Altro che Crescita: il rischio è la stagnazione fino al 2025

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Saccomanni ride, Letta incalza gli alleati, la Commissione Europea si dichiara ottimista sul futuro. Insomma, c’è da essere allegri: la ripresa sta tornando, la crisi è ormai alle nostre spalle.

Siamo proprio sicuri? O magari queste “uscite” altro non sono che tentativi di galleggiamento politico? Purtroppo, a giudicare dai giudizi di enti che con la politica non hanno nulla a che vedere, la verità è più vicina alla seconda ipotesi.

E’ vero che persistono segnali incoraggianti: il Pil ha smesso di diminuire, la produzione – almeno in Italia – a novembre ha fatto segnare un aumento di quattro decimali, la discesa dei consumi sta rallentando e così via. E’ anche vero, però, che all’orizzonte si scorge un macigno pesantissimo, in grado di decidere i destini degli europei per dieci anni o più, uno spauracchio in grado di terrorizzare chi, come noi, esce da una recessione clamorosa: la deflazione.

La deflazione è l’inverso dell’inflazione, dunque la riduzione dei prezzi di beni e servizi. Detta così, può sembrare quasi un’eventualità auspicabile: le famiglie hanno più potere di acquisto. E invece no, a livello complessivo la deflazione, in questa situazione, è sinonimo di catastrofe. E’ intuitivo: se i prezzi scendono, il valore della moneta sale, ma se il valore della moneta sale allora chi può investire non lo fa perché :

1) non ci perde nulla (più aspetta più le sue risorse aumentano),

2) ritarda il più possibile gli acquisti perché sa che il bene che vuole comprare tra un mese o due costerà di meno. Ma se non ci sono gli investimenti, allora l’economia è ferma, non si creano posti di lavoro, la situazione delle persone peggiora.

Per questo la deflazione, in un periodo in cui l’economia ha bisogno disperatamente di partire, rappresenta un macigno insormontabile e, soprattutto difficilmente rimovibile. Questo perché la deflazione instaura un circolo vizioso difficile da spezzare.

Il calo costante dei prezzi è praticamente combattuto ogni qual volta si verifica. In Giappone, ad esempio, stanno uscendo solo ora da dieci anni di spirale deflattiva, quindi un periodo lunghissimo che, non a caso, è stato ribattezzando il decennio perduto. Il problema è in via di risoluzione e infatti il Pil sta crescendo.

L’Europa sta per entrare nella deflazione, se già, de facto, non ci è già entrata. Elementi deflattivi, a ben vedere, esistono anche qualora l’inflazione sia al di sotto del livello stabilito come “naturale”. La Bce ha il compito di mantenerla intorno al 2%, ma siamo già scesi all’1,3%. Il segnale più lampante che la catastrofe è alla porte, però, è l’ultima mossa di Mario Draghi, presidente della Bce: il drastico taglio al tasso di riferimento. Attualmente è allo 0,25%, praticamente nullo. Il motivo? Con una percentuale così bassa, le banche commerciali vengono incoraggiate a immettere più liquidità nel sistema, e più liquidità vuol dire aumento dell’inflazione, e quindi lotta alla deflazione. Si tratta, però, del classico gesto della disperazione, visto che la Banca Centrale Europea non possiede gli strumenti “aggressivi” – di politica monetaria – che invece hanno Stati Uniti e Giappone.

Un altro segnale, questa volte esplicito, è stato lanciato di recente, in Italia, dalla Corte dei Conti. Questa, per l’appunto, parla di crescita frenata da “inquietanti segnali di deflazione” i quali, se sviluppati, potrebbero avvitare l’Italia in una stagnazione di durata decennale.

Insomma, se non si fa qualcosa siamo “fritti” almeno fino al 2024.