La Spesa Pubblica, ultimi anni e confronto

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La spesa pubblica è uno degli argomenti più trattati quando si parla di economia. Il suo ruolo nella crescita è motivo di divisioni ideologiche. Tagliare o investire? Se ne parla ma, per l’appunto, se ne parla e basta visto che negli ultimi anni la spesa pubblica non è stata modulata in base alla volontà strategica di questo o quel partito ma solo dall’inerzia.

Un’indagine dell’Istituto Bruno Leoni ha raccolto e organizzato i dati inerenti alla spesa pubblico dal 1990 ad oggi. Sono uscite fuori alcune corrispondenze sorprendenti e alcuni trend inattesi.

Spesa pubblica e pressione fiscale

Una delle tesi dei liberisti, ma riconosciuta abbastanza unanimemente anche “ dall’altra parte” è che una spesa pubblica causa, giocoforza, un aumento della pressione fiscale. Fare debito non è saggio (anche se i keyenesiani hanno qualche dubbio a riguardo) dunque si rende necessario compensare una maggiore spesa con delle maggiori entrate.

Non è dunque un caso che l’Istituto Bruno Leoni riveli un aumento parallelo di spesa pubblica e pressione fiscale (con al massimo 2 anni di margine). Entrambi le voci sono salite drasticamente a partire dal 2006-2008, anno in cui è scoppiata la crisi. Attualmente, la pressione fiscale è al 46%, mentre la spesa rappresenta il 46% del Pil.

Spesa primaria

La spesa primaria si potrebbe dividere in pensionistica e non pensionistica. La spesa primaria non pensionistica raggruppa le spese per il Welfare e i servizi, a esclusione delle pensioni. La spesa primaria pensionistica invece considera solo la spesa per le pensioni.

Ebbene, la spesa per le pensioni è in Italia maggiore che in qualsiasi altro paese d’Europa (relativizzata al Pil). Essa si attesta stabilmente al 7%, non cresce e non decresce (la quota di anziani rispetto alla popolazione è grosso modo la stessa da un paio di decenni). Per registrare effetti delle riforme montiane toccherà aspettare qualche anno.

La spesa primaria non pensionistica, di contro, è sotto la media dei paesi Ocse. Di servizi, ce ne sono pochi in Italia. E’ da registrare un trend legato alla crisi economica. Dal 1995 al 2007 la spesa primaria si è attestata al 33% del Pil, per poi aumentare con l’insorgere della crisi fino a raggiungere il 37. Il motivo va rintracciato nel pompaggio di risorse negli ammortizzatori sociali.

Spesa per la protezione sociale

Fa parte della spesa primaria e riguarda nel particolare le spese per il sostegno ai disoccupati (es Cig) e la stessa spesa per le pensioni. A riguardo si notano due picchi: 1992-1993 e 2008-2009, con un balzo di 2 punti percentuali sul Pil per ciascuna volta. La cosa non sorprende, visto che le spese per la protezione sociale sono anticicliche e fungono proprio da paracadute per le vittime della crisi. Sorprende, invece, che la spesa non si sia abbassata durante i periodi di non-crisi. Si è passati dunque dal 16% sul Pil del 1992 al 20% del 2011.

Spesa per la difesa e per la sicurezza

Da questo punto di vista si registra una sostanziale immobilità. Il motivo va rintracciato nella loro impermeabilità rispetto alle fluttuazioni del ciclo economico e della sostanziale assenza di tensioni sociali (che però si stanno acuendo in questi mesi). A dire il vero, un leggero calo – dovuto ai tagli del Governo Berlusconi – si sono registrati sul fronte della spesa per la sicurezza, che è passata dal 2,1% sul Pil del 1991 all’1,9% del Pil del 2011. La spesa per la difesa si è sempre attestata all’1,4%.

Spesa per gli affari economici

La spesa per gli affari economici, che nella ricerca di dell’Istituto Bruno Leoni s’intende relativa agli investimenti produttivi, si è sempre tenuta sostanzialmente bassa, attestandosi nel 2011 al 4% sul Pil. Si registrano però alcuni picchi positivi, con variazioni anche superiori al punto percentuale da un anno all’altro, in corrispondenza delle scadenze elettorali. Dal 2005 al 2006 si è infatti passati dal 3,8% al 4,7%, mentre tra il 2000 al 2011 si era passati addirittura dal 2,5% a 4,2%.

Spesa per abitazioni

Lo Stato da questo punto di vista è poco generoso. La domanda di abitazioni da parte delle fasce meno abbienti è costante, ma la spesa pubblica è stata sempre contenuta e, anzi, è stata caratterizzata da un trend discendente. Dall’1,5% sul Pil del 1990 si è passati allo 0,1% del 2002, per attestarsi stabilmente allo 0,7% a partire dal 2004.

Spesa per attività ricreative, religiose e culturali

Calma piatta. Le risorse drenate in queste attività sono tradizionalmente assai ridotte, e si attestano stabilmente da oltre vent’anno intorno allo 0,8% del Pil, con “picchi temporanei” dello 0,9.

