Segreti e scheletri nell’armadio del miracolo economico tedesco

Germania locomotiva d’Europa, si sente spesso affermare in televisione e nei giornali. E’ proprio così: mentre il sud del Continente arranca penosamente in preda alla stagnazione e alla disoccupazione, il Paese della Merkel veleggia con parametri buoni in senso assoluto e ottimi relativamente a questo preciso periodo storico. Certo, alcuni dati provenienti da Berlino compromettono questa immagine, ma sono segnali troppo recenti per cambiare la percezione delle cose. I numeri, quelli che contano, rivelano un tasso di disoccupazione che in Germania è molto più basso che altrove: 5,4% contro il 12,2% della media europea. E se consideriamo che nel 2012 si attestava al 6,7% e nel 2010 al 7,5%, è palese come la Germania abbia compiuto passi da gigante.

Il Pil della Germania è il più alto d’Europa, il debito è tutto sommato modesto (68% del Pil). Insomma, si può parlare di vero e proprio miracolo tedesco. Quali sono le ragioni del successo?

La letteratura è ampia. In genere, si tende a ricondurre il tutto alle riforme dell’allora premier Gerhard Schroeder. Siamo nel 2005 e il premier, affiliato al partito socialdemocratico, decide di rompere con la tradizione della sua area politica e mette in campo una serie di riforme miste, un po’ di destra (liberalizzazioni) e un po’ di sinistra (stato sociale). Questa vis riformatrice costerà caro al politico, che non verrà riconfermato, ma la cura da cavallo impartita ai suoi cittadini ha funzionato. Da segnalare è anche l’aiuto che l’Unione Europea ha fornito alla Germania. Quel genere di aiuto che, oggi, in un contesto internazionale ancora più difficile, Berlino non vuole fornire all’Italia, alla Spagna e alla Grecia. Questo, però, è un altro discorso.

Come si è concretizzato l’aiuto degli europei? Semplice: in un periodo di vacche grasse (primi anni 2000), la Germania era un paese in profonda crisi. Il Pil stagnava e la disoccupazione viaggiava a doppia cifra. Nondimeno, come accade frequentemente in caso di crisi economica, i bilanci erano in pesante negativo. La Germania è stato il primo paese a sforare il 3% del rapporto deficit-Pil. Eppure l’Europa, cosciente delle difficoltà dell’alleato tedesco, decise di lasciar correre e di dare tutto il tempo agli amministratori tedeschi di riformare il paese.

Il tempo concesso è stato speso bene, non c’è dubbio. Ad aver aumentato la produttività e, soprattutto, ad aver abbattuto la disoccupazione sono intervenuti due strumenti molto particolari. Da un lato il sistema di welfare chiamato Hartz IV e dall’altro la riforma dei mini-job. Entrambi rappresentano un ecosistema capace di generare quei parametri che tutti il mondo invidia alla Germania. Non è qui la sede per elencare tutti i pregi di questi due strumenti; basti sapere che da un lato i mini-job permettono a tutti di lavorare, seppur part-time, mentre l’Hartz integra il reddito dei mini-jobbers. Questi ultimi non avrebbero diritto all’Hartz senza il mini-job.

Fin qui, tutto appare meraviglioso. Ci sono però alcuni aspetti negativi del miracolo tedesco. Questi riguardano proprio la condizione dei lavoratori. In Germania tutti, o quasi, lavorano ma lo fanno a condizioni abbastanza precarie. Una ricerca ha rivelato che il 20% dei worker tedeschi ha un reddito basso – il doppio che in Europa. La stessa indagine ha rivelato che la mobilità sociale a Berlino e dintorni è un miraggio: il 70% dei giovani non riesce ad acquisire una posizione sociale superiore a quella ricoperta dai genitori.

Insomma, non è tutto oro quello che luccica. Nonostante le riforme di Schroder, la crescita economica tedesca appare un po’ squilibrata. Queste contraddizioni, alla luce del fatto che altrove le cose vanno peggio, non sono ancora esplose. Potrebbero però farlo presto.