Fare la spesa costa il 20% in più rispetto al 2005

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Stando a quanto rivelano le serie storiche Istat relative all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie più povere, dal 2005 al 2012 fare la spesa costa in media il 20,2 per cento in più. Una proporzione che si riduce al 16 per cento per le famiglie con i livelli di spesa più alta, garantendo comunque una generica insoddisfazione per tutti coloro che sono alle prese con le ristrettezze economico finanziarie del momento.

In altri termini ancora, nel corso degli ultimi 7 anni il divario del tenore di vita tra le famiglie più ricche e quelle più povere, sarebbe cresciuto a sfavore di queste ultime: il gap di 4 punti percentuali nel costo della vita ha infatti contribuito a ridurre ulteriormente la soglia della spesa delle famiglie meno abbienti, con una progressione che dovrebbe esser confermata anche nel 2013 in corso. Stando alle preliminari visioni dell’Istat, infatti, l’inflazione si sarebbe distribuita tra un livello pari al 2,5 per cento per le famiglie più povere, e all’1,8 per cento per le famiglie più ricche, con un nuovo divario – in sfavore dei meno abbienti – per 0,7 punti percentuali.

Secondo quanto affermato dal Codacons, “i dati illustrati oggi dimostrano, finalmente, che i poveri sono penalizzati dalle medie di Trilussa dell’inflazione ufficiale e per questo le loro pensioni e stipendi dovrebbero essere rivalutati con un indice ad hoc”. In altre parole, l’associazione chiede giustamente che il livello del costo della vita sia “calato” per specifiche categorie di utenza, evitando così di confondere l’inflazione subita dai pensionati con quella subita dai liberi professionisti più agiati.

I pesi del paniere utilizzati attualmente dal legislatore per perequare le pensioni, infatti, sono basati sui consumi medi di una famiglia di operai e impiegati (Foi), la famosa media del pollo, ma in realtà ci sono grandi differenze a seconda del numero dei componenti della famiglia, del reddito e della condizione sociale, come dimostrano i dati di oggi” – prosegue il Codacons – “Ecco perché almeno le pensioni più basse andrebbero indicizzate in modo più realistico e specifico. Dal 2002 ad oggi, infatti questi pensionati hanno avuto un’inflazione da doppia a tripla rispetto a quella media ufficiale, perdendo sempre più potere d’acquisto. Un pensionato, infatti, ha molte più spese obbligate rispetto agli altri, concentra la gran parte delle spese in alimentari, abitazione (acqua, elettricità….) e nei beni ad alta frequenza di acquisto. In 11 anni i pensionati si sono, quindi, progressivamente impoveriti e oggi la metà di loro, circa 7,4 milioni, il 44,1% del totale, riceve una pensione da fame, inferiore a 1.000 euro, insufficienti per acquistare il cibo necessario”.

Sulla base di quanto sopra, il Codacons sostiene l’estrema urgenza dell’avvio di misure di sostegno nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, considerato anche che nei soli ultimi 12 mesi il numero degli indigenti è cresciuto del 33 per cento, e il numero degli italiani costretti a rivolgersi a enti caritativi per un pasto gratuito è aumentato del 9 per cento.