La scuola secondo Renzi e i dubbi de Il Sole 24 Ore

La vis riformatrice di Renzi ha per adesso trovato una scarsa concretizzazione. Ciò non toglie che la carne al fuoco sia tanta, chissà se prima o poi riuscirà a cuocere. Nel frattempo, è già possibile analizzare quanto è stato diffuso.

Per quanto riguarda la riforma della scuola, buona parte della riforma è nota. A Il Sole 24 non piace più di tanto. In un editoriale pubblicato il 22 settembre, è stata criticata piuttosto aspramente. L’unico punto positivo, che alla fine dei giochi è comunque discutibile, è l’assunzione in massa dei precari. Tutti gli insegnanti precari saranno stabilizzati a partire dall’anno scolastico 2015-2016. Si parla di circa 148.000 docenti. Se la cosa andasse in porto, saremmo di fronte alla più grande “scorpacciata” di dipendenti pubblici da trent’anni a questa parte.

I rovesci della medaglia, in questo caso, sono due. Il primo, manco a dirlo, è rappresentato dalla copertura. Il Sole 24 Ore non dubita che il Governo riesca a trovare il denaro, ma critica la scelta di gravare così tanto sulle casse dello Stato. Questa misura, infatti, costerà 1 miliardo nel 2015, 3.1 miliardi nel 2016 e 4.1 miliardi nel 2017. Un bel salasso, in pieno periodo di Fiscal Compact per giunta. Secondo il famoso giornale di economia e finanza, l’Italia non si può permettere questa spesa.

La critica è però anche sul merito. Assumere i precari senza uno straccio di concorso, ma semplicemente in virtù della loro precarietà, smentirebbe il dogma della meritocrazia tanto sbandierato da Renzi. Certo, si tratta di una critica liberista, legittima, ma che comunque non trova d’accordo in gran parte della intellighenzia del Pd.

L’alternativa proposta è quella di concedere l’assunzione solo a chi ha vinto il concorso nel 2012. In tutto, poco più di 10.000 docenti. Il punto debole della riforma, quello vero e proprio, andrebbe riscontrato proprio nella questione della meritocrazia. Il Governo ne sbandiera il principio e dichiara che i cambiamenti proposti vanno in questa direzione. Leggendo il documento, però, i meccanismi meritocratici appaiono raffazzonati e distorti.

L’esempio di ciò risiede nella questione degli scatti retributivi. Il criterio dell’anzianità sarà abbandonato, consentendo solo al 66% dei docenti “più bravi” di accedere agli aumenti della busta paga. Ebbene, non è chiaro cosa si intenda per bravura, i criteri di valutazione sono nebulosi. Ai fatti concreti, il legislatore ha preferito la consueta retorica: “il sistema di valutazione della scuola che intendiamo costruire non è fatto di competizione e classifiche. E non mira semplicisticamente a premiare la scuola migliore, quanto piuttosto a sostenere la scuola che si impegna di più per migliorare”.

L’impegno a progredire può voler dire tutti e niente allo stesso tempo. Inoltre, un concetto del genere, pur nella sua ambiguità, pare contraddire in pieno il Sistema di Valutazione Nazionale partorito con tante difficoltà nel 2013, dal momento che quest’ultimo si basa proprio sulla qualità dell’istituto scolastico. Il giudizio de Il Sole 24 Ore è impietoso. La conclusione finale rivela la mancanza di un nesso importante: quello tra scuola e crescita del paese. Se è vero che la formazione è un investimento, e di miliardi ne verranno messi in campo parecchi, questa riforma non sembra in grado di raggiungere la sufficienza e appare come l’utile orpello all’annuncio, elettoralmente molto funzionale, dell’assunzione dei 148.000 precari.