Come salvare l’Italia dalla Crisi Economica?

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I problemi sociali, la perdita di lavoro e il progressivo impoverimento generale richiedono una risposta in tempi brevi alla domanda delle domande, ossia come salvare l’Italia dalla crisi economica? Ad essa molti fra studiosi, economisti e personalità politiche, cercano di dare risposte (le più svariate) a prescindere da quelli che sono i vincoli imposti dall’Unione Europea, ossia senza prenderli in considerazione. In quest’ottica ad esempio è sempre più in crescita il “partito” che teorizza l’uscita dell’Italia dall’Euro, moneta indigesta a molti, che però ad una riflessione più accurata sembrerebbe più un ulteriore danno che non la cura alla malattia della crisi, anche se in realtà molte personalità autorevoli, fra cui anche docenti universitari tentano di dimostrare come ciò non sia del tutto vero. Tanti, anche i politici invero, dichiarano che basterebbe stampare moneta, in particolare la vecchia lira rinunciando così all’euro, per tornare ad avere libertà rispetto alle strette esigenze di austerity richieste dall’Unione Europea o in alternativa stampare euro così da ripianare parte del deficit che ostacola pesantemente la ripresa economica. A onor del vero queste proposte non tengono conto del fatto che tali meccanismi non sono più realizzabile per legge e che inoltre rischierebbero di innescare fenomeni inflazionistici perversi molto difficili da controllare, come la storia dimostra.

Altri sono fautori della creazione di un simil New Deal, cercando di ricalcare le orme di quella idea vincente di Roosevelt che permise l’uscita dalla crisi del 1929, con le dovute differenze viste le epoche diverse. Un esempio di ciò è dato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che fonda la propria proposta su pacchetti di misure per creare occupazione in chiave green, allentando la morsa dell’austerità, alleggerendo inoltre il carico delle tasse sul lavoro e sulle attività di qualità ecologica e cosiddette “low carbon”. Altri teorizzano la necessità che il New Deal italiano debba partire dal presupposto che bisogna produrre meno ed in modo più efficiente, rimodellando il Welfare come fattore di sviluppo economico e indicatore di qualità, puntando inoltre su investimenti pubblici mirati. Poi c’è chi, archiviando gli scetticismi di molti sull’Unione Europea, propone un New Deal a livello europeo, con delle precise scelte in campo economico diverse da quelle attuali. Ciò in verità appare più difficile viste le diversità esistenti fra i vari Stati della comunità.

Sempre vive anche le correnti di pensiero volte a spingere gli organi governativi ad una redistribuzione della ricchezza, volta a favorire in special modo i più poveri mediante misure di equità (quali ad esempio un minore carico fiscale, assegni di sostenimento e auspicabilmente più lavoro) così da rimettere in moto il processo dei consumi dal basso. Mentre è alternativo a questa ideologia chi sostiene che andrebbero agevolati i più ricchi, evitando di tassare troppo le loro ricchezze in modo che a questi resti un capitale talmente elevato da poterlo reinserire nel mercato sotto forma di investimenti volti alla produzione di nuova ricchezza e di lavoro, così che possano beneficiarne anche i meno abbienti. Entrambe le ideologie enunciate sono valide, ma ambedue risultano avere alcuni problemi di concreta applicazione.

Sempre vivo resta, infine, il fronte secondo cui l’unico modo sicuro per uscire dalla crisi è quello di mantenere ferma la barra, ossia la stretta dell’austerity così da mettere i conti dello stato in ordine per creare le condizioni di una crescita che non risenta di “giochi” di bilancio, ossia dei tentativi di creare nuovi posti di lavoro con altri finanziamenti ampliando ulteriormente il debito pubblico. Le maggiori spinte su questo fronte vengono dai paesi del Nord Europa, sempre attenti sotto questo punto di vista, ma che negli ultimi periodi stanno incontrando sempre più scetticismi, soprattutto dai paesi maggiormente colpiti dalle difficoltà economiche, come ovvio che sia, ma anche da alcuni dibattiti interni ad essi stessi.