine di determinare l’importo da versare relativo alla tassazione atti giudiziari è possibile fare riferimento sul sito dell’Agenzia delle Entrate. La procedura consentirà di visualizzare importi, casuale e codice tributo del provvedimento giudiziario in questione.

Occorrerà però indicare i seguenti dati per individuare l’atto giudiziario:

  • ufficio dell’Agenzia delle Entrate competente
  • anno del provvedimento
  • ente emittente
  • tipo di provvedimento
  • numero del provvedimento

Individuati tutti questi dati riguardanti la tassazione del proprio atto giudiziario, il pagamento dell’imposta di registro potrà essere effettuata mediante modello F23. È possibile usufruire della procedura guidata per la compilazione F23 sul sito dell’Agenzia dell’Entrate.

Spese legali come si determinano

Come si determinano le spese legali? Una volta che il giudice ha emesso la sentenza definitiva, procede alla cosiddetta liquidazione delle spese condannando una delle parti al pagamento delle stesse.

La determinazione avviene in genere sulla base della nota spese depositata con l’ultimo atto del processo dai legali difensori delle due parti, i quali indicheranno nella nota il compenso dovutogli distintamente dalle spese affrontate per l’attività difensiva. Nel caso questa nota non sia stata depositata il giudice determinerà la quota da versare sulla base dei parametri forensi.

In ogni caso il giudice valuterà il compenso sulla base dei seguenti fattori:

  • le caratteristiche dell’attività compiuta
  • l’urgenza e l’importanza dell’attività prestata
  • la sua difficoltà ed il suo valore
  • i risultati conseguiti
  • la complessità della questione trattata

In genere il giudice condanna la parte soccombente al pagamento di tutte le spese, comprese quelle anticipate dalla controparte che ha diritto al rimborso; in alcuni casi può anche decidere che nessuna delle parti deve qualcosa all’altra e dividere le spese dovute equamente.

Fanno eccezione i cosiddetti procedimenti di volontaria giurisdizione, per i quali la regola generale non vale: dato che manca sia la parte soccombente che quella vittoriosa, il giudice non può condannare una delle due a pagare le spese processuali.

Spese legali, quando si ha il gratuito patrocinio

Quando si ha diritto al gratuito patrocinio? La Costituzione Italiana garantisce a tutti i cittadini il diritto di difesa quindi anche a quelli meno abbienti.

Pertanto lo Stato ha istituito a sue spese un patrocinio gratuito cui si può beneficiare quando un cittadino ritiene che i suoi diritti siano stati lesi ma non possa permettersi di sostenere le spese legate al processo. In questo modo, lo Stato garantisce il diritto di intentare una causa per difendere le proprie ragioni con l’aiuto di avvocati iscritti in appositi elenchi.

Qual è il requisito per poterne beneficiare? Uno ed il più importante, il reddito imponibile del beneficiante, risultante dalla somma dei redditi di tutti i conviventi, non deve superare gli 11.493,00 euro.

La regola della base imponibile viene a mancare quando sono in gioco i diritti della personalità: in tal caso si farà riferimento solo al reddito del soggetto interessato. Per le cause penali, invece, il limite di reddito viene innalzato di 1.032,91 euro per ogni familiare convivente.

I soggetti ritenuti idonei verranno esonerati dal pagamento di alcune spese e lo Stato si sostituirà ad esso per pagarne altre irrinunciabili.

Spese legali, quando rivolgersi all’organismo di mediazione

Forse per alleggerire il carico sulla giustizia italiana, per alcune materie la legge impone l’obbligo di rivolgersi prima a un organismo di mediazione. Nella speranza che esso possa risolvere la diatriba bonariamente. Tuttavia, non occorre credere che sia gratuita. Sono dovuti dai 40 agli 80 euro oltre le spese vive. Se, dopo il primo incontro, le parti vorranno proseguire nel percorso conciliativo perché hanno subodorato la possibilità di trovare una soluzione amichevole, allora dovranno corrispondere anche il compenso al mediatore per l’attività successivamente svolta.

