Rolling Stone messo in vendita: la crisi colpisce anche la prestigiosa rivista musicale

Porta il nome di uno dei più influenti gruppi Rock della storia. O quasi (manca una “s” al plurale). E da cinquant’anni parla di musica, con storie dentro e fuori dal palco. Ma ora rischia di chiudere, o, quanto meno, di cambiare proprietà visto che è stato messo in vendita. Parliamo di Rolling Stone, rivista musicale nata nel 1967 in un loft di San Francisco. A darne notizia è stato il New York Times e a confessarlo al prestigioso quotidiano è stato lo stesso Jann Wenner, l’ex studente hippie di Berkley che l’ha fondata quando aveva solo 21 anni. Avere quell’età allora significava già essere maturo, mentre il mondo iniziava a bruciare, infiammato da un movimento studentesco fatto di 18enni e anche meno, che di lì a poco si diffuse in giro per il Mondo. Professando “Peace and love” per circa un decennio, per poi spegnersi. E ritrovarsi solo con tanto fumo e un Mondo perfino peggiorato e destinato ad un futuro fatto di degenerazione economica, sociale, e morale.

Ma Wenner in quel mondo ci credeva, così come credeva che il cambiamento potesse essere scandito dal suono di una stridente chitarra elettrica o una picchiante batteria. Rolling Stone negli anni ha acquisito autorevolezza tra gli addetti ai lavori, diventando una delle riviste più influenti del mondo, una autentica Bibbia della controcultura. Non solo. Ha anche inventato dei modi nuovi di fare giornalismo. Si pensi al fatto che ci abbia scritto un esordiente Hunter S. Thompson, il quale ha inventato lo stile «gonzo». Termine che in gergo giornalistico si riferisce all’utilizzo della prima persona singolare per descrivere esperienze personali, umori, sensazioni, anziché fatti oggettivi. Uno stile che coinvolge maggiormente il lettore, rispetto alla terza persona fredda e distaccata. Ha altresì ospitato la penna di Tom Wolfe, oltre che gli scatti di Annie Leibovitz: colei che per intenderci ha fotografato il mitico scatto del nudo di John Lennon e Yoko Ono.

Perchè oggi Rolling Stone è in crisi? Vediamolo di seguito, con uno sguardo al glorioso passato.

Perchè Rolling Stone rischia di chiudere

Rolling stone è stato da sempre il baluardo dell’ideologia liberale ma non capitalista. Ha sempre i candidati presidenziali del Partito democratico, etichettando George W. Bush nel 2006 come il peggior presidente della storia degli Stati Uniti. Come dargli torto?! Oggi Wenner è presidente della società editoriale e continua a pubblicare la rivista coadiuvato da suo figlio Gus, ma ha anche ammesso di non farcela più. Al NYT ha ammesso di amare ancora il suo lavoro ma “a 71 anni è più intelligente farsi da parte”. A parte l’età anagrafica, che pure ha un suo peso, a pesare realmente è la crisi generale dell’editoria, alcuni tentativi di investimento andati a vuoto e una strategia di market non completamente riuscita.

Ma a parte età e casse, a pesare sul destino di Rolling Stone è anche uno scandalo del 2014, per uno scoop in cui si descriveva il presunto stupro di gruppo di una studentessa in un’Università della Virginia. Ma la notizia era falsa. In America questo genere di bufale non si dimenticano facilmente, a differenza del nostro mercato editoriale che ultimamente anzi sembra proprio vivere di Fake news. Tanto da scomodare pure un possibile intervento del Parlamento italiano. Anche se bisogna sempre vedere se non ci sia anche un tentativo censorio tra le righe. Wedder ammette che c’è un livello di ambizione che da soli è diventato insostenibile. Quindi si rende necessaria una svolta. Il figlio Gus, direttore generale della rivista, ricorda poi come essa abbia fatto grossi sforzi per trasformarsi in una società multipiattaforma, e si dice entusiasta all’idea che qualcuno costruisca sulle sue solide fondamenta e faccia crescere il business in maniera esponenziale. I Wedder vorrebbero comunque restare nella società, ma lasciando al nuovo proprietario libertà in questa decisione.

Ma a pesare, diciamocela tutta, è anche la crisi della musica stessa. “Gli dei invecchiano e muoiono, e non ne sono nati altri” diceva qualcuno. E ciò vale ancor di più per il panorama musicale. Se gli anni ‘90 ci hanno regalato ancora qualche artista di spessore (Two Pak, Alanis Morisette, The Cranberries, Oasis, Blur, Eminem, ed altri), dagli anni 2000 si è diffusa una musica commerciale usa e getta, fomentata anche dai Talent show. Musica della quale c’è poco da parlare, ad uso e consumo del momento. Le leggende stanno passando tutte a miglior vita e quelle ancora in vita, come è normale che sia, sono ultrasettantenni.

