Come si è risolta la crisi del 1929?

La crisi del 1929, chiamata anche Grande Depressione, è considerata la crisi economica più grave di tutti tempi. Per certi versi è simile a quella che tutt’ora l’Occidente sta vivendo. Conoscere come si è risolta quella di ottantacinque anni fa può aiutare a capire come potrebbe risolversi quella del 2008.

Ufficialmente, il mondo si è ripreso dalla crisi del 1929 grazie al rivoluzionario programma di riforme economiche messo in campo dall’allora presidente degli Stati Uniti Frank Delano Roosevelt. Questo programma prende il nome di New Deal, “nuovo corso”, a riprova del carattere innovativo dei provvedimenti.

In effetti, il piano provocò l’uscita, seppur non totale, degli Stati Uniti dalla crisi. Il principio di base del New Deal si rivelò semplice quanto efficace: lo Stato interventista. All’epoca, soprattutto per l’America, e con lo spettro del comunismo evocato a più riprese, si trattava di un qualcosa di rivoluzionario. Un vero colpo di reni. La teoria economica che andava per la maggiore – e che condusse dritto verso la crisi – era quella “neoclassica”, che considerava il mercato come una sorta di creatura capace di regolarsi da sola, anche per quel che riguardava la spinosa questione della ridistribuzione del reddito.

Roosevelt agì rimuovendo la causa più importante della crisi: l’assenza dello Stato. Grazie all’assenza dello Stato, le banche poterono speculare con prestiti ad alto margine ma rischiosi. Grazie all’assenza dello Stato, buona parte della popolazione finì in balìa delle banche, che prestavano loro denaro e interessi spesso alti. Grazie all’assenza dello Stato, chi perdeva il lavoro, non aveva alcuna forma di assistenza. Queste contraddizioni causarono dapprima una crisi del credito, poi una crisi della domanda (senza soldi non si spende) e infine una crisi di produzione. Il New Deal da un lato ispirò la realizzazione di opere pubbliche in grado di dare lavoro alle persone comunque e proporre commesse alle imprese; dall’altro lato ampliò lo stato sociale in modo da immettere i disoccupati nel circuito economico.

Bastò “semplicemente” questo per portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi. Questa è la versione ufficiale. La versione ufficiosa, e più pericolosa se si procede con il paragone Grande Depressione-crisi del 2008, rivela che la ripresa ci fu, ma non fu totale. La domanda, infatti, sostenuta dallo Stato aumentava a vista d’occhio, e conseguentemente anche la produzione, ma ancora nel 1940 né gli Stati Uniti né tantomeno l’Occidente avevano recuperato il terreno perso.

Ci fu un evento che, un po’ paradossalmente, pose fine alla Grande Depressione: la Seconda guerra mondiale. Quale “miglior” espediente per aumentare la domanda e sostenere la produzione? Un impegno militare, specie se prolungato, richiede uno sforzo di tutti, Stato e cittadini, che si traduce in una domanda sempre alta di materiale bellico e una produzione incessante dello stesso. Non può esistere disoccupazione in un periodo del genere, come non posso esistere industrie a rischio chiusure. E’ sufficiente convertire l’economia di pace in economia di guerra.

E’ quanto accaduto: negli Stati Uniti, in Germania, in Italia. Sarà solo un caso? Alcuni studi ricollegano la crisi alla questione bellica. La questione principale è se quanto evidenziato su tale collegamento sia valido per la situazione attuale. Le speranze, ovviamente, sono tutte per un riscontro negativo.