La presenza dell’avvocato, in questa fase, è obbligatoria per legge se si vuole, dopo, proseguire la controversia in tribunale. Per cui quest’ultimo andrà pagato secondo la propria parcella che è sempre bene chiedere in anticipo, facendosi rilasciare per iscritto un preventivo.

Nell’aprile 2015, il Consiglio di Stato ha ripristinato l’obbligo di versare le spese di avvio del procedimento di mediazione. In precedenza, la sentenza del tribunale amministrativo del Lazio aveva fatto ben sperare in una effettiva tutela dei consumatori che, posti dinanzi a un obbligo di legge sono anche costretti a pagare. Un costo, quest’ultimo, che si somma a quelli della normale causa in tribunale e anzi, in taluni casi, li raddoppia.

Ovviamente, se gli organismi di mediazione hanno potuto esultare, non lo hanno fatto i cittadini, dato che chi vorrà iniziare una causa nelle materie in cui è obbligatoria la preventiva mediazione dovrà versare un importo di 40 euro (per liti di valore fino a 250.000 euro) o di 80 euro (per quelle di valore superiore), oltre alle spese vive documentate (come ad esempio il costo delle raccomandate).

Il Consiglio di Stato ha dunque interpretato così la legge: quando il legislatore ha voluto esonerare le parti dal pagamento del compenso della mediazione tutte le volte in cui il primo incontro si chiude negativamente, intendeva riferirsi solo all’onorario del mediatore per l’intero procedimento di mediazione. Quindi le spese di avvio del procedimento restano da pagarsi. Con esse si intendono sia le “spese vive documentate” che le spese generali sostenute dall’organismo di mediazione.

Ai cittadini non resta sperare che gli organismi si mostrino diligenti nell’obbligo di documentazione delle spese vive, senza chiedere importi superiori rispetto al dovuto (circostanza che, purtroppo, è avvenuta diverse volte).

Spese legali, quanto costa parcella avvocato

Quanto costa la parcella dell’avvocato? La parcella dell’avvocato include varie spese. A partire dalla lettera di diffida, che l’avvocato invia alla controparte come avviso bonario nel cercare di evitare di finire in tribunale. La lettera di diffida in alcune materie è diventata obbligatoria e ha acquisito la denominazione di “negoziazione assistita”.

Occorre però distinguere tra la mediazione e la lettera di diffida.

Mediazione

La mediazione obbligatoria impone, a chi vuol intraprendere una causa, di rivolgersi prima a un organismo (appunto “organismo di mediazione”), situato nella città ove si trova il tribunale competente a decidere la specifica controversia. A quel punto, il mediatore raccoglierà la richiesta (depositata dall’avvocato di parte) e convocherà i soggetti in lite per un incontro, al quale essi dovranno obbligatoriamente presenziare di persona e accompagnati dal proprio legale. In tale sede si tasterà la possibilità di un primo approccio all’accordo, si disegnerà una sorta di road map per ulteriori incontri per tentare la stipula di un vero e proprio atto che ponga fine alla controversia.

Se però già alla prima riunione risulta chiara la volontà delle parti di non definire bonariamente la vertenza, il tentativo di mediazione si chiude, ai mediatori non sarà dovuto alcun compenso e si potrà procedere in tribunale. Diversamente, gli incontri proseguiranno – scatterà l’obbligo del compenso ai mediatori – fino all’arrivo di una transazione.

La legge prevede che al primo incontro siano obbligatoriamente presenti le parti in causa oltre che gli avvocati. In caso di loro assenza, non potrà ritenersi effettuato il tentativo di mediazione e non si potrà procedere in tribunale.

La domanda di mediazione, inoltre, impedisce, dalla data della comunicazione alle parti, la decadenza (per esempio, nel caso del termine di trenta giorni per impugnare la deliberazione di una assemblea di condominio) per una sola volta. Ma, se il tentativo fallisce, la domanda giudiziale dev’essere proposta entro il medesimo termine di decadenza, decorrente dal deposito del verbale alla segreteria dell’organismo.