Rolling stone, quale futuro

Il consulente finanziario che traghetterà il Rolling Stone nel passaggio verso nuove mani sarà Methuselah Advisor. In realtà, già nel 2016 il 49% della rivista è stata venduta ad una startup musicale di Singapore, BandLab Technologies, controllata da Kuok Meng Ru, il discendente di una della famiglie più ricche dell’Asia. E ancora prima, i Wedder avevano ceduto altre due testate: il settimanale US Weekly e il mensile Men’s Journal ad American Media, ad un editore che a sua volta pubblica riviste con The National Enquirer. Secondo il New York Times, sarebbe proprio quest’ultimo il principale interessato all’acquisto. E qui ci sarebbe una svolta nella svolta: il proprietario di American Media, David Pecker, è un fan dell’attuale presidente repubblicano Donald Trump. Pertanto, qualora dovesse davvero rilevare Rolling Stone, significherebbe il passaggio in mani repubblicane di un giornale, come detto, storicamente democratico.

Nascita di Rolling Stone

Come detto, Rolling Stone è stata fondata nel 1967 a San Francisco da Jann Simon Wenner (tutt’oggi ancora editore) e dal critico musicale Ralph J. Gleason. La rivista fu inizialmente identificata con lo scenario hippie, per poi distaccarsi dall’universo delle riviste underground, nonché dal loro orientamento politico radicale, sposando così canoni giornalistici più tradizionali. Nei primi anni settanta, la rivista attirò molti favori grazie alla tecnica del gonzo journalism di Hunter S. Thompson. Che, come detto, parlava in prima persona nel raccontare i fatti. Ma a scrivere furono altri giornalisti poi diventati famosi, come Cameron Crowe. La rivista divenne così influente che il gruppo Dr. Hook & The Medicine Show intitolò un proprio brano, scritto da Shel Silverstein, Cover of the Rolling Stone. Proprio perché la rivista aveva tra le sue peculiarità quella di metterci su un personaggio o un gruppo influente del momento. E lo fa ancora oggi. Ci è finito pure Papa Francesco.

La perdita di identità dagli anni ‘80

Negli anni ottanta poi si perse ancora di più quella distanza dal politically correct avviata dagli anni ‘70. E forse non fu un caso che spostò la sua sede a New York nel 1976. La Grande Mela rappresenta il covo della borghesia radical chic americana. Nel tempo perse molti collaboratori, mentre le copertine si orientarono sempre di più alle star del cinema. Nel libro Rolling Stone Magazine scritto da Robert Draper, si accusa la rivista di aver smesso di lanciare le mode musicali per cominciare a seguirle già da metà anni ‘80.

Poi arrivarono gli anni ‘90 e il nuovo millennio e a cambiare, in peggio, fu la stessa musica. Alla fine degli anni novanta la rivista pubblicò una foto della nascente popstar Britney Spears, che fece molto scalpore in quanto mostrava in modo chiaro quanto la nuova reginetta del Pop avesse già subito un’operazione chirurgica per rifarsi il seno. Con l’arrivo del nuovo Millennio e il sopraggiungere di altre riviste come Maxim, FHM ed altre, Rolling Stone prese in squadra Ed Needham, ex editore proprio di FHM. Ciò comportò un’ulteriore cambiamento verso il peggio: si puntò ad un pubblico più giovane e si parlava di argomenti a sfondo erotico, parlando ad esempio di giovani sexy-star della TV o del cinema, o della pop music. Scelta che fece storcere il naso tra il pubblico della vecchia guardia, che lo accusò di aver tradito la sua storia iniziale. Somigliando sempre più a un tabloid gossipparo.

Anni 2000 e ritorno alle origini di Rolling Stone

Per fortuna, la rivista si è ravveduta, tornando a parlare anche di politica (sempre da una prospettiva di sinistra), con tanto di inchieste. E ciò portò infatti ad un ritorno delle vendite. In occasione del “50º Anniversario del Rock” (il 2004, anno in cui fu pubblicato il brano Rock around the clock, considerato il primo del genere), Rolling Stone iniziò a pubblicare degli elenchi con l’obiettivo di individuare le pietre miliari della storia del rock. Destando però molte discussioni e polemiche tra gli addetti ai lavori. E così arrivò la classifica dei migliori chitarristi, dei migliori album di sempre, dei momenti che hanno cambiato la storia del rock’n’roll e delle canzoni migliori di tutti i tempi. Non mancarono poi un elenco dei migliori artisti e cantanti di tutti i tempi.

Tra i vari elenchi, quello che destò più scalpore è stata la classifica relativa ai chitarristi. In quanto in tanti non digerirono il fatto che Kurt Cobain è stato messo davanti a Brian May, David Gilmour e Mark Knopfler. Mentre erano stati esclusi del tutto Eric Johnson, Joe Satriani, Steve Vai, Slash e altri. Ad essere messo in discussione, anche il termine “migliore”, poiché troppo vago e le classifiche sono sempre soggettive.

