Senza solidarietà organizzata non c’è sviluppo

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Le famiglie povere italiane sono aumentate. Dal 10,3% del 1996 si è passati all’11,2% del 1997. In termini numerici ciò significa che nel 1996 avevamo 2.100.000 e che nel 1997 sono diventate 2.245.000 le persone in povertà. Di queste il 72% vive nel Mezzogiorno, il 10% al centro e il 18% nel settentrione del paese.

Nel 2010 sono emersi 3 milioni di italiani in condizione di povertà assoluta. Oltre ai 3 milioni di poveri assoluti ci sono stati in Italia nel 2010 circa 8.272.000 poveri (il 13,8% dell’intera popolazione), nel mezzogiorno l’incidenza di povertà relativa è cresciuta dal 36,7 del 2009 al 47,3 del 2010).

Situazione molto grave in Calabria, Sicilia e Basilicata.

Nel 2013 le famiglie povere hanno raggiunto il numero di 2.782.000 in Italia (11,1%) di cui 1.832.000 nel Mezzogiorno (23,3%), 601.000 nel nord (4,9%), 318.000 nel centro (6,4%).

Le persone in povertà (luglio 2013) sono risultate 9.563.000 in Italia, pari al 15,8% della popolazione mentre i poveri assoluti sono circa 5.000.000 di cui 2.347.000 nel sud.

Per quanto riguarda l’indebitamento delle famiglie si rileva che dal settembre 2008 al settembre 2011 l’indebitamento medio delle famiglie italiane è aumentato del 36,4%.

In termini assoluti l’importo medio in capo a ciascuna famiglia italiana si è attestato intorno ai 20.000 euro circa.

A livello territoriale i nuclei familiari più in difficoltà si trovano in provincia di Roma (con un indebitamento medio pari a 29.287 euro) seguono quelli della provincia di Lodi e Milano con 28.470 euro e 28.251 euro.

Mentre le realtà familiari più virtuose sono concentrate al sud dove si attesta un indebitamento medio di 9.000 euro circa.

Ciò vuol dire anche che il debito si giustifica con il reddito a garanzia del prestito da saldare.

Questi indebitamenti si giustificano con l’accensione di mutui per l’acquisto della prima casa, di beni mobili, credito al consumo, e per ristrutturazione di beni immobili.

Mentre ammonta a 503 miliardi di euro il debito complessivo delle famiglie italiane.

Con il perdurare della crisi la situazione tende ad essere più rischiosa. Mentre il tasso di disoccupazione si attesta al 12,2%, il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 41,9% (maggio 2013).

Il divario esistente tra nord e sud ed è un divario che si riscontra in tutti paesi del nord e del sud a livello mondiale. Con tale precarietà viene compromessa la vivibilità di buona parte della popolazione la quale perde la condizione di “essere” nello spazio vitale del proprio territorio.
Senza la condizione di “essere“, l’uomo non è messo in condizione di interagire nello stesso spazio in quanto non ha, vale a dire non possiede. E allora è inevitabile che si diffonda la cultura dell’avere per essere.
Tale distorsione del fenomeno sociale affonda le proprie radici nel sostegno di quella azione solidale la quale avrebbe dovuto rendere più operativa in tutti i suoi aspetti il concetto di solidarietà.

Ciò è dovuto ad una serie di complessi fattori, prima fra tutti le difficoltà progettuali nel saper rendere estensibili nel tempo il concetto di solidarietà attraverso una organizzazione del sistema che fosse adeguato alla continua e nuova necessità di vivibilità dell’intera struttura sociale del Paese.

Solidarietà intesa non come semplice assistenza, bensì come convergenza di idee, interessi, benefici, organizzati come sistema funzionante a tutto vantaggio della Comunità.
E da questa cronica insufficienza nell’essere coscienti di appartenere alla comunità allargata, oltre la famiglia, verso la grande famiglia della città della provincia, della regione, del Paese dell’Europa nasce la forte diseguaglianza che non può che procurare delegittimazione.

Del resto del concetto di solidarietà se ne occupa la stessa costituzione dove nell’articolo 2 dice testualmente: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
La Costituzione quindi considera la solidarietà come un dovere che compete al cittadino, ma anche agli organi dello Stato.

Oggi viviamo nel terzo millennio e la solidarietà va gestita secondo processi nuovi, in accordo con un tipo di cultura sociale nuova.
Essa va inserita nelle forme che conosciamo di assistenza, previdenza, sanità e attività finanziaria ed altro con strumenti o congegni capaci di conseguire obiettivi di sicuro successo economico.
Se tutto questo non avviene allora il risultato è il mancato sviluppo con le conseguenze negative sull’occupazione e su tutta la struttura sociale del Paese.

La solidarietà dovrà essere intesa allora come strumento organizzato capace di rendere effettivo e reale il sentimento di partecipazione alla stessa comunità.

La solidarietà in quanto ricchezza interiore dell’uomo dovrà avere una prospettiva dinamica destinata a potenziare la crescita di tutti i soggetti della comunità.