La Spagna è ufficialmente in Deflazione

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A mali estremi, estremi rimedi. Questo dice la cultura popolare. A quanto pare, però, Mario Draghi e gli altri dirigenti della Bce di popolare hanno poco. Non stupisce, dunque, che stiano pensando a misure niente affatto estreme, per quanto forti.

Il male in questione è la deflazione. E’ un male estremo per davvero: un tasso di crescita dei prezzi negativo è sempre una sventura – di fatto blocca l’economia – ma diventa una catastrofe se interviene in un’economia stagnante e provata da cinque anni di recessione.

In questi mesi si è parlato, almeno per ciò che concerne l’Europa, di “spettro della deflazione”. Oggi lo spettro sempre meno immateriale che mai. In Spagna, uno dei tanti paesi che funge da termometro della crisi, è ufficialmente entrata in deflazione qualche giorno fa: i prezzi sono scesi dello 0,2%. Numeri, questi, che si inseriscono in un clima preoccupante un po’ ovunque: in Italia è stata registrata un’inflazione dello 0,5%, in Germania dell’1,2. In tutti i casi, si è lontani dall’obiettivo fissato della Bce del 2%.

Giusto per rimanere in tema di proverbi, una rondine non fa primavera, ma il dato spagnolo fa comunque paura. Quando si parla di deflazione, agire con ritardo vuol dire perdere il controllo della situazione.

Draghi è dunque chiamato agli straordinari. Un’impresa difficile, quella del funzionario italiano, anche perché dovrà essere realizzata in un contesto che di “mosse straordinarie” non vuole nemmeno sentire parlare. Il contesto è il solito: l’Unione Europea ancora al dogma dell’austerity, frenata dagli interessi della Germania. Tutto questo si traduce nell’impossibilità di utilizzare gli strumenti espansivi tipici delle altre banche centrali e soprattutto della Fed. Alleggerimento quantitativo, tanto per cominciare, ma anche i tanto vituperati Eurobond, che potrebbero persino non bastare a riportare l’Europa nella carreggiata di un’inflazione adeguata alle aspirazioni di crescita.

Il materiale con cui Draghi dovrà operare è insufficiente e si riduce a due strumenti: il taglio dei tassi e LTRO. Quest’ultimo, poi, ha dimostrato di essere poco funzionale all’obiettivo per il quale, almeno ufficialmente, era stato pensato: l’aumento della liquidità nel sistema reale. I segnali lasciano presagire che anche questa volta, ammesso che verrà nuovamente varato, si rivelerà inutile, a meno che non si vincolino le banche a “passare il denaro” a imprese e famiglie.

L’altro strumento, il taglio dei tassi, è utile in senso assoluto ma praticamente inefficace in senso relativo. Il trend deflattivo è così forte, la mancanza di liquidità così radicata, che un taglio farebbe solo il solletico. D’altronde lo 0,25 attuale non ha sortito gli effetti sperati nonostante rappresenti il minimo storico raggiunto nell’Unione Europeo.

Draghi, comunque, è costretto a tagliare i tassi e molto probabilmente lo farà. Per ora si parla di un taglio intorno allo 0,12, misura insolita dal momento che il passo è di 0,25. Alcuni parlano dell’extrema ratio dei tassi negativi. Ancora una volta, si tratterebbe di un gesto disperato e soprattutto non utile. Utile sarebbe l’istituzione degli Eurobond – argomento tornato alla ribalta – o un Quantitative Easing europeo, sulla scorta di quello americano.