Negoziazione assistita obbligatoria

Essa invece ha luogo all’interno dello studio degli avvocati. Il legale di chi intende agire in giudizio invia, prima di iniziare il giudizio, una raccomandata a.r. alla controparte. Con essa la invita a firmare una sorta di contratto (si chiama “convenzione di negoziazione assistita”) finalizzato a raggiungere un accordo, evitando la causa, in cui si stabiliscono le modalità da seguire (tempi, procedura, oggetto della controversia, ecc.). Se entro 30 giorni non si riceve risposta o la risposta, nel medesimo termine, è negativa, allora la parte è libera di avviare l’azione giudiziale. Diversamente, si proseguirà nel cammino definito dagli avvocati e rivolto alla firma dell’accordo.

Il procedimento di negoziazione assistita inizia quando, prima di proporre la domanda giudiziale e procedere con un processo civile, la parte, tramite il proprio avvocato iscritto all’albo, invita la controparte a stipulare una convenzione di negoziazione assistita. L’invito a stipulare deve contenere:

  1. l’indicazione dell’oggetto della controversia;
  2. l’avvertimento che la mancata risposta all’invito entro 30 giorni dalla ricezione o il suo rifiuto può essere valutato dal giudice al fine di decidere sulle spese di giustizia, sulla responsabilità aggravata e sulla concessione della provvisoria esecutorietà
  3. la firma autografa della parte certificata dall’avvocato che formula l’invito.

La comunicazione dell’invito alla controparte determina, al pari di una domanda giudiziale, l’interruzione della prescrizione e impedisce il maturare di eventuali decadenze.

La controparte, una volta ricevuto l’invito, nei successivi 30 giorni può decidere di aderire, non aderire o non rispondere all’invito.

Qualora la controparte non risponda all’invito, significa tacitamente che si rifiuta di aderire all’invito. In caso di rifiuto o di mancata adesione all’invito, la parte può proporre la domanda giudiziale entro il medesimo termine di decadenza decorrente dal rifiuto o dalla mancata adesione nel termine.

In caso di mancata adesione o rifiuto esplicito di aderire, il giudizio ne tiene conto per decidere:

  1. le spese di giustizia
  2. l’applicazione della responsabilità aggravata per lite temeraria
  3. la concessione della provvisoria esecutorietà

La controparte può invece aderire all’invito entro 30 giorni dalla sua ricezione. In tal caso, le parti sono chiamate a stipulare una convenzione di negoziazione con la quale si obbligano a cooperare per raggiungere un accordo amichevole sulla controversia.

Dopo la stipula della convenzione, si svolge la vera e propria fase di negoziazione nelle forme e con le tempistiche stabilite dalle stesse parti nella convenzione di negoziazione.

Alla fine della negoziazione, le parti possono:

  • raggiungere un accordo integrale su tutta la materia del contendere
  • raggiungere un accordo parziale
  • non raggiungere alcun accordo

Ad ogni modo, il procedimento di negoziazione assistita si considera esperito quando, entro 30 giorni, la controparte non ha aderito all’invito o ha espressamente rifiutato l’invito. O è decorso il termine concordato dalle parti per espletare la procedura (termine che non può essere inferiore a un mese).

Durante il procedimento di negoziazione, le parti sono chiamate ad una cooperazione secondo criteri di lealtà e buona fede e sono obbligate a tenere riservate le informazioni di cui abbiano avuto conoscenza. Le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite nel corso del procedimento di negoziazione non possono essere utilizzate nel successivo giudizio che abbia, anche in parte, lo stesso oggetto. Le parti non sono tenute a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel corso della procedura di negoziazione e godono delle garanzie di libertà del difensore in materia di perquisizioni e ispezioni.

Tornando alla parcella dell’avvocato, quali sono le spese che vi decorrono? Innanzitutto il suo onorario a cui, poi, occorre aggiungere le spese vive e le tasse che questi andrà a sostenere in favore del cliente. Quali dunque il succitato contributo unificato, i bolli, i diritti di cancelleria, ecc.

Peraltro, occorre sapere che da qualche anno le tariffe minime degli avvocati sono state abolite. Ciò significa che ogni avvocato è libero di determinare il proprio compenso in totale autonomia, senza dover giustificare determinati importi elevati perché imposti dalla legge. Di contro, però si può anche trovare uno studio che fa prezzi stracciati o comunque in proporzione a quelle che sono le reali disponibilità del cliente.

