Sharing economy act: la proposta di legge non convince

La sharing economy è stata oggetto di una proposta di legge presentata di recente dai parlamentari dell’Intergruppo Innovazione, ma la proposta pare sia caratterizzata da molti punti poco chiari e non per alcuni, non risulta dunque convincente.

Ad intraprendere una riflessione molto utile sulla riforma della sharing economy, è Manolo Farci, sociologo dell’Università di Urbino, che su Agenda Digitale ha espresso i suoi dubbi riguardo al futuro dell’economia che ha segnato il XXIesimo secolo, ovvero quella che rappresenta il progresso e l’innovazione.

La proposta di legge sulla sharing economy, come afferma Manolo Farci, è riduttiva, un limite, poiché non tiene in considerazione di ciò che realmente è la sharing economy. Per il sociologo, la proposta di legge non conosce realmente la differenza che sussiste tra i sistemi che si fondano sull’idea di condivisione di beni e servizi e le forme di business vere e proprie.

Sharing economy e Rental economy: le differenze che la proposta di legge non considera

La proposta di legge ha lo scopo di disciplinare l’attività di sharing economy e di rental economy su cui si basano diverse piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi, e lo scopo di promuovere l’economia della condivisone.

sharing economy

Per esemplificare i suoi dubbi, Manolo Farci cita alcuni siti web come Zooppa, BlaBlaCar, AirBnb e Uber, piattaforme digitali basate sull’aspetto collaborativo degli utenti che in tempi strettissimi riescono a mandare avanti servizi utili ed efficienti nel rispondere diverse necessità.

Farci nota come sia facile confondere la sharing economy e la collaborative economy, termini entrambi usati per rappresentare uno scambio o una condivisione di un bene materiale o immateriale, sfruttando tutti i vantaggi che la Rete oggi propone.

Altre forme d sharing economy, afferma Farci, usano il concetto di “collaborazione” in termini differenti: a volte il termine sta ad indicare nuove forme di mercato, mirate a creare relazioni dissimili da quelle esistenti tra i mercati tradizionali.

Quando un consumatore che possiede una risorsa incontra un consumatore che necessita di quella determinata risorsa, le modalità di condivisione, a fronte di un costo di transizione, sono in grado anche di produrre profitti e valore finanziario.

AirBnb e Uber sono due sistemi di rental economy a pagamento dove vi è domanda ed offerta di posti letto, o posti in macchina, ma spesso, erroneamente queste due piattaforme sono considerate come forme di sharing economy.

Questi siti web, con la reputazione di essere siti collaborativi, spiega Farci, sono in realtà modelli tradizionali di mercato for profit.

AirBnb ha raggiunto un fatturato di 25,5 miliardi di dollari, mentre Uber ne ha raggiunti 50 miliardi, e di conseguenza ad oggi è considerata la startup che è riuscita ad incassare più di tutte le altre.

Sulla base di questo, il docente dell’Università di Urbino crede che la sharing economy dovrebbe essere incentivata e non fermata, ma un’attenzione particolare dovrebbe essere prestata alla rental economy che si maschera di “economia collaborativa”. questo tipo di economia per il sociologo, deve assolutamente essere regolamentata, considerando la legge del 2 marzo come un primo passo importante per arrivare a tali risultati, ma che ancora mostra segni di immaturità.

La proposta di legge sulla sharing economy prevede una imposta del 10%

La proposta di legge del 2 marzo 2016 sulla sharing economy prevede che un utente che riesce a vendere o affittare un bene o un servizio, offrendo stanze, posti letto, passaggi in auto, riuscendo dunque ad arrotondare i suoi introiti, debba pagare una imposta del 10% se i suoi guadagni non superano la cifra dei 10 mila euro all’anno. Oltrepassata tale cifra, gli introiti percepiti tramite l’uso delle piattaforme digitali, andranno di conseguenza considerati come redditi e dunque aggiunti agli altri percepiti con le classiche attività lavorative che contraddistinguono ogni singolo utente.
sharing economy act

I gestori delle piattaforme opereranno in qualità di sostituti di imposta, e saranno dunque considerati come abilitatori che aiutano i vari utenti a mettersi in contatto tra loro.

Se ad esempio la piattaforma on line è registrata come attività all’estero, e viene usata da utenti italiani, tale attività digitale dovrà contattare l’Agenzia delle Entrate per comunicare tutti i dati necessari relativi alle transazioni economiche tra i propri utenti.

Farci ritiene opportuno ricordare, che tramite il web si collabora per fare un uso migliore e più efficiente di beni, competenze e altre risorse, promuovendo comportamenti come la ridistribuzione del denaro, la sostenibilità ecologica, il risparmio e le semplici dinamiche di socializzazione.

L’indagine IPSOS, ricorda Farci, ha evidenziato come nel 2014 aderire all’economia collaborativa, non sia soltanto un beneficio individuale, ma riguarda il miglioramento dei bisogni della propria collettività di appartenenza, in cui per tutti i membri hanno importanza gli stessi valori.

Il principio che sta alla base dell’economia collaborativa è dunque il trasferimento della proprietà, inteso come scambio o condivisione.

Cos’è la Rental economy

Cos’è la rental economy e come funziona?: queste sono domande che molte persone si pongono quando si ritrovano davanti alle molteplici declinazioni del digital marketing.

La rental economy è basata più che sulla vendita ed acquisto di nuovi beni di consumo, sulla collaborazione per condividere qualcosa di cui si è già in possesso e di cui in quel momento si ha bisogno di offrire o di comprare. Anche in questo caso però, l’idea della collaborazione è basata sul principio di accesso alla proprietà: si tratta di una sorta di affitto o cessione momentanea di un bene in cambio di denaro.

Una realtà che questi sistemi economici stanno creando è quella dei venditori occasionali non regolamentati, non tassati, e senza alcuna copertura assicurativa. Tutto questo, come viene spiegato in un articolo di Left, comporta delle conseguenze che in futuro potrebbero peggiorare: i rischi e le varie inconvenienze d’impresa che si possono verificare diventano una responsabilità dei lavoratori.

La nuova sharing economy act, come riferiscono diverse fonti autorevoli del giornalismo economico, per tutte le motivazioni descritte sopra, può essere considerata come una legge limitata a un gruppo di problematiche che riguardano la confusione concettuale esistente tra collaborative e rental economy.

Per molti versi, si potrebbe dunque ritenere ingiusta una stessa aliquota per un passaggio offerto tramite la piattaforma on line come BlaBlaCar, e per una stanza data in affitto con AirBnb, nonostante la gestione delle due attività comportino delle spese più o meno simili.

Si tratta di due siti web che hanno finalità molto diverse: BlaBlaCar è una realtà impegnata nel trasferimento della proprietà su un bene limitato, mentre AirBnb offre l’accesso alla proprietà che ha lo stesso funzionamento di un contratto di affitto.