Rolling Stone e l’impegno politico contro Bush

Abbiamo detto dell’impegno politico della rivista musicale e di come sia sempre stato di stampo progressista e liberale. Il già citato Hunter S. Thompson fu il suo più grande corrispondente politico, e curò la sezione National Affairs. Matt Taibbi prese il suo posto alla sua morte. L’ex Presidente repubblicano George W. Bush è stato più volte oggetto di accuse e scherno da parte della rivista. Nel numero del 4 maggio 2006, in un articolo di Sean Wilentz, storico della Princeton University, Bush veniva definito “probabilmente il peggior presidente della storia”, per la sua “combinazione di impotenza, pigrizia e inettitudine per questo lavoro”. Per le elezioni presidenziali del 2004, si schierò col candidato democratico

John Kerry. In precedenza, erano finiti sulla sua copertina altri candidati democratici come Bill Clinton e Al Gore.

Sempre riguardo Bush, nel 2004 su RS fu pubblicato anche un articolo di Robert Kennedy Jr. (ex senatore democratico e fratello dell’amatissimo J.F.) dove si afferma che Bush ha imbrogliato proprio nelle elezioni di quell’anno.

Rolling Stone in Italia

La rivista viene diffusa in altri 16 Paesi dei vari continenti, tra cui l’Italia, dove è arrivata nel 2003. Concepita da Andrea Cagno e David Moretti, è stata diretta da Michele Lupi e Carlo Antonelli fino al settembre 2006, quando la direzione è passata esclusivamente al secondo. Tuttavia, col passaggio di Carlo Antonelli a Wired nel giugno 2011, la rivista è stata nuovamente affidata a Michele Lupi.

La linea editoriale di RS si è mantenuta uguale negli anni. Una rivista patinata di grande formato, a cadenza mensile (mentre negli Usa è quindicinnale), che da tanto spazio ai miti del rock, anche riprendendo spesso vecchi articoli della versione americana, ma anche alle nuove promesse della musica. Tra gli editorialisti troviamo Giorgio Gherarducci Gialappa’s Band, Enrico Ghezzi, Niccolò Ammaniti, Milo Manara, Valentino Rossi, Daniele Luttazzi. Anche se quest’ultimo per un solo anno quando poi lasciò il giornale per protesta contro Antonelli per una sua intervista a Carlo Rossella, accusata di essere una marchetta. Anche in Italia non mancano inchieste politiche, e articoli dedicati all’arte, alla cultura di massa, ai servizi fotografici e alla moda.

Sono pubblicate anche piccole rubriche, come Funny Kingston, dedicato alle dipendenze, e Lo straniero, dove Joe Levy, vicedirettore di Rolling Stone USA, recensisce in inglese tre album di musicisti italiani.

Rolling Stone Italia ha altresì pubblicato alcuni degli speciali storici della versione americana. Come le classifiche prima citate e discusse. O lo speciale celebrativo uscito in occasione della millesima copertina americana. E’ arrivata sul web nel settembre 2007, con il sito poi successivamente rinnovato nel 2013. nel 2009 fece discutere la dedica della copertina come “rockstar dell’anno” a Silvio Berlusconi, allora al governo. Una scelta non certo in linea con la linea politica della versione americana. L’anno precedente toccò a Roberto Saviano, che stava vivendo la grande popolarità dovuta al libro Gomorra, pubblicato nel 2006. In occasione dei cento numeri del giornale, viene pubblicata una versione speciale che ripercorre la storia della rivista e una lista dei 100 migliori album italiani di sempre.

Nonostante la sua giovane età, Rolling Stone Italia ha già vissuto qualche burrasca finanziaria. IXO Publishing fallì e la rivista fu subito oggetto di contesa da parte di vari editori. Ad accaparrarselo fu Quadratum, che ne permise il proseguo indipendente. Ma nell’aprile 2014 Quadratum decise di non rinnovare la licenza con Wenner Media, subentrandogli così Luciano Bernardini De Pace. Per circa un anno, dal febbraio 2015 al marzo dell’anno successivo, la rivista è stato diretta da Massimo Coppola. Al quale è succeduto Giovanni Robertini.

1 commento

  1. L’intervista di Antonelli a Rossella, in cui gli chiedeva dei gruppi rock preferiti, era stata pubblicata nello stesso numero in cui Luttazzi, nel suo editoriale, parlava del ruolo di Rossella nel Nigergate, la vicenda yellowcake che fu il pretesto con cui Bush dichiarò guerra all’Irak. Fu uno scoop di Luttazzi, dato che quel collegamento Repubblica lo fece un anno dopo. Siccome non poteva togliere il pezzo di Luttazzi, Antonelli fece l’intervista-marchetta a Rossella per buttarla in caciara. Onore a Luttazzi, che lasciò subito Rolling Stone dopo questo fattaccio.

LEAVE A REPLY