La ripresa dell’Europa dipende dall’Italia (di Renzi)?

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Le ambiziose riforme annunciate, avviate, a ridosso della primavera da Matteo Renzi, sono osservate in tutto il mondo con grande apprensione. È opinione comune che la ripresa dell’Italia sia cruciale per l’Europa e sotto uno profilo più ampio, per l’economia globale. Insieme con la Francia, il giovane primo ministro italiano sa fin troppo bene quanto conti rilanciare il Paese. Se questo accadrà in un tempo ragionevole il recupero dell’eurozona potrà lentamente continuare, in caso contrario le conseguenze influenzeranno i destini del mondo intero.

Se è vero che il contesto in cui si trova il giovane primo ministro sia leggermente meno pessimista dell’anno scorso, quando la più lunga recessione nella storia italiana dal dopoguerra incalzava ferocemente, è ugualmente vero che il Paese ha grandi difficoltà nel trovare uno spiraglio a cui aggrapparsi per ripartire. L’economia si è contratta del 10% rispetto agli anni precedenti la crisi; le aziende che compongono il mercato interno si lamentano dell’elevata pressione fiscale e il tasso di disoccupazione è raddoppiato oltre il 12% dal 2007.

Nonostante le promesse di austerità fatte a Bruxelles, il debito sovrano è salito oltre il 132% rispetto al PIL ed è destinato nel breve a toccare nuovi record. Solo la Grecia (con la quale i paragoni che spesso ricorrono sono giusti fino a quanto, non si sa) fa di peggio.

L’unico contributo positivo proveniente dall’economia reale lo fa segnare l’export accoppiato però con un calo delle importazioni, che fa dubitare gli esportatori italiani di poter sostenere tale performance nel futuro prossimo. L’economia di fatto soffre un processo di de-industrializzazione. La produzione in questo settore è infatti colata a picco dal 2011 (-25%). Accompagnata da una pesante contrazione del credito che per le imprese significa limitare le capacità di generare business sul mercato.

Renzi stesso, forse più all’estero che in madrepatria è percepito come un modernizzatore liberale. Un segno di un ricambio generazionale necessario che potrebbe fruttare a una crescita in termini di PIL già in questo anno, nonostante la retromarcia (-0,1%) fatta segnare nel primo trimestre del 2014. L’Italia ha bisogno di grandi, fondamentali, riforme strutturali e istituzionali. Ecco spiegato dunque il motivo per cui Renzi nel recente passato e ancora adesso lancia grandi riforme una volta al mese, la speranza è quella di invertire il declino di lunga data del paese e di lanciare un segnale di impegno costante della nazione a migliorare.

Il programma di Renzi avvia una trasformazione lunga e necessaria ma condivisa dagli Stati esteri che vedono nel paese grandi opportunità di sviluppo. Se tutto questo dovesse fallire l’ennesima catastrofe politica potrebbe avere ripercussioni devastati sull’economia intera. In passato l’Europa è riuscita ad evitare l’aggravarsi della crisi fino a quando i paesi colpiti rappresentavano piccole economie (ad esempio Grecia, Portogallo, Irlanda). Tutto è cambiato, come i fatti raccontano, nell’autunno del 2011 quando il contagio ha raggiunto Spagna ed Italia che insieme rappresentano quasi il 30% del PIL europeo. Questo è stato il motivo principale che ha condotto la Troika per due volte consecutive (e forse accadrà una terza volta) ad aiutare generosamente la Grecia all’insolvenza totale. Il totale fallimento greco avrebbe potuto amplificare l’effetto contagio in Italia che invece così ha guadagnato tempo e strumenti per ripristinare una crescita sostenuta.

L’Italia rappresenta il 5% del debito commerciale lordo a livello globale e nonostante rimanga un paese vulnerabile minacciato dal giudizio delle società di rating che stimano una crescita comunque sotto i livelli del 2007 fino e forse oltre il 2016, il governo Renzi è l’unico ad avere in mano le sorti incerte della nazione. Nelle vicinissime elezioni europee si vedrà se la direzione presa continuerà ad essere positiva; se i rappresentati del partito al governo riusciranno a mediare con i programmi di dura austerità di Bruxelles proponendo dei più sensati termini di rigore. Ciò che è certo è che un mancato raggiungimento del progresso destabilizzerebbe oltre che le prospettive di crescita dell’Europa meridionale anche quelle del resto del mondo.