Spending Review e Decreto Madia: Guai per i Dipendenti della Pubblica Amministrazione

A volte ritornano. Ritorna persino Cottarelli, commissario per la spending review ingaggiato dal fu Governo Letta e relegato a un ruolo di secondo piano da Renzi. Mentre l’ex sindaco di Firenze stanziava gli ormai leggendari 80 euro, portava avanti le riforme e veniva a patti con l’opposizione dentro e fuori il suo partito, Cottarelli lavorava, trascurato da tutti, consapevole che i suoi sforzi avrebbero potuto essere ignorati.

Ora che il lavoro minuzioso di tagli e cuci si è finalmente concluso, un po’ a sorpresa, Renzi ha deciso di farne in qualche modo e utilizzarlo almeno in parte. La spending review “cottarelliana” sopravvissuta alla penna rossa del premier dovrebbe produrre risparmi per 500 milioni. Briciole, se consideriamo che la spesa pubblica ammonta oggi a 800 miliardi di euro.

La notizia però non è questa. E’ il contenuto: la maggior parte dei tagli interessano i dipendenti della Pubblica Amministrazione. A questi devono essere aggiunte le novità imposte dal decreto Madia. Il risultato è un cocktail amaro per gli statali. Gli ambiti di intervento sono tre: mobilità, licenziamenti, stipendi.

Andiamo a vedere insieme di che cosa si tratta e vediamo di fare un po’ di chiarezza tra questi tre ambiti di intervento di cui si parla. Procediamo dunque:

Pubblica amministrazione: mobilità, licenziamento e stipendi

Mobilità

A fare la voce grossa è, su questo argomento, il decreto Madia. In buona sostanza si impone ai dipendenti della Pubblica Amministrazione l’obbligo di accettare i trasferimenti temporanei. Non si tratta di un obbligo all’acqua di rose, visto che chi si rifiuta può andare incontro al licenziamento. L’unica nota positiva è che non tutti i trasferimenti sono oggetto di costrizione. L’obbligo riguarda infatti i trasferimenti entro 50 km dalla sede a cui il dipendente è assegnato.

Licenziamenti

Questo tema è in verità trattato dal Job Act. La riforma del lavoro del Governo Renzi incentiva la mobilità di uscita che, in parole povere, si traduce in “libertà di licenziamento“. A tal proposito va sfatato un mito. La scure renziana non si abbatte solo sui dipendenti del settore privato ma anche su quelli del settore pubblico. Esiste anche per loro la possibilità teorica di ricevere una lettera di licenziamento. Le ragioni riguardano il comportamento disciplinare. Si parla di teoria, però, e non di pratica perché a frenare il livellamento di pubblico e privato interviene il fattore culturale. Una nota del Ministero del Lavoro lamenta infatti “ritrosia del management a ricorrere al licenziamento come strumento fisiologico di gestione del personale”. Insomma, si licenzia troppo poco e non è una questione legislativa.

Stipendi

Le misure, prodotte dalla spending review di Cottarelli, riguardano essenzialmente i dirigenti. Si è deciso, innanzitutto, di porre un tetto allo stipendio dei manager pubblici. Nessuno potrà percepire più di 240.000 euro l’anno. Una cifra enorme, in grado di suggerire quanto sia grande il problema: se il limite è così, vuol dire che molti stipendi lo superano abbondantemente. Altri interventi in questo senso riguardano la variabilità degli stipendi stessi. Allo scopo di aumentare le capacità della PA di programmare – e monitorare – le proprie spese, verrà ridotto il range entro cui i “salari” possono muoversi.

Per equilibrare queste riforme, comunque restrittive, il Governo ha messo mano ai requisiti previdenziali. Ad ogni modo, la decisione è giunta qualche tempo fa, ma appare indicativa la rinunciare ad adeguare i dipendenti pubblici ai dipendenti privati in questo ambito.

Lo stato dell’arte, che si prevede non cambierà, è il seguente: uomini e donne della PA possono andare in pensione a 62 anni, a patto che abbiano versato contributi per 42 anni e 6 mesi (se maschi) o per 41 e 6 mesi (se femmine). Queste tutte le novità su licenziamenti, mobilità e stipendi dopo l’avvento della riforma Job Act attuata da Renzi, attuale presidente del consiglio italiano.