Spesa per l’istruzione

Su questo fronte si registra una debacle che continua da più di vent’anni. In questo lasso di tempo la spesa per l’istruzione è stata praticamente dimezzata. Nel 1990 si attestava intorno al 6,1 % del Pil, mentre nel 2011 si è attestata al 4%. Il trend discendente è praticamente costante con dei picchi negativi a partire dal 1992 e dal 2010.

Spesa per la sanità

Processo inverso per la sanità, che è aumentata costantemente. Si è passati dal 6% sul Pil del 1990 al 7,5% del 2011. Nel 1994, però, si era verificato un piccolo crollo repentino dell’1%.

Spese per il debito

Nota dolente. Innanzitutto non è possibile considerare un unico interesse. Il debito pubblico infatti è un composto eterogeneo di debiti caratterizzati da diversa scadenza e diversi interessi. Si possono calcolare solo tre cose:

1) l’ammontare totale del debito;

2) l’ammontare delle spese annue per gli interessi in relazione al Pil;

3) alcuni indicatori che servono per dare un’idea della capacità di solvenza di un paese, come appunto lo spread.

Per spread si intende la differenza, espressa in punti base, tra gli interessi sui titoli di debito decennali italiani e gli interessi sui titoli di debito decennali tedeschi. Dal 1990 al 1994, epoca di sconvolgimenti finanziari per l’Italia, lo spread si è mantenuto mediamente alto, oscillando da 370 a 540. Con le politiche di aggiustamento e infine con l’entrata nell’euro, lo spread è sceso mantenendosi sotto i 100 fino al 2010. La crisi economica, presto degenerata in crisi del debito, ha allargato lo spread fino a livelli da default. Si ricordi a tal proposito il picco di novembre 2011 che fece segnare quota 574 e un interesse del 7,34%. Con le politiche di austerity di Monti e gli interventi di Draghi lo spread si è poi raffreddato, attestandosi attualmente intorno ai 300 punti base.

Se si va a vedere il volume del debito italiano rispetto al Pil si nota una certa relazione, da ritenersi causale e non casuale, con l’entrata dell’euro. Nel 1994 il debito rappresentava il 123% del Pil e scendeva già a partire del 1998 quando fu fissato il tasso di cambio tra le varie monete legate allo Sme (misura che di fatti anticipava l’entrata della moneta unica). Il picco negativo degli ultimi anni è stato registrato nel 2007, all’alba della crisi economica, grazie presumibilmente alle misure di contenimento attuate dal Governo Prodi II. Il debito è risalito a partire dal 2008, a causa delle politiche fiscali berlusconiane (nettamente espansive) e della crisi economica che ha costretto Tremonti a spendere a deficit per finanziare gli ammortizzatori sociali. Il trend ascendente non si è fermato neppure con Monti e il debito di prepara, a causa del piano di pagamento alle Pa, a sfiorare quota 130%.

Se si va a vedere il trend della spesa per interessi annua, si nota un trend decisamente discendente. Ciò è merito dell’abbassamento dello spread e dell’ancoraggio all’euro, che ha avuto sicuramente un effetto calmante. Nel 1992 la spesa per gli interessi rappresentava il 12% del Pil, adesso “solo” il 4,8%. Si parla comunque di circa 100 miliardi all’anno.

Spesa pubblica: il confronto con gli altri paesi europei

L’Italia spende tanto e, a giudicare dai servizi, spende anche male. La spesa pubblica italiana rispetto al Pil è del 50,4% (dato riferito al 2011). Percentuale significativa se si pensa che in Germania, dove vige una qualità migliore dei servizi, lo Stato spende il 47% del suo Prodotto Interno Lordo. Davanti a noi c’è però la Francia (56%) e, seppur di poco, la Ue nel suo insieme (51,5%).

Guardando alle singole funzioni, l’Italia è comunque in linea con Francia e Germania. Fa eccezione, però, la spesa per l’istruzione: quella italiana è dal 20 al 40% inferiore rispetto a quella tedesca e francese. Fa eccezione anche la spesa per interessi: quella italiana è doppia rispetto alla spesa per interessi tedesca e francese.

L’Istituto Bruno Leoni rileva un’evidenza drammatica a tal proposito. Se l’Italia avesse la credibilità della Germania, e dunque pagasse la stessa percentuale di interessi sul debito, risparmierebbe 45 miliardi di euro all’anno, qualcosa come il 2,9% del Pil. 45 miliardi valgono suppergiù quanto due finanziarie. Un risparmio di tale entità potrebbe essere sfruttato per diminuire la pressione fiscale di almeno due punti e investire sui settori produttivi e su cui lo Stato italiano spende poco, come l’istruzione. In alternativa, si potrebbero istituire fondi per le imprese, visto che la più grande emergenze di questi anni è il credit crunch per le Pmi.