Ripresa economica nel 2015, la fine del tunnel è realmente vicina?

Ogni anno l’uscita dalla crisi viene posticipata. E’ dal 2012 che si parla di ripresa imminente ma ci si ritrova ogni anno a commentare dati negativi sul Pil. Questa volta, l’asticella è stata impostata sulla primavera del 2015. Sarà vero? Alcuni segnali propendono per il sì, ma alcuni economisti temono che la crisi possa degenerare in una “tripla vu” (terza ricaduta di seguito) praticamente un inedito nella storia dell’Europa. I dati, però, non fanno urlare al miracolo anche nel migliore dei casi. Se ripresa sarà, lascerà molto a desiderare. Qualche decimo di Pil in più, tutto qui. A fronte di un 2014 all’insegna della recessione, seppur lieve, il 2015 vedrà un aumento del Prodotto di solo lo 0,5% (stima dell’Istat). In Europa non andrà molto meglio, con un +1% il prossimo anno. Cifre irrisorie, se si pensa che solo l’Italia ha perso 9 punti di Pil rispetto al 2008.

La ripresa dipende da molto fattori, la maggior parte dei quali esterni all’Italia. Ecco una lista dei segnali negativi e positivi.

Cosa fa ben sperare

Il fattore più importante che potrebbe favorire la ripresa è il mutamento nelle politiche monetarie della Bce. L’istituto finanziario più importante del Continente ha abdicato al ruolo di mero supervisore e sta approcciandosi alla crisi con un piglio più interventista. Ovviamente, fino a un certo limite: gli strumenti della Bce sono quelli che sono – rispetto alla Fed è praticamente castrata – ma Draghi sta comunque forzandoli il più possibile. Il numero uno di Francoforte ha di recente messo in campo misure drastiche per aumentare la liquidità nel sistema economico e spingere le banche a prestare soldi a famiglie e imprese.

Il secondo fattore, che riguarda anch’esso l’Europa, è il mutamento della sensibilità in seno alla Commissione. La legislatura è cambiata e con esso anche il board esecutivo. Certo, i falchi dell’austerity sono ancora al loro posto, ma vicepresidente è ora Moscovici, francese contrario al rigore. Le aperture a un approccio più sensibile nei confronti dei trattati potrebbero farsi più consistenti se anche la Germania subisse ritmi di crescita inferiori alle aspettative: le posizioni della Merkel si ammorbidirebbero.

Da non sottovalutare anche la tenuta dei paesi emergenti. Questi rappresentano un bacino potenziale di clienti sterminato per i prodotti italiani. La maggior parte delle imprese che si è salvata, si è salvata grazie all’export. Da questo punto di vista cruciale è ciò che sta accadendo in Cina: il Governo sta cercando di aumentare i consumi interni e quindi accrescere il tenore di vita dei cittadini.

Cosa preoccupa

La struttura della Ue non è funzionale all’uscita dalla crisi. Questa convinzione si sta radicando con sempre maggiore intensità. La Bce non ha a disposizione strumenti di politica economia espansiva (eccetto la classica leva dei tassi), la Ue non ha un unione fiscale tale da permettere una redistribuzione delle ricchezze. Soprattutto, ha dei trattati obsoleti. Come quello, ormai famosissimo, che impone un deficit sotto il 3% – un suicidio in tempi di crisi. Problemi strutturali di competitività. Non c’è niente da fare: i paesi emergenti hanno una marcia in più rispetto all’Occidente. Costo del lavoro più basso, situazione demografica più favorevole (più giovani che anziani), materie prime. Certo, il “vecchio mondo” ha dalla sua il know how, ma questo matura i suoi frutti nel lungo termine, sicché la stragrande maggioranza delle imprese ha optato per la svalutazione del lavoro, peggiorando la crisi e innescando la spirale deflattiva.

Contesto politico. In Occidente, checché se ne dica, la democrazia è compiuta. Almeno più che in molti paesi emergenti. Questo particolare, pur onorevole dal punto di vista del tenore di vita e dei diritti, è in alcuni casi controproducente. I processi decisionali sono lenti, i governi cadono, i mercati perdono fiducia in virtù di una instabilità che – almeno in Italia – è sistemica. Tutto ciò sostanzia una perdita di competitività rispetti ai paesi ex emergenti come la Cina, molto più decisionisti perché meno democratici.

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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