Il riscaldamento globale indebolisce l’economia

I cambiamenti climatici, ormai è risaputo, possono causare danni ambientali, siccità, alluvioni, innalzamento del livello del mare, inondazioni nelle zone costiere, scomparsa dei ghiacci perenni, estinzione di animali, etc. Ma non è tutto. Gli economisti stanno cominciando a mettere in correlazione il riscaldamento globale con perdite di posti di lavoro, recessioni e persino cadute dei mercati azionari.

Conferenza sul clima di Parigi

Centocinquanta leader mondiali sono riuniti a Parigi per la Conferenza sul clima Cop 21. Sostengono in coro come questa sia l’ultima chiamata per strutturare un piano comune che riduca le emissioni di carbonio e rallenti il riscaldamento del pianeta. La sfida è doppia: in primis si deve riuscire a far rispettare gli obiettivi di riduzione del carbonio da parte di tutte le nazioni; contemporaneamente è necessario aiutare i paesi più poveri e fortemente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico (come ad esempio il Bangladesh o l’Indonesia) ma che non possono permettersi riforme strutturali.
A questo proposito, c’è da segnalare che gli Stati Uniti hanno annunciato uno stanziamento di 51 milioni di dollari destinato al fondo per l’aiuto ai Paesi più poveri nella lotta contro i cambiamenti climatici, che al momento ha una dote complessiva di 248 milioni di dollari. Il principale contribuente del fondo risulta essere la Germania con circa 50 milioni di euro, seguita da Stati Uniti, Regno Unito (43 milioni di euro), Francia (25 milioni), Canada (21 milioni), Danimarca (21 milioni) e Svezia (11 milioni). Si uniranno a breve Irlanda (6 milioni), Svizzera (5,6 milioni), Italia (1,8 milioni) e Finlandia (1,7 milioni). Le somme sono dirette ai Paesi meno avanzati chiamati a ridurre la vulnerabilità dei settori e delle risorse centrali per lo sviluppo, quali l’acqua, l’agricoltura, la sicurezza alimentare e le infrastrutture. Dalla sua nascita nel 2001, il fondo ha appoggiato progetti per un importo complessivo di 986 milioni di euro.

Impatto sull’economia

I cambiamenti climatici potrebbero avere sulle economie dei paesi più sviluppati un impatto maggiore di quello finora immaginato. Due ricercatori della Columbia University, Geoffrey Heal e Jisung Parco, hanno pubblicato uno studio nel quale si sottolinea come il riscaldamento del pianeta potrebbe essere in grado di produrre una crisi economica tanto grave quanto la Grande Recessione che ha martoriato l’economia dal 2007 al 2009. Un aumento della temperatura di 2°F in un lasso di tempo relativamente breve rischierebbe di interrompere la produttività tanto da far precipitare l’economia a stelle e strisce in una recessione in stile 2007, con la perdita di milioni di posti di lavoro e un crollo del mercato azionario. Inoltre, se si avverasse la previsione di un aumento della temperatura di circa 10°F entro il 2100, si potrebbe avere una riduzione della produttività e una depressione pari o addirittura peggiore della devastazione del 1930, che portò alla bancarotta gran parte degli USA.
La maggior parte delle ricerche sull’impatto economico del cambiamento climatico aveva finora esaminato solo eventi catastrofici quali tempeste o siccità. Ora gli economisti hanno iniziato a studiare anche le lievi ma costanti variazioni di temperatura. Si è così scoperto che i lavoratori sono notevolmente meno produttivi quando sono sottoposti ad uno “stress termico” (ovvero temperature notevolmente più calde o più fredde rispetto alla media). Questo nonostante la possibilità di utilizzare strumenti di riscaldamento e di condizionamento dell’aria.
Le temperature più elevate rispetto alla media aumentano il tasso di mortalità, ostacolano la crescita nei paesi in via di sviluppo e spingono le imprese a produrre in Paesi lontani dai climi caldi. Heal e Parco hanno messo insieme i dati provenienti da diversi studi e sono arrivati a questa conclusione: per ogni aumento di temperatura di 3°F in regioni calde, la produttività cala del 3- 4%.

Lo studio delle università di Stanford e Berkeley

Quello di Heal e Parco non è ovviamente l’unico rapporto allarmante. Secondo lo studio condotto dalle università di Stanford e Berkeley, e pubblicato su Nature, ogni grado in più sulla colonnina di mercurio del termometro del pianeta provocherà un danno all’economia di tre quarti dei Paesi del mondo e accrescerà il gap tra Paesi ricchi e poveri. Secondo questa ricerca, qualora il riscaldamento continuasse al ritmo attuale, entro la fine del secolo il reddito medio del pianeta calerebbe del 23% rispetto a quanto non sarebbe accaduto in un mondo senza cambiamenti climatici.
I ricercatori hanno preso in esame i dati economici e delle temperature di oltre 160 Paesi tra il 1960 e il 2010, e sono giunti alla conclusione che il picco della produttività delle attività umane coincide con una temperatura media annua di 13 gradi centigradi. Quindi con il riscaldamento globale, sottolineano gli studiosi, i Paesi sono necessariamente destinati a diventare meno produttivi. A subire i danni maggiori saranno Africa, Asia, Sudamerica e Medio Oriente, regioni dove la media della colonnina di mercurio è già superiore alla temperatura ideale per l’economia. Russia, Mongolia e Canada potrebbero, invece, trarre benefici dal riscaldamento.