Del resto, anche gli stessi avvocati si sono adeguati ai tempi che corriamo. Ma anche al fatto che la concorrenza è moltiplicata in maniera esponenziale. La cosa importante e consigliabile da fare, è quella di richiedere sempre un preventivo scritto.

Teniamo presente anche che sugli onorari quantificati graveranno le seguenti voci accessorie aggiuntive:

  • rimborso spese forfettario del 15% (a cui l’avvocato potrebbe rinunciare);
  • contributo previdenziale (la cosiddetta Cassa di Previdenza) che è pari al 4%;
  • IVA (attualmente al 22%)

Importante dunque chiedere se il preventivo che l’avvocato vi ha redatto in merito alla sua parcella, sia al netto o al lordo ti tali oneri accessori. Dato che peseranno di oltre il 40% sul suo onorario.

Spese legali, come richiedere preventivo

Il cliente ha il diritto di chiedere un preventivo al proprio avvocato, mentre egli non è obbligato a redigerlo se il cliente non lo ha richiesto. Sebbene in Parlamento vi era una proposta di legge per renderlo tale. Tuttavia, è bene sapere che, visto che il preventivo relativo alla parcella dell’avvocato viene redatto in anticipo, non può tenere in considerazione eventuali spese che sorgono in un secondo momento. Quindi dovrà sommarle successivamente.

Nel caso in cui non abbiamo richiesto un preventivo e riteniamo che quanto richiesto dall’avvocato sia troppo, allora bisognerà applicare le tabelle ministeriali adottate dal Ministero della Giustizia, che prevedono scaglioni di onorario sulla base del valore della causa.

Le tabelle ministeriali sono piuttosto articolate e prendono in considerazione molte delle attività processuali che l’avvocato può svolgere avanti le diverse autorità giudiziarie. Nello specifico sono previsti 26 gruppi di azioni giudiziarie. Tra le quali:

  • lo studio della controversia
  • la fase introduttiva del giudizio
  • la fase istruttoria e di trattazione
  • la fase decisionale

Spese legali, la marca da bollo

Tra le spese legali, non manca poi una marca da bollo. Essa corrisponde a 27 euro per spese forfettarie di funzionamento della Giustizia. Ci sono comunque delle eccezioni, come i processi di valore inferiore a 1.100 euro, cause di lavoro, ecc.

Spese legali, le notifiche e le copie degli atti

La notifica dell’atto all’avversario è la prima tappa quando si avvia una causa. Per tale attività è necessario pagare l’ufficiale giudiziario, per una somma che corrisponde a 11 euro circa per ogni soggetto, quando la notifica è effettuata a mezzo posta. Tuttavia, questo costo può essere evitato mediante la notifica telematica da parte dell’avvocato.

Altra spesa sormonta quando il processo prevede che si debbano notificare delle copie autentiche di atti presenti nel fascicolo. Il costo varia in base al numero delle pagine dell’atto: si va da un importo minimo di 10,62 per una copia di 4 pagine a 26,56 euro per una copia di 100 pagine.

Se però la copia va data con urgenza, gli importi vengono triplicati.

Spese legali, il consulente tecnico

Nel caso in cui la decisione di una causa dipende dalla soluzione di un problema tecnico, il giudice nomina un proprio ausiliare (il cosiddetto consulente tecnico d’ufficio) esperto in quella determinata materia. Si pensi a quando bisogna stimare il un danno causato da errore medico; stimare il danno subito da una automobile; stabilire da quale conduttura proviene la perdita d’acqua in condominio, ecc.

In genere, il giudice liquida a questo perito un anticipo prima dell’espletamento dell’incarico, aggravandolo alla parte che gli ha suggerito di chiamarlo in causa. Alla fine della causa, tale importo sarà addossato su chi ha perso la causa. Qualora chi ha pagato l’anticipo sia poi il vincitore, ha diritto alla restituzione dell’importo.

In realtà, chi ha richiesto il consulente d’ufficio, è consigliabile che nomini anche un proprio consulente di parte, che partecipi alle operazioni peritali e sostenga le sue ragioni. Naturalmente, in questo caso la parcella del perito di parte grava tutta su chi lo nomina. Poi, eventualmente, può chiederne il rimborso alla controparte nel caso vinca.

A tal fine, è bene dire al proprio avvocato di chiedere espressamente e fin da subito la condanna della controparte a rimborsare tutte le predette spese di consulenza (sia d’ufficio sia di parte) allegando i relativi giustificativi dei pagamenti (nello specifico le fatture). Tali oneri rientreranno sotto la voce “spese di lite”.

Spese legali, la tassa di registro sulla sentenza

La causa si pagherà fino alla fine. Quando il giudice emette il provvedimento che chiude il giudizio (un decreto, una sentenza, ecc.), su tale atto ci troviamo l’imposta di registro che va pagata direttamente allo Stato con versamento all’Agenzia delle Entrate. L’importo non è sempre uguale.

In realtà, non c’è una risposta univoca sull’entità di questa tassa di registro. Si va dalla forma fissa (per esempio 200 euro) alla forma variabile (ad esempio il 3% dell’importo).

Rientra tra le cosiddette tasse solidali. In quanto lo Stato può richiedere il pagamento tanto alla parte vincitrice quanto alla soccombente, indipendentemente dall’esito.

Qualora il giudice abbia condannato una delle due parti al pagamento delle spese legali, tale condanna sarà estesa automaticamente anche alla tassa di registro. Quindi, chi ha vinto la causa potrà chiedere a chi ha perso il pagamento dell’intera tassa. O, nel caso quest’ultimo si rifiuti, potrà recuperare tutte le somme eventualmente anticipate a tale titolo.

L’importo della tassa di registro può essere calcolato online dopo il deposito del provvedimento. Per il quale possono passare vari mesi. Basta collegarsi al sito dell’Agenzia delle Entrate e fornire gli estremi dell’atto da registrare.

Spese legali, come scegliere avvocato

Una domanda che viene da porsi in automatico è: come scegliere il proprio avvocato? Naturalmente, le materie oggetto di disputa sono varie e ognuna richiede un certo tipo di avvocato. In sintesi, la situazione è questa:

  • Diritto fallimentare: per chi ha bisogno di un’assistenza capace di risolvere una situazione debitoria
  • Diritto penale: se si è accusati di un reato o si rischia di esserlo, oppure in caso di dubbi sulle implicazioni giuridiche derivanti da un determinato comportamento
  • Invalidità: per una causa con l’assicurazione o per acquisire i benefici previsti dallo status di veterano (o d’invalido militare)
  • Diritto degli anziani: per questioni riguardanti la gestione patrimoniale, l’idoneità per accedere alle cure sanitarie federali fornite da Medicaid (il programma federale sanitario degli U.S.A.) e la tutela di un genitore o di un nonno anziano.
  • Diritto di famiglia: per cause di separazione, divorzio, accordi prematrimoniali, adozione, tutela, affidamento e mantenimento dei figli.
  • Lesioni personali: per casi di malasanità, aggressioni da parte di cani, incidenti automobilistici e ogni genere di danno fisico causato da altri

Ormai sono diversi i siti internet che offrono elenchi di avvocati con il relativo pedigree. Oppure, è possibile rivolgersi all’ordine degli avvocati presente nella tua zona o quello nazionale, da cui ricavare un elenco di avvocati ai quali potersi rivolgere. In genere, però, la cosa migliore da fare è chiedere a parenti, amici, conoscenti o patronati per ottenere un nominativo di loro fiducia.

Quando lo si incontrerà, poi, è suggeribile prepararsi già una lista di domande da porgli. Perché non perderà certo troppo tempo con noi. Meglio segnarsi anche le risposte e confrontarsi con più avvocati.

Fare causa conviene?

Dunque, come si evince da questo articolo, i costi per sostenere una causa sono diversi. E prima di intentarne una, occorre capire se effettivamente ne vale la pena e abbiamo ottime possibilità di vincerla. Altrimenti, rischieremo di sopportare tante spese legali senza poi aver ottenuto quanto si voleva. Di fatti, anche per questo è stato ideato lo strumento della mediazione iniziale. Il quale però come visto pure ha un costo.

Certo, le spese legali non devono intimorirci e se siamo certi di aver subito un maltolto, non dobbiamo rinunciare a fare